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Sabato, 21 Settembre 2019

Oltre 40 anni di ricerche tra Calabria e Sicilia: l’omaggio del MArRC a Paolo Orsi, l’archeologo trentino innamorato del sud

Fino all’8 settembre in mostra al Museo Archeologico nazionale di Reggio.

Il percorso, co-finanziato dalla Regione Calabria nell’ambito di un programma europeo di valorizzazione del sistema dei Beni Culturali, è il risultato della felice collaborazione il Museo calabrese e il Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” di Siracusa.

I contadini di Locri lo chiamavano “U professore”. Anche se, come scrisse di lui l’amico Enrico Gagliardi - che ospitò Paolo Orsi nei suoi soggiorni a Monteleone di Calabria (l’antica Vibo) - il maestro dalla “fronte spaziosa, i pochi capelli lisci che modellavano il cranio, la barbetta grigia, il portamento rigido, quasi militare” più che un archeologo sembrava un ufficiale. Il visionario, austero studioso di Rovereto innamorato del sud, “una figura mitica” come lo ha definito Carmelo Malacrino, direttore del Museo Archeologico nazionale di Reggio - intitolato proprio a Orsi - è al centro di un suggestivo percorso in corso fino all’8 settembre. La mostra dedicata all’illustre archeologo, considerato tra i capostipiti della ricerca archeologica in età moderna, è stata curata dal direttore del MArRC e da Maria Musumeci, già direttore del Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” di Siracusa. È quindi il risultato della felice collaborazione tra i due principali musei archeologici di Calabria e Sicilia su un progetto co-finanziato dalla Regione Calabria, nell’ambito di un programma europeo di valorizzazione del sistema dei Beni Culturali e per la qualificazione e il rafforzamento dell’attuale offerta culturale presente in Calabria annualità 2018.

 “Paolo Orsi è la figura ‘capillare’ che ha immaginato, agli inizi del Novecento, la nascita del nostro Museo - ha commentato Malacrino -. Da tempo stiamo portando avanti questa iniziativa promossa da Calabria e Sicilia, le due regioni unite dallo Stretto. Nel rendere omaggio a questo che si potrebbe considerare il figlio di molte città calabresi, abbiamo dovuto effettuare un’operazione di sintesi, in un mare di informazioni. Quello adottato da Paolo Orsi è ancora oggi un modello di ricerca per tutti. L’archeologo di Rovereto ebbe una lungimirante intuizione nel comprendere che tutela e valorizzazione sono due aspetti di una sola missione di sviluppo culturale”.

 Tra i meriti riconosciuti all’archeologo di Rovereto vi è anche quello di avere ricostruito le strette relazioni tra Calabria e Sicilia nel corso dei secoli, fin dall’antichità.

“La mostra al MArRC - ha ribadito il presidente del Consiglio regionale della Calabria, Nicola Irto, tramite il suo portavoce Giampaolo Latella - rimarca l’esistenza di un’Italia unita, nella quale personalità del nord, e non solo, hanno offerto un contributo indispensabile al territorio. Ne sono un esempio, accanto al “visionario” Paolo Orsi, Ugo Zanotti Bianco, che come archeologo fondò nel 1920 la “Società Magna Grecia” insieme a Paolo Orsi, e il fondatore dell’Università della Calabria, Beniamino Andreatta. Si tratta di figure importanti dal punto di vista filantropico, sociale e culturale”.

Il percorso espositivo, forte di un allestimento ordinato e coerente, consta di cinque sezioni che riassumono le più importanti fasi della storia antica e medievale, riscoperta grazie alle ricerche di Orsi e alla sua attività di scavo, svolte principalmente tra Calabria e Sicilia.

Gli oltre 230 reperti in mostra - in parte inediti e restaurati appositamente per la mostra - scandiscono un percorso storico-biografico-tematico in forma trans-mediale che ben dialoga con il museo di Reggio.

Ad aprire il percorso, l’imponente complesso statutario del Cavaliere di Marafioti, dalle collezioni del MArRC, accanto alla seducente, seppur mostruosa, Gorgone in corsa, prestata del Museo siracusano, due capolavori dell’arte greca occidentale, datati V secolo a.C.

