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Sabato, 25 Maggio 2019

Gioia Tauro porto leader in Italia. Parla l'ammiraglio Andrea Agostinelli

«La mia conoscenza della Calabria era limitata al lontano ricordo dei miti greci studiati al liceo e della citazione di D'Annunzio».

L'ammiraglio Andrea Agostinelli, 60 anni e una vita passata in Marina, non fa in tempo ad ammettere il limite della sua cartolina ingiallita da marinaio arrivato in porto, che subito sente di dover ampliare il proprio panorama emotivo: «Avevo una percezione molto lontana di questa regione che, fortunatamente, fu prestissimo smentita».

Nel caso di questo servitore dello Stato, un livornese dal novembre 2015 chiamato a guidare l'Autorità portuale di Gioia Tauro, però, il prima e dopo l'impatto con i calabresi non è solo una questione di filosofia di vita a geografia variabile, e quel suo «casa mia è dove ho il mio lavoro» si porta dietro una precisa confessione dell'anima.

«Sono arrivato in questa regione nel 2013 - spiega -, chiamato a dirigere l'Ufficio marittimo della Calabria tirrenica e della Basilicata, con competenza su 1000 uomini distribuiti in 32 sedi: ho trovato un'amministrazione all'avanguardia e una città, Reggio Calabria, veramente sorprendente».

Un impatto capace di sbaragliare ogni stereotipo e trasformare le reminiscenze scolastiche in quotidianità vivida.

«Nei due anni a Reggio – prosegue – quando uscivo con la motovedetta, il fascino di Scilla e Cariddi lo attraversavo sul serio e quando con i miei occhi vedevo l'effetto Fata Morgana (la città che si specchia nello Stretto, ndr), mi dicevo che la realtà che guardavo superava l'immaginazione che avevo studiato. Ha fatto il resto, nel farmi sentire a casa subito, la mia ricerca spontanea dell'essenza delle persone: è difficile trovare un popolo più schietto e generoso di quello calabrese».

Dai miti letterari da praticare, ai miti economici da far fruttare; da Capitano di vascello pronto sempre a salpare, a commissario voluto dagli ultimi tre governi per la guida di un super porto: per Agostinelli oggi la Calabria è più di un lavoro.

«Di quando ero a Reggio – racconta – ho i ricordi delle domeniche più belle quando mi portavano sulle colline che dominano lo Stretto e la Calabria mi segnava dentro anche per l'ospitalità dei contadini che preparavano del buon cibo. Oggi ho preso casa a San Ferdinando, a contatto con la comunità più piccola tra quelle che fanno da cornice al porto, e quando, fuori dal lavoro, mi capita di passeggiare sul lungomare, a farmi compagnia, questa volta, è la bellezza della Costa Viola e la sontuosità di una struttura portuale che rimane di rilievo internazionale».

La competenza del “suo” ente portuale si estende anche sulle strutture di Corigliano, Crotone, Palmi e Vibo Valentia, e la riforma voluta da questo governo lascia sub judice il destino di Reggio e Villa San Giovanni – i cui porti sono entrati nella sfera di Messina – e determina un commissariamento che prosegue a oltranza, “fino alla nomina di nuovi organi” che dovranno avviare la nuova “Autorità portuale e di sistema del basso Tirreno e dello Jonio”.

Una transizione istituzionale, e oggi anche degli assetti interni al porto di Gioia Tauro, che però, in questi mesi, ha segnato “il calabrese” Agostinelli più che il civil servant a disposizione dello Stato, che quando può torna nella sua Livorno a far visita all'anziana madre.

«E' stato un traghettamento difficile quello che ha portato ad avere nel porto un nuovo concessionario», commenta il commissario l'esito di una recente mediazione rovente condotta fianco a fianco con il ministro Danilo Toninelli.

«Non potrò mai dimenticare – aggiunge – la gioia che ho provato quando i lavoratori, che hanno dimostrato un attaccamento e un senso del dovere che per me ora sono diventati tipici come il buon cibo e i panorami di questa regione, hanno deciso di rimuovere il blocco della struttura