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Sabato, 21 Settembre 2019

Chiusa la crisi con il governo Conte II. Realpolitik sì, ma che tristezza!

Si è appena costituito, nel momento in cui scrivo, il secondo Governo Conte.

Sembra, più che un bene, un male minore rispetto al precedente, che è stato tra i peggiori nella storia della Repubblica, per l’inconcludenza della manovra economico-finanziaria e per aver rimesso in discussione alcuni tradizionali punti fermi della politica estera italiana (v. i “giri di valzer” con Russia e Cina, a discapito di Nato e UE) e attentato a molte garanzie costituzionali (cfr. il decreto sicurezza e la gestione dell’immigrazione, i rapporti intra-governativi fra ministri, ecc.).

Com’è noto, dal punto di vista giuridico-costituzionale, è del tutto corretto – in una forma di governo quale è attualmente la nostra: parlamentare con un sistema elettorale (il “rosatellum”) misto ma prevalentemente proporzionale, dove si eleggono per 5 anni non i governi, ma i deputati e i senatori – che le forze politiche presenti “in Parlamento” trovino e formino, di volta in volta, le maggioranze necessarie per la costituzione di un nuovo Governo, il quale è “legittimo” semplicemente in quanto appunto riceve la fiducia delle due Camere. A maggior ragione legittimo nel caso di specie, che vede un accordo fra M5S e PD, i cui gruppi parlamentari sono più numerosi di quelli di M5S e Lega, precedente alleato dei grillini e solo terzo partito rappresentato in Parlamento, dopo il PD. Se, invece, avessimo avuto un sistema elettorale misto, ma sostanzialmente maggioritario (com’era il “mattarellum”) – attraverso cui il corpo elettorale non si limita ad eleggere i suoi rappresentanti, ma individua una maggioranza di governo – il Capo dello stato avrebbe dovuto cercare di far coincidere la maggioranza “elettorale” con la maggioranza “parlamentare”, pena la comprensibile accusa di favorire “ribaltoni” e il trasformismo della classe politica. Ricordo che tale accusa fu mossa proprio alla Lega Nord nella XII legislatura, quando – abbandonando il centro-destra e tradendo Berlusconi – permise nel 1995 la formazione del Governo Dini, coi voti del centro-sinistra.

Così in punto di diritto.

Da un punto di vista politologico, invece, la situazione è ben più complessa per le numerose e gravi “contraddizioni”, apparentemente insanabili, in particolare emerse durante la crisi di governo, ma in fondo da sempre presenti nell’attuale contesto politico. Ne ricordo 7.

  • Prima delle elezioni politiche del 2018, gli esponenti del M5S avevano detto, in tutte le sedi e in tutte le salse, che “correvano da soli” e che inappellabilmente non si sarebbero alleati con nessuno, men che meno con Lega o PD. Per converso, dopo le elezioni il M5S – re melius perpensa e dopo un infruttuoso contatto con il PD – accettava di formare un governo con la Lega.
  • Com’è noto, il governo giallo-verde ha vivacchiato, con diversi ma non insanabili contrasti fra i due alleati, almeno fino a poco fa. Infatti, a distanza di poco più di un anno, il segretario della Lega e Ministro degli interni, M. Salvini – paradossalmente proprio dopo aver “incassato” il consenso parlamentare sul c.d. decreto sicurezza, avendo così in apparenza “ricucito” i rapporti con il leader dell’altro partito di coalizione, L. Di Maio – forte dei sondaggi elettorali, apre la crisi (extraparlamentare) chiedendo le dimissioni del Governo.
  • Tuttavia poi – di fronte al rifiuto di dimettersi da parte del Presidente del Consiglio Conte, che ha esposto le sue ragioni in Senato (parlamentarizzando la crisi) – Salvini non ha dato coerentemente seguito alla mozione di sfiducia.
  • Di più: lo stesso Ministro degli interni – improvvisamente consapevole (come dice Carlo De Benedetti) che il Viminale non è il Quirinale, e che dunque non spettava a lui indire le elezioni – nonostante avesse aperto la crisi, si dichiarava disponibile ad approvare la riforma costituzionale volta a ridurre il numero dei parlamentari, fingendo di non sapere che un’operazione del genere avrebbe allungato la vita del governo di almeno sei mesi.
  • Infine – in preda ad una sorta di disperazione (o lucido ripensamento?) – lo stesso leader della Lega proponeva un rimpasto di governo, indicando in Di Maio, proprio l’avversario/competitor, il possibile Presidente del Consiglio.
  • Nel frattempo, il M5S ed il PD – i cui esponenti avevano detto che mai avrebbero fatto accordi fra loro – improvvisamente scoprono di essere “compatibili” e su questa base nasce addirittura il secondo governo Conte, c.d. giallo rosso.
  • Da ultimo, per reazione alla situazione creatasi, ora Salvini – attaccando Di Maio – lamenta ironicamente che per passare dal Ministero del Lavoro a quello degli Esteri bisognerebbe essere dei geni e che lui non ce l’avrebbe fatta, dimenticando che invece lui stesso riteneva proprio Di Maio in grado di fare, subito, addirittura il Presidente del Consiglio.

Come s’è detto, al di là delle 7 indicate, troppe e troppo evidenti sono le “incongruenze”, le “incoerenze” e le “contraddizioni” logico-politiche presenti in questa fase della vita politica per considerare ordinaria amministrazione quel che è successo. È vero che “in politica non esiste la parola mai”, che “i governi si fanno e si disfano” e che “bisogna fare i conti con la realtà”, ma il rischio è che molti italiani, anche quelli più carichi di ideali, restino confusi e si allontanino sempre più dalla politica, finendo col credere davvero alla tesi sconclusionata secondo cui la “distinzione fra destra e sinistra” non esiste più, per cedere, se non al qualunquismo, alla rassegnazione e al pessimismo.

In particolare, il sovrapporsi di due fenomeni negativi speculari – la continua volubilità dell’elettorato e il reiterato trasformismo delle forze politiche – non promette nulla di buono. Che fare? Come la storia più recente del nostro Paese ormai avrebbe dovuto insegnarci, senza illudersi troppo sugli strumenti di democrazia diretta, urge semmai ridurre il peso dei sondaggi e rafforzare la democrazia rappresentativo-parlamentare, riformando in senso maggioritario il sistema elettorale al fine di favorire il bipolarismo e consentire un minimo di stabilità di governo. Purtroppo tutto il contrario di quel che il nuovo esecutivo sembra accingersi a fare.

In conclusione, anche se forse è presto per dirlo, il nuovo governo non pare espressione di una vera alleanza politica “strategica”, quanto piuttosto un semplice “matrimonio di interesse” fra M5S e PD, due partiti intrinsecamente alternativi e comunque competitivi su un segmento di elettorato in gran parte comune. Vedremo che succederà. Ma in questo contesto il secondo governo Conte probabilmente è destinato a restare in vita (sempre che tutto vada bene: e non è detto) non fino alla fine della legislatura (marzo 2023), ma solo fino al termine del settennato di Sergio Mattarella (febbraio 2022), ossia fino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, vero obiettivo – insieme a quello di impedire le elezioni – dei due partiti coalizzati.

Realpolitik, sì, ma che tristezza!