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Venerdì, 22 Novembre 2019

Vita e morte di Roberto Elia, l’anarchico catanzarese compagno di Sacco e Vanzetti

«This is my only title of honor». È il mio solo titolo d’onore. Potrebbe essere scambiato per un blank verse shakespeariano. 

Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco

No. È semplicemente l’asciutto, fiero rifiuto che Roberto Elia oppone all’avvocato Walter Nelles che cerca di sottrarlo all’espulsione dagli Stati Uniti. Deve solo ammettere, pro forma, di non essere un anarchico. È un giorno di maggio del 1920. Siamo a New York. Anzi, per essere precisi, in una cella di Ellis Island. Solitamente qui arrivano gli emigranti, dall’Irlanda, dalla Grecia. Dall’Italia. Sono arrivati a milioni, a cavallo tra Ottocento e Novecento, inseguendo il sogno americano. No. Roberto Elia, si trova a Ellis Island, ristretto in cella, perché in procinto di lasciare l’America, espulso anzi deportato in forza dell’Immigration Act del 1918, provvedimento approvato dal Congresso degli Stati Uniti per rendere più facili l’allontanamento di tutti coloro che possono essere compresi in una molto ampia definizione di anarchismo, con procedure amministrative senza passare attraverso un regolare processo. Sull’accusa, nulla da eccepire. 

Lettera di Vanzetti a Elia

Elia è anarchico convinto, uno dei più autorevoli esponenti dell’ala antiorganizzatrice del movimento di lingua italiana operante negli States nei primi due decenni del XX secolo, compagno di lotta, tra gli altri, di Luigi Galleani, Andrea Salsedo, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Roberto Elia era giunto a New York il 30 agosto 1906 dopo 13 giorni di navigazione passati sul piroscafo Prinzess Irene proveniente da Napoli. Era nato a Catanzaro nel 1871, figlio di Raffaele, fabbro con officina autonoma aperta sulla centralissima piazza Vecchia, più conosciuta ancora oggi con l’appellativo popolare de I Coculi, in effetti esponente della piccola e laboriosa borghesia cittadina in una Catanzaro che all’epoca contava venticinquemila abitanti, provincia di vivace elaborazione culturale e politica.

Park Row sede del Bureau of Investigation

Il papà Raffaele coltiva per i due figli maschi, Roberto e il più piccolo Riccardo, aspirazioni di ascensione nella scala sociale da lui stesso sperimentata sposando Teresa Apollari, figlia di Ambrogio, uno degli avvocati più illustri del Foro di Catanzaro e apprezzato amministratore pubblico. Ma Roberto, lettore vorace delle riviste socialiste, formato nel mito dell’umanesimo operaista di Prudhon e Marx, non lo asseconda. Dopo la maturità liceale preferisce lavorare in tipografia, diviene esponente delle leghe operaie, si fa apprezzare come militante socialista, viene attinto da qualche denuncia per oltraggio e violenze a pubblico ufficiale in occasione di manifestazioni contro il caro vita e per il lavoro. Gli frulla in testa la sua stessa data di nascita, il 29 luglio, coincidente con il giorno del 1900 in cui l’anarchico Gaetano Bresci, appositamente rientrato da Paterson, New Jersey, ha colpito a morte il re Umberto I per vendicare la strage compiuta dal generale Bava Beccaris a Milano nei giorni della rivolta del pane. Ma queste sono ancora solo suggestioni. Il giovane Roberto si appassiona, lotta, dibatte, organizza, viene notato dai dirigenti del Partito socialista che all’epoca aveva localmente in Camillo Loriedo ed Enrico Mastracchi gli esponenti di rilievo anche nazionale. Nel 1904 Elia si trasferisce nella vicina Nicastro dove lavora come scrivano nello studio legale di Loriedo e dove il partito gli affida la segreteria della sezione, mentre collabora attivamente con il giornale socialista Calabria Avanti. Insomma, è un giovane dalle brillanti prospettive di carriera politica. Non gli basta. Il partito, con i suoi eccessi di burocrazia militante, le sue costruzioni piramidali, i suoi riti elettorali, gli vanno stretti. Per lui, proletario tra i proletari, non c’è spazio per tatticismi, compromessi e tattiche attendiste. Vuole esercitare da subito la sua vocazione libertaria, senza vincoli di autorità, senza divieti organizzativi, uno fra i tanti in lotta comune per la libera anarchia. Sa, lo legge e glielo raccontano gli immigrati di ritorno, che gli Stati Uniti sono terreno fertile: la lotta di classe serpeggia nelle fabbriche e nelle aziende manifatturiere del capitalismo dinastico delle grandi famiglie liberiste, la manodopera multietnica è sfruttata dovunque perché formata da immigrati disposti ai lavori più umili e massacranti pur di non dovere ammettere la disillusione, e con essa la sconfitta e il ritorno in patria a mani vuote, più poveri di prima. Così, Roberto Elia abbraccia l’anarchia e sbarca in America. Vi rimane 14 anni. Dimora dapprima a New York, in Elisabeth Street, Little Italy. Nella stessa strada, abitata in prevalenza da calabresi pugliesi e siciliani, è attivo un circolo anarchico aderente alla fazione antiorganizzatrice dei galleanisti, cosiddetta perché ispirata da Luigi Galleani, vercellese, il maggiore animatore del movimento anarchico di lingua italiana negli Stati Uniti, fondatore ed editore per quindici anni, dal 1903 al 1918, della rivista Cronaca Sovversiva, settimanale diffuso in 5000 copie distribuite in numerosi States e anche in Italia, sulla cui testata campeggia il motto oraziano “Ut redeat miseris, abeat fortuna superbi “ – La fortuna lasci i potenti per andare dai miseri -. La redazione è prima a Barre, nel Vermont, poi si sposta a Lynn, Massachusetts. Elia, che trova lavoro come tipografo, si avvicina agli anarchici, ne diventa autorevole sodale e scrive anche su Cronaca  Sovversiva, con stile ruvido e incisivo, diretto e poco retorico. Si trasferisce lui stesso a Barre, capitale americana del granito in cui numerosi sono gli scalpellini provenienti da Carrara. Questo un brano, tratto da un articolo intitolato Discorrendo di comunismo, pubblicato su Cronaca il 16 novembre 2012, in cui dà la sua definizione di anarchia: «La negazione di ogni forma di governo e di oppressione, la negazione di ogni pregiudizio derivante dalla morale costituita nell’interesse delle classi dominanti, il trionfo completo della libertà integrale dell’individuo che potrà esplicare ogni sua attività, soddisfare ogni bisogno senza guida di nessun tutore, come un minorenne emancipato per ragion d’età».

Roberto Elia

Nel giro di qualche anno prende in mano l’amministrazione del giornale, ne rimette in sesto il bilancio. Nel dicembre 1912 lascia l’amministrazione, in coincidenza del trasferimento della redazione a Lynn, ma incrementa la sua produzione pubblicistica e l’attività di propaganda e azione sul campo. Gli anarchici inaugurano una nuova stagione di lotta contro il sistema capitalistico degli Stati Uniti che si trovano adesso, mente inizia il primo grande conflitto mondiale, in piena depressione e con una moltitudine di disoccupati. Non può esistere mediazione. Le corporazioni sindacali ufficiali non hanno interesse a tutelare i non regolari, le azioni repressive del governo si fanno stringenti, il capitalismo si fa se possibile ancora più oppressivo. Gli anarchici abbracciano la strategia della tensione. Molti di loro, ed Elia fra essi, coerentemente con le loro idee pacifiste rifiutano la registrazione nelle liste di leva e cercano riparo in Messico. Alla fine del conflitto, anche sulle ali delle notizie che giungono dalla Russia, rientrano sulla East coast  e scelgono la via breve alla sovversione. La strategia prevede di seminare il panico con attentati diretti a uomini e sedi delle istituzioni. Una prima ondata di attentati viene compiuta il primo maggio1919 con l’invio postale a diverse personalità di una trentina di pacchetti contenenti una carica esplosiva che non può causare altri danni se non un grande spavento. Ben più consistente la resa dinamitarda del secondo atto compiuto direttamente preso case e uffici intorno alla mezzanotte del 2 giugno a Boston, New York, Washington, Filadelfia e altre città. Questa volta ci sono due morti: una guardia notturna che passa vicino all’esplosione per caso e uno degli attentatori, Carlo Valdenoci, che salta in aria mentre colloca l’ordigno sul portone della casa del procuratore generale degli Stati Uniti, Mitchell Palmer. Questa volta l’impressione è enorme, la repressione adeguata, monta la risposta degli apparati contro la Red Scare, la Paura rossa. Non ci sono evidenze di una partecipazione diretta dell’anarchico catanzarese alle azioni violente. Una delazione lo coinvolge nell’inchiesta: una risma di carta del tipo di quella usata nei volantini accompagnatori degli attentati viene trovata il 25 febbraio 1920 nella sua Brooklyn Art Press di New York. Gli uomini del futuro capo dell’Fbi John Edgar Hoover lo prelevano e lo portano dapprima alla stazione di polizia di Brooklyn, poi nella prigione di Raymond Street e solo l’8 marzo al quattordicesimo piano di Park Row Building, sede del Bureau of Investigation., dove trova già recluso il suo collega tipografo e compagno Andrea Salsedo, più tardi rubricato come “l’anarchico che scoprì di non saper volare”. È lo stesso procedimento che renderà famosi e riprodotti in film e canzoni Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Elia e Salsedo vengono interrogati per diverse settimane, trattenuti irregolarmente, senza processo. I due, diversi caratterialmente, subiscono trattamenti diversi. Salsedo, sposato, con prole, più apprensivo e incline ai dubbi e al pessimismo, subisce interrogatori più duri e violenti, fino alla tortura. Elia, senza legami familiari prossimi, più calmo e riflessivo, tiene testa agli agenti del Bureau, concede agli investigatori ciò che non può recare danno alla causa, e non subisce violenze particolari. Nella notte tra il 2 e il 3 maggio 1920 Salsedo precipita dalla finestra della sua cella sul selciato sottostante. Non è dato sapere se suicida o suicidato. Elia, testimone scomodo, viene traferito il 5 maggio in una cella di isolamento nel padiglione carcerario di Ellis Island, più volte interrogato, in attesa del decreto di espulsione. Solo la mattina del 7 agosto 1920, accompagnato da tre agenti, sale sul ponte del piroscafo Patria con destinazione Napoli e poi Catanzaro. Nella città calabrese Roberto, quasi cinquantenne, dapprima viene accolto in casa dal fratello Riccardo, poi prende in affitto una stanza in centro, in vicolo I° di Dietro il Monte al numero 7. Sempre seguito dalle attenzioni della polizia, costantemente oggetto di relazioni da parte del ministero dell’interno allertato dal consolato americano, riprende il suo lavoro di tipografia, apre una copisteria nell’antica via dei Tribunali, prosegue nella sua militanza, organizzando con Bruno Misefari il primo Convegno anarchico calabrese tenuto a Reggio Calabria il 15 gennaio 1921. Intanto, trova il tempo di ammalarsi. Tubercolosi. Intraprende diversi viaggi di cura a Napoli, dove alla fine lo coglie la morte l’11 gennaio 1921 mentre è degente all’Ospedale della Pace. Viene seppellito nel cimitero di Poggioreale. Oggi della sua tomba non c’è traccia, probabilmente distrutta dai bombardamenti caduti su Napoli nel corso della Seconda Guerra.

Il diverso trattamento subito nel corso degli interrogatori a Park Row da parte del Bereau e la sua espulsione senza processo hanno contribuito a far nascere sospetti circa sue eventuali delazioni. Non è così, come è autorevolmente testimoniato a posteriori dalla lettera inviata da Bartolomeo Vanzetti all’amico Roberto dal penitenziario di Charlestown, Massachusetts, il 9 luglio 1924. Sacco e Vanzetti, accusati di omicidio volontario, al termine di uno dei più ingiusti processi della storia giudiziaria degli Stati Uniti moriranno sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927. Nella lettera Bartolomeo scrive, sulla scorta di quanto ha letto sul periodico anarchico Fede: «Oggi, nell’ora del pranzo, appresi da “Fede” che sei degente all’Ospedale. Ora ti scrivo d’in sul lavoro. E scrivo nella speranza che questa mia ti trovi migliorato, se non completamente ristabilito. Ti prego di stare di buon animo, di averti ogni cura e di volere guarire. Lo devi per noi, per te, per la buna causa a cui tanto hai dato e che ha tanto bisogno di buoni militi. Io di salute sto bene, per il resto, vada come può. So anche le vicende d’Italia. Abbiti affettuosissimi e un abbraccio. Coi migliori auguri. Tuo Bartolomeo V.». La lettera arriva all’Ospedale della Pace un mese dopo la morte di Roberto Elia. Le vicende d’Italia, intanto, hanno preso una strada lontanissima dall’anarchia. Da lì a pochi mesi sarà assassinato per mano fascista Giacomo Matteotti.

Questa straordinaria storia viene raccontata nel libro, ricco di note e di documenti originali frutto di ricerche dirette, di Aldo G. M. Ventrici “Roberto Elia – L’anarchismo antiorganizzatore negli Stati Uniti di primo ‘900”, pag. 386, La Rondine Edizioni, 2019. Aldo Ventrici, scrittore e storico, è pronipote dell’anarchico, essendo figlio di Concetta, figlia a sua volta di Riccardo, fratello minore di Roberto. Nelle sue opere, ormai numerose, recupera avvenimenti e personaggi poco conosciuti del passato catanzarese meritevoli di figurare nella storiografia nazionale. In questo ambito, attualmente sta lavorando su vita e opere del gesuita catanzarese Giovanni Battista Zupo, matematico, naturalista e astronomo della prima parte del’600, accademico nel Collegio gesuitico di Napoli, che, pur nelle restrizioni ideologiche imposte dall’imperante Inquisizione, illustrava e promuoveva le nuove acquisizioni scientifiche di Galileo Galilei.