Una serie di pannelli descrittivi, accanto a un ritratto di Orsi, raccontano le tappe salienti della vita dell’archeologo: la nascita nella città trentina, all’epoca sotto il dominio asburgico, gli studi umanistici all’Università di Padova, i contatti con Luigi Pigorini e Federico Halbherr, la quarantennale attività svolta tra Calabria e in Sicilia, spostandosi in treno o a dorso di mulo con i suoi “mitici taccuini”, 151 libretti dai fogli quadrettati scritti a matita nei quali annotava scrupolosamente dati sugli scavi, osservazioni, riflessioni, notizie.

La prima sezione, dedicata alla protostoria, accoglie, tra i vari reperti, un frammento di vaso a fiasco, una coppa, una testina di toro arrivati da Siracusa e tutti datati V millennio a.C.

Scivolando nel percorso, tra le sale dedicate all’archeologia greca, a quella romana e al medioevo, una teoria di oggetti di grande fascino seduce ed emoziona i visitatori.

Ed ecco una sorprendente scodella da Ianchina (Locri) dell’VIII secolo a.C. parte delle collezioni del MArRC, un fermatrecce, un mestolo, e ancora antefisse, statuette femminili, tegole e maschere teatrali, colombe e pinakes, collane preziose. Tra i reperti si fa più volte fotografare l’oinochoe protocorinzia giunta da Siracusa e datata 720-690 a.C.

Un fregio ad arabesco con antilopi, pegasi alati, rapaci che attaccano cervi e pantere entro tondi, del XII secolo d.C, frammenti di piatti e alcune colonne chiudono il percorso espositivo che mette a disposizione dei visitatori anche un servizio di audioguide in quattro lingue e una lavagna interattiva per meglio indagare il lavoro dell’archeologo, gli strumenti da lui adoperati e il contesto storico

Durante le sue ricerche in Sicilia Orsi si imbatté spesso in vestigia di età post-antica: abitati, necropoli, affreschi, chiese rupestri, monete, che volle documentare con il consueto rigore scientifico.

Spetta a Orsi l’aver ridefinito il quadro insediativo della Calabria prima della colonizzazione greca, ma anche l’aver definito per la prima volta la facies sicula della Calabria meridionale. Fu l’archeologo di Rovereto ad aver identificato Medma, subcolonia locrese sul Tirreno, con il terrazzo del Pian delle Vigne di Rosarno, mettendo per la prima volta a conoscenza la comunità scientifica della produzione coroplastica medmea.

Sempre a Orsi si deve la scoperta del santuario di Apollo Eleo e dell’antica Crimisa - per sua stessa ammissione, lo scavo più bello “dopo quello di Locri, mai fatto in questi 15 anni” - e ancora l’indagine dei rapporti tra i Greci e le popolazioni indigene, le ricerche al tempio di Apollo a Ortigia, identificato come tale proprio dallo studioso. 

“Paolo Orsi - ha raccontato la direttrice del Museo siracusano, Maria Musumeci - è arrivato a Siracusa nel settembre del 1888. Questo approdo in Sicilia ha rappresentato una svolta nella sua vita. Visse in un albergo e dipinse la realtà fatta di povertà e miseria, esplorando con grande sensibilità luoghi impervi, mai raggiunti prima. Ebbe la capacità di cogliere il senso della storia anche quando non era ancora stata scritta. Quando, nel 1934, lasciò Siracusa, il suo addio fu molto triste. Sarebbe morto l’anno dopo nella sua Rovereto”.

Paolo Orsi fece probabilmente, attraverso l’archeologia, quello che il filologo tedesco Gerhard Rohlfs, alcuni anni dopo, avrebbe fatto con la lingua dei Greci di Calabria. Il loro passaggio era destinato a durare a lungo, segnando per sempre un’impronta indelebile, di scoperta e, insieme di rinascita, per il “Mezzogiorno” d’Italia.