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Lunedì, 18 Novembre 2019

La bellezza salverà la Calabria. Forse

Il giorno in cui la bellezza di questa terra sarà al centro di tutte le strategie di sviluppo sarà un grande giorno per questa regione. Quel giorno il turismo non sarà più una parola vuota o, peggio, il vecchio ritornello da ripetere stancamente alla Fiera dei rimpianti.

Sarà l'inizio di una grande rivoluzione culturale capace di replicare nella realtà il miracolo della natura. E, insieme, l'avvio di un processo in grado di sprigionare tutte le energie inespresse, liberandoci finalmente da una condizione di rassegnata subalternità sociale e da cent'anni di solitudine in fondo alla classifica del benessere che trova drammaticamente il suo punto più alto nella mancanza di lavoro giovanile. Abbiamo bruciato un'intera generazione, costretta ad abbandonare la Calabria per cercare fortuna altrove, e un'altra è pronta con la valigia in mano.
Ma perché siamo arrivati a  questo? E' solo colpa dei calabresi, del ceto politico locale, della burocrazia, della 'ndrangheta, degli imprenditori collusi? No. Non solo. Questa è la spiegazione banale e malevola che trova la sua scaturigine nella cattiva coscienza di chi ha scritto la storia dalla propria parte, facendocela leggere capovolta. In realtà la questione calabrese, dentro la complessità di quella meridionale, viene da lontano. E non per caso. Nulla succede per caso. Le  due Italie non sono nate perchè al Sud, dopo la sua violenta annessione spacciata per liberazione nella retorica dell'epopea garibaldina, siamo diventati improvvisamente tutti ottusi e scansafatiche ma perché lo Stato fece una scelta: il triangolo industriale al Nord, la miseria e l'emigrazione al Sud. Né può essere usato contro di noi, come avviene di frequente nel racconto ufficiale per dimostrare l'incapacità del Meridione di sfruttare la pioggia di denaro pubblico generosamente regalata dallo Stato-Elemosiere, la creazione in  epoca meno remota della Cassa per il Mezzogiorno. I fatti sono ostinati. Come è stato dimostrato numeri alla mano, e oggi non è più oggetto di contestazione se non per gli incolti che si annidano dappertutto lungo lo Stivale, l'intervento della Cassa non solo non è stato aggiuntivo rispetto alla spesa ordinaria ma è stato addirittura sostitutivo per difetto! Quando la Casmez è spirata, i numeri dicevano che gli investimenti ordinari al Nord soverchiavano largamente quelli destinati al Sud. Insomma, Cassa o non Cassa, hanno trovato il modo di fregarci lo stesso.
Che poi gran parte delle risorse per il Mezzogiorno abbia preso strade diverse e traiettorie spesso criminali invece di andare a beneficio delle popolazioni del Sud, anche questo è vero. Già prima di partire dai ministeri romani, cospicue  quote di investimenti venivano spolpate da avidi politici, burocrati corrotti e imprenditori rapaci. A cascata, una buona fetta della torta finiva nelle fauci delle imprese - quasi sempre del Nord - e della 'ndrangheta. Naturalmente, per rientrare dalle "spese di rappresentanza", si risparmiava sulla qualità dei materiali.
Acqua passata? Certo. Non si può ragionare al passato, occorre guardare avanti. Ma ogni tanto - pur nella consapevolezza che questo esercizio scatena, in mancanza di argomenti seri, la ridicola accusa di un Sud piagnucoloso e rivendicazionista, è bene rinfrescare la memoria.
Guardiamo avanti, allora. E pensiamo a quello che possono fare i calabresi, senza aspettare l'aiuto della Provvidenza, per costruire una prospettiva di futuro. Si può agire in tante direzioni, ma Turismo è la parola magica. Se non resta una parola. Mare, montagna, laghi, paesaggi incantati... La Calabria possiede tesori e meraviglie. Bisogna trasformarli in moneta sonante attraverso piani di sviluppo lungimiranti. Che tengano conto, in primo luogo, delle indicazioni provenienti da esperti del settore. I più grandi urbanisti del mondo, ad esempio, sostengono che il futuro è delle città d'acqua. Bene, potrebbe essere una traccia di lavoro. Spetta alla politica, alla buona politica, fare le scelte. Con coraggio, capacità di veder arrivare arrivare i tempi nuovi e un pizzico di follia.

La bellezza ci salverà. Forse.