Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Mercoledì, 24 Luglio 2019

L’Italia naviga a vista, se la politica è decidere di non decidere…

L’incredibile velocità con cui la società contemporanea cambia – se si vuole l’impressionante accelerazione del c.d. mutamento antropologico in atto – scombina, quando addirittura non rovescia, le scale di valori tradizionali cui ancora in teoria restiamo connessi. 

Tutto cambia così velocemente che o non si capisce quel che accade, e si resta basiti, o l’inconciliabile coesistenza del vecchio e del nuovo determina insanabili scontri etico-politici, destinati ad accentuare le fratture sociali.

Per esempio, l’Italia “era” (e, in parte, ancora è) un Paese tollerante e inclusivo, caratterizzato da una naturale solidarietà e da un’antica tradizione di accoglienza, al Sud di chiara derivazione greca: si pensi all’importanza del c.d. terzo settore e al ruolo storico del volontariato, laico e cattolico. Siamo “oggi”, invece – almeno nell’immaginario collettivo – fra i protagonisti europei, anzi mondiali, di una svolta xenofoba e antisolidaristica, che chiude i porti e vagheggia la costruzione di muri sui confini. Ma essere l’avanguardia dei processi storici purtroppo non sempre è una cosa buona (il precedente dell’esperienza fascista docet). Così pure, un Paese di antica saggezza come il nostro, non immemore della semplicità e della sobria concretezza delle sue antiche radici contadine, capace di risorgere laboriosamente nel dopoguerra, sembra in questo momento preda di futile consumismo e becero gossip. È un Paese strano: tende a spettacolizzare tutto, dalla moda alla politica, ma rimane isolazionista, protezionista, ripiegato su se stesso, pessimista. Spiace dirlo, ma è persino superata la vecchia distinzione di E. Fromm fra “essere” ed “avere”: quel che oggi sembra contare è soltanto l’“apparire”, che è persino meno dello stesso avere.

            Infatti, come accennavo all’inizio – in un modo largamente caratterizzato dall’immagine e dai social media, quindi manipolabile – tutto è rovesciato:

  • non conta la sostanza ideale di un preciso disegno politico, ma semplicemente la forma efficace della comunicazione politica (sui contenuti, alla fine prevale l’opportunismo qualunquista);
  • non conta l’effettiva qualità del progetto politico, quanto la capacità di venderlo meglio (la pubblicità è più importante del valore reale del programma politico in competizione/ commercio);
  • non conta la realtà, ma la percezione della realtà (per esempio, statisticamente da molti anni i reati si sono ridotti, ma l’Italia sembra in balia di bande di delinquenti che quasi giustificano un eccesso di legittima difesa);
  • non conta chi decide, ma chi pone la domanda (si pensi all’uso manipolatorio del referendum popolare, istituto simbolicamente principe della democrazia c.d. diretta. A che serve, per intenderci, decidere “liberamente” se la domanda è: preferite la morte per impiccagione o con la sedia elettrica?);
  • non conta se il tema al centro del dibattito politico è davvero importante, ma conta chi detta l’ordine del giorno (emblematica è la capacità del vicepremier Salvini, con il suo tweet mattutino, di dettare puntualmente all’opinione pubblica – n.b.: indipendentemente dal consenso sulle scelte politiche legate al tema – l’argomento del giorno: l’immigrazione, l’ordine pubblico, ecc.).

      Insomma, ciò che assiologicamente davamo per scontato fino a qualche anno fa, oggi non è più così sicuro. Anzi, proprio i tradizionali valori sociali di riferimento sembrano rovesciati: dai contenuti ideali alla vuota forma, dalla ricerca della qualità del progetto sociale al mero marketing, dalla realtà come base per l’azione politica alla mera percezione della realtà (propaganda), dal realismo equilibrato della democrazia rappresentativa all’illusione demagogica della democrazia diretta, dai veri problemi sociali all’agenda dei finti problemi dettata dai politici, ecc.

      È difficile negare che il cambiamento in atto che stiamo vivendo non solo in Italia – tipico di fasi di transizione non ancora concluse, dall’esito incerto – scardini antiche certezze e rischi di generare, su un piano più generale, sconvolgimenti epocali.

      Proprio in queste fasi storiche le tradizionali categorie politiche sorprendentemente vengono rovesciate: per paradosso, le forze di destra – sulla carta conservatrici – si rivelano in realtà profondamente “innovatrici” (perché, sia pure a favore dei ricchi, mirano a realizzare profondi cambiamenti) e le forze di sinistra – almeno in teoria progressiste – appaiono invece conservatrici (perché sembrano difendere un ordine etico-politico tradizionale solidale verso i disagiati, ma in decadenza). Inoltre il populismo diffuso – più accentuato nelle forze politiche di governo, ma purtroppo trasversale ad ogni partito – complica ogni cosa: le “parole” contano più dei fatti ed “apparire” conta più che essere e fare.

In particolare, la società italiana viene lasciata, con alcune eccezioni (Presidente della Repubblica, Corte costituzionale…), senza riferimenti istituzionali interni forti e non sempre trova autorità morali esterne super partes universalmente riconosciute (persino Papa Francesco è contestato da una parte dello stesso mondo cattolico). Perciò l’opinione pubblica appare largamente e comprensibilmente confusa: da un lato non ha più vera fiducia nelle vecchie classi politiche, ma dall’altro comincia a subodorare vagamente la pericolosità, bene che vada per incompetenza ed inconcludenza, delle nuove.

Salvo quando il contatto con la realtà si manifesta indispensabile – ossia quando le scelte non sono più evitabili o procrastinabili (penso ai controlli europei, alle valutazioni dei mercati internazionali, alle richieste dell’alleato-padrone americano…) – “decidere di non decidere” è la via più comoda e quindi preferibile per il Governo. In questo contesto, è difficile negare che la “montagna” delle promesse elettoralistiche produca sempre il “topolino” dei fatti. Evidentemente apparire conta più che fare e gli italiani, quelli meno sprovveduti, sono in attesa di valutare gli effetti “concreti” dei pochi provvedimenti – la cui costituzionalità, per altro, è ancora tutta da vedere – realmente messi in cantiere: “quota cento”, c.d. “reddito di cittadinanza”, “decreto sicurezza”… Per il resto si vive alla giornata o, se si preferisce, si naviga a vista in una sorta di bolla virtuale, in balia dei sondaggi. In assenza di un vero e lungimirante “progetto” politico, ci si accontenta del flebile compromesso di un vago “contratto” di governo. In tal modo, non si decide o si decide poco (e male), mentre l’Italia si muove, anzi si agita, fra pericolosi giri di valzer internazionali e continue, estemporanee dichiarazioni degli esponenti di governo.

È questo il Governo del cambiamento? Questo il Governo del fare? Questa la vera, buona politica, caratterizzata da un’autentica “visione”, che guarda in prospettiva, di ampio respiro, di lungo periodo?