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Venerdì, 22 Novembre 2019

L’embolo creativo di Piero Procopio, attore e autore del teatro dialettale calabrese

Il teatro dialettale calabrese ha lungamente sofferto dell’assenza di una tradizione riconosciuta, sopperendo con un alto tasso di spontaneismo a deficienze di vario ordine e grado.

A questo si correla la scarsità di studi critici sull’argomento, mitigata da taluni sporadici anche se illuminanti interventi per di più da ascrivere alla pubblicistica antropologica più che letteraria. In essi, andando per astrazione, si individuano diverse concause del flebile repertorio condiviso, come la storica mancanza di un centro politico univocamente assimilabile a una corte, lo scollamento tra una intellettualità d’élite e il movimento popolare abilitato alla produzione scenica, la dipendenza genealogica da rappresentazioni religiose e farse carnascialesche, la povertà di produzione scritta rispetto alla preponderante trasmissione orale. Quando, con l’irrompere di Scena Verticale nel panorama nazionale, il dialetto calabrese si è liberato da una condizione di subalternità anche caratteriale, è sembrato che il salto qualitativo fosse così evidente da non essere rappresentativo della realtà diffusa dei pur numerosi palcoscenici regionali, sui quali, con fatica, determinazione ed entusiasmo si misurano protagonisti che tentano di imporre dal basso e nel corrente tempo quella tradizione a lungo latente.

Ne è esempio Piero Procopio, attore e autore di teatro dialettale catanzarese che è riuscito a ritagliarsi una fetta di pubblico affezionato e impaziente di seguirne prove e performance. Sui palcoscenici si muove ormai con agilità e competenza distribuendo molta ilarità con qualche spruzzata di saggezza e varia umanità. Portato dell’età che avanza, essendo nato nel 1964. Lo diciamo per stuzzicarlo un po’, all’esordio del nostro colloquio che si è svolto a pochi metri dal sipario di velluto rosso del suo teatro, l’Hercules.

«Ciò che conta è la nascita artistica. Avvenuta, diciamo, qualche anno fa, quando sono arrivato quasi per caso alla corte del compianto Nino Gemelli, che è stato il padre putativo del teatro dialettale se non calabrese, sicuramente catanzarese. Nelle stagioni in cui l’ho frequentato con assiduità, dal 1996 al 2004, ho imparato il più possibile. Stagioni in cui sono diventato il suo alter comico naturale, divertendomi tanto, ma proprio tanto. Venendo a mancare Gemelli, ho iniziato a camminare con le mie gambe. Nel 2003 ho messo in piedi un'associazione culturale denominata Hercules, dalla quale è nata la compagnia di teatro Hercules, e questo teatro omonimo, il luogo della mia creatività. Hercules non vuole evocare, se non per richiamo grafico, il mito delle sette fatiche, semplicemente è un omaggio a mio padre che si chiamava Ercole».

Quando racconta, Piero Procopio è come se recitasse. Muove braccia e corpo per suggerire tensione, la mimica facciale accompagna moti d’animo, risate e modulazioni di tono mettono una spunta ai passaggi cruciali.

«Del resto la mia prima commedia autografa, nel 2004,  si intitola “Bell’e papà”, che ha dato inizio alla vocazione autorale, un lungo fluire cominciato modestamente, da vero giullare di provincia fino a trasformarsi in attività professionale, nel teatro e nel cabaret. Come è facile capire, con questo mestiere è difficile vivere in una piccola città come Catanzaro, anche se la compagnia arriva in tutta la Calabria e anche oltre. Anche così il riscontro monetario non è alto, non dico basso per non passare come uno che si lamenta sempre, ma il teatro è in sé forma di arte povera. Lo sapevamo quando abbiamo iniziato a trainare questo carretto, io anche a scrivere i testi teatrali che mi sono cucito addosso, con il materiale umano a disposizione, trovando spunti negli incontri di tutti i giorni, per la strada. Il nocciolo duro della produzione è costituito da questo materiale scritto dal 2004 al 2010: dopo quindici anni testi scritti da me, ma anche da Gemelli. O dal mio altro mentore, Ciccio Viapiana, un altro grande nome del teatro in dialetto catanzarese».

Piero, non usi il termine vernacolo, forse poco più ricercato. Personalmente ci fa piacere. Non per ragioni tecniche, ma solo per assonanze. Vernacolo è simile a cavernicolo. Dialetto ha molto di diletto …

«Il dialetto che uso  - Procopio annuisce sorridendo - è leggermente modificato rispetto all’originale. Ho dovuto dare una curvatura a certe asperità sintattiche e alcune difficoltà linguistiche per renderlo maggiormente fruibile al pubblico giovane o non in contatto quotidiano con il dialetto di strada, che già da parte sua è mutato nei decenni. Si è italianizzato. Tocchiamo tutta Italia con i nostri spettacoli che, quasi in maniera automatica, si sono “macchiati” di italiano, uso questa parola forse un po’ irriverente. Diciamo “contaminati”, che è meglio. Se il testo lo contamini di italiano la fruibilità arriva al novanta per cento degli spettatori, da Foligno a Caltanissetta a Salerno. Se vieni a vedere gli spettacoli, alla fine mi devi capire, devi intendere ciò che voglio dire. Penso che questa sia una peculiarità del mio teatro, che descrive un mondo tradizionale ma non per questo chiuso agli influssi del moderno, del contemporaneo».

Ecco, proprio qui volevo arrivare. Come fai ad aggirare l’ostacolo dei temi, dei personaggi rispetto alle aspettative di un pubblico sempre più conformato alle serie tv, o anche solo ai talent?  Parlo soprattutto del pubblico giovane, ma non solo.

«Quasi sempre racconto vizi e virtù delle classiche famiglie calabresi, ciò che accade davvero nelle famiglie del Sud: il marito brontolone e l'eventuale moglie maniaca della pulizia, luoghi comuni forse, ma che appartengono al novanta per cento delle coppie in Calabria. Sono stereotipi che appartengono di sicuro ai gradini bassi della scala sociale, se vogliamo usare questo termine. Parlo del popolo, perché sono appartenuto al popolo e mi è più vicino di quanto possa essermi il ceto agiato. Tratto dei personaggi che ci sono in qualsiasi bar di periferia. Incontro una persona e dico: questo è un mio personaggio. Ne ho portati tanti in scena, imitandoli. Che so, il primo che mi viene in mente: c’è un  parcheggiatore abusivo che bazzica nella piazza della Provincia, non so come si chiama, ma a Catanzaro lo conoscono tutti. L'ho imitato in una commedia che si intitola “Lo Sciupafemmine” in cui impersono uno sfigato sempre con la canottiera sciancata, i pantaloni alla zuava, la cinghia e l'avvolgibile legata alla pancia. Così messo, vado da questo sciupafemmine perché mi insegni a sedurre le donne: una roba di alta comicità, da quanto capisco osservando la risposta in risate delle mie commedie».

Dai, ancora qualche esempio. Tante volte passiamo accanto a cose o persone di cui non sappiamo immaginare eventuali sviluppi.

«Allora, ho scritto una commedia che si intitola “Troni e lampi”  - “Troni” bisogna pronunciarlo alla Trump - ambientata in una casa di riposo. Mi trovavo per un laboratorio teatrale a Ravenna, ospite in un antico monastero, adibito a B&B. Molto grande, dai lunghissimi corridoi. Le suore, è vero eh, per andare da un ufficio all'altro usavano monopattini elettrici: una roba … Le vedo sfrecciare e penso: questo è un soggetto per una commedia da Formula 1. Da quell’embolo di idea ho scritto un lavoro con una storia complessa molto comica ma anche molto pensosa, bella. La scheggia parte ovunque. Quando meno te lo aspetti».

È chiaro l’ambito in cui ti muovi. C’è una modernità di contesto che si inserisce in stereotipi caratteriali. Vizi e virtù di sempre che si scontrano con l’attualità.

«Ancora, ho scritto “A Carbinera” che ha fatto ridere un po’ meno, ma pazienza. Ambientata nel 1960-65, era in costruzione l’autostrada del Sole e il cantiere doveva passare dal fondo del quale “la carabiniera” del titolo è la padrona. Aveva tutto un latifondo disponibile, tranne un ”tumulu” di terra di proprietà di un  pecoraio. La “carabiniera” sa che se offre tutta la terra potrà ricavare un prezzo migliore, altrimenti suscettibile di ritocco al basso. E allora si dipana tutto un delirio su questo “pecoraro” più tosto che il ferro nel non volere concedere il suo piccolo appezzamento. Questa storia mi ronzava in testa da un po’, però l’embolo, come lo chiamo io, parte sempre da qualcosa di immediato, di casuale. Ero al mare e c'era questa donna di 60-65 anni, abbronzatissima, capelli cotonati sulla riva a prendere il sole, gioielli dappertutto. Aveva una decina di nipoti e riusciva da seduta a controllarli tutti. A un certo punto sento una donna, doveva essere la figlia, che per scherzare la chiama “a carbinera”. Tac. Da qui è nato il personaggio. Ma te ne posso raccontare un’altra, se ti fa piacere: “Abbasta ch’è masculu”, 120 repliche, un cavallo di battaglia che ha avuto successo in ogni dove, finanche a Bolzano, uno dei migliori spettacoli che ho fatto. Tutto è partito dal fatto che mi dovevano operare di emorroidi: nella mia stessa stanza d’ospedale c'era un ragazzo omosessuale dichiarato, di una simpatia unica, travolgente. «Cosa avete”, mi domanda a un certo punto. «E che cosa ho – rispondo – ho un bruciore di sotto che non puoi capire». Al che lui fa: «E se non vi capisco io…».  Da qui è nata “Abbasta ch’è masculu”».

E qui siamo alla quintessenza dello stereotipo. Mi rendo conto che potremmo andare avanti ancora per molto. Mi tocca chiederti del futuro, del prossimo embolo, per dirla con le tue parole.

«L'ultimo lavoro l’ho in mente, e lo devo ancora scrivere: è un dramma. E qui sorge un problema. La gente mi conosce come comico. Un po’ come è successo con Abatantuono, ricordi “Terruncella” eccetera. Tutti ridevano. A un certo punto con Pupi Avati fa una parte drammatica, una grande interpretazione.  Io che sono il suo primo tifoso, sono andato al cinema. Quando ho capito che non faceva ridere sono rimasto spiazzato, porca... Però è bravo, mi dicevo,  però mi è piaciuto.  Perché dai comici nasce la drammaticità più intensa, guardiamo a Totò, a Edoardo. E allora … anche se ci ho già provato una volta. Ecco, avevo visto un telefilm dove si parlava di una ragazza malata terminale.  Ho cambiato un po' il soggetto, l’ho ammorbidito, se così si può dire, per farlo mio. La mia storia parla di una ragazza di 28 anni con un tumore al cuore, una patologia molto rara. La ragazza ha una sorella e un padre, che ho immaginato come un comico mancato, ha la fissa per la quale “se quel giorno in cui ho fatto il provino a Saxa Rubra ci fosse stato Pippo  Baudo, era fatta, mi avrebbero preso”, sarebbe diventato famoso. Invece è uno  con pochissimo talento e vive di quel ricordo per di più distorto. Il padre è tutto concentrato sulla figlia malata e non degna nemmeno di uno sguardo l'altra figlia che combina cazzate per dire: “guarda che esisto anch'io”. C'è una frase da dove è partita la scheggia che ha fatto la commedia. La sorella malata dice alla sana: “Io non ho paura di morire, io ho paura che voi vi dimentichiate di me”. Da qui ho cercato di costruire una storia credibile, che avesse un minimo di leggerezza. Pur  centrata  su cose tristi. Alla fine al teatro Comunale abbiamo fatto tre pienoni, i fazzoletti andavano a mille. È stato lo scorso inverno, con “Quel cuore che ti amava tanto”. La  mattina dopo una marea di telefonate: “Ma Piero, ero venuto per ridere ma mi facisti ciangira, però fu bella bella. Ma, disgraziatu, nomma ti permetti cchiù, con te voglio ridere”».

A proposito di Abatantuono, non possiamo sorvolare sulla tua partecipazione a “Eccezionale veramente”. Un buon successo personale, anche se ti cimentavi nel cabaret.

«Come cabarettista nel 2017 ho fatto tre puntate di  “Eccezionale veramente” con Diego Abatantuono, Selvaggia Lucarelli e altri noti su La7. È stata un'esperienza fantastica: il mio punto di riferimento come comico è stato sempre Abatantuono. Era un talent in cui aspiranti comici, anche già avviati sulla strada del professionismo, si mettevano in gioco nel proporre le loro performance davanti a una giuria di esperti. Non ha riscosso molto successo, la 7 non è una rete ammiraglia, ma comunque avere in media 900 mila spettatori in tutta Italia, per 3 puntate, essere arrivato in semifinale, non essere entrato per poco nella finale, è stato molto importante. Non avevo certo l’ambizione di andare a vincere. Però tra i sei che sono arrivati in finale ci potevo stare. Abatantuono non l’ho conosciuto più di tanto, per motivi di opportunità non ci facevano avvicinare  ai giudici e ai conduttori. Però ricordo che, passandomi davanti nei corridoi dello studio, quella montagna d’uomo si è fermato un attimo per dire: “Tu, Piero Procopio, continua così che mi piaci”. Poi una pacca sulla spalla che per poco non me l’affloscia: un momento soave.

Andare a Milano a registrare, italianizzare i testi al cento per cento con una scrematura dei termini dialettali più ostici, con un certo allungamento dei tempi perché in italiano devi usare cento parole quando in dialetto ne bastano sessanta,  non è facile. Il dialetto comprime, circoscrive in modo immediato e veloce circostanze e situazioni, tutti i dialetti non soltanto il nostro. Mi sono rivisto, il ritmo è risultato un po’ lento rispetto all’usuale, ma la gente ha riso a ogni battuta esattamente quando mi aspettavo che ridesse. Vuol dire che i contenuti comunque sono passati verso il pubblico e verso i giudici: non ho vinto la Coppa del mondo, ma per me è stata tantissima roba».

Parliamo adesso della tua attività di gestore di un'attività che implica anche fare impresa. Questo teatro, l’Hercules, l’hai costruito tu, materialmente.

«Questa cellula teatrale è nata nel 2007. Qui abbiamo fatto tante edizioni di “Dialettando” che è una delle due rassegne che porto avanti da anni,  la seconda è “Procopio e dintorni” che è al terzo anno di teatro Comunale. Al Comunale presento otto spettacoli all’anno, tutti miei, uno al mese e ogni volta facciamo sold out. Non perché sono bravissimo, ma perché la gente dice: “È domenica, andiamo da Procopio che ci togliamo i pensieri dalla testa”, lo dico proprio in maniera spicciola, ma tant’è.  Invece qui, al teatro Hercules di Catanzaro Sala, occupo questa location di proprietà della Società Bocciofila Sala che è accanto e infatti se ti affacci vedi due campi da bocce. Questo l'ho costruito io insieme a un'altra persona, ho preso in fitto e c'ho fatto tutti i lavori per renderlo un luogo vivibile e fruibile, con palco platea servizi eccetera. Sono insieme a una scuola di ballo, qui facciamo le prove, qui facciamo il laboratorio per i ragazzi, qui facciamo il laboratorio per l'Associazione 50 e più ma poi ci sono anche i quarantenni e i trentenni. Qui facciamo laboratori di “Yoga della risata”, qui teniamo laboratori di “Trucco e parrucco”, qui si fa danza, si fa musica, è una cellula dove si fa cultura a tutti gli effetti.  Siamo in periferia e qui la gente deve venire apposta. Siamo estrema periferia, a ridosso del torrente Fiumarella, sotto il ponte della ferrovia, e ogni volta che dico “venite a teatro”, tutti fanno “ma dov’è” e ogni volta devo spiegare … In altri giorni, non questo, prendo  i quadernoni, penna e calamaio e scrivo ciò che mi passa per la testa. Questo per me è il luogo della magia…».

Una cosa che Piero Procopio ancora non ha fatto e vorrebbe succedesse.

«Una cosa a cui ambisco da tanto e ogni volta sfugge …  Il prossimo anno sarò a Toronto, già sono stato per i Calabresi nel mondo a Montreal che è a 300 chilometri da Toronto, sono stato a Buenos Aires, sono stato a Zurigo, ho girato veramente tanti posti, a parte l’Italia. Mi piacerebbe portare la compagnia teatrale a Toronto, in Canada, per godere assieme. Non ci sono i parametri monetari per far viaggiare 12 persone, quando mi chiamano dicono “vieni da solo”. Fare il cabaret è bello, però condividere la gioia del palcoscenico con tutta la compagnia sarebbe una grande cosa. Sono stato a Montreal in un centro che si chiama Leonardo da Vinci dove c'era un teatro grande quanto il Politeama, di 1800 posti e  vederlo riempito di italiani e calabresi che acclamano è tantissima roba».

Una cosa che Piero Procopio ha fatto e non vorrebbe ripetere. E con questo chiudiamo.

«Una volta ho fatto una battutaccia al preside di un liceo dov'era andato a proporre una mia commedia ignorando alcune cose, faccio ammenda. Avevo fatto il giro delle scuole per proporre i miei spettacoli, e sono andato anche in quel liceo. Subito il preside: “Sì certo, come no, ben volentieri, qui facciamo tanto teatro. E, ditemi, cosa fate? Cosa ci proponete, Sofocle Antigone…”. “No, veramente faccio teatro dialettale”. “Oh, dio mioooo…, signor Procopio, ma noi qua facciamo Plauto, noi facciamo Terenzio…” . “Avete ragione è stata una mia mancanza, non ci avevo proprio pensato. Però, posso dirvi una cosa: mio figlio a una scuola come questa non lo iscriverei mai, perché se una volta lo chiamano “cacumbaru” lo deve sapere cosa significa”. Però questo è solo un aneddoto, non lo scrivere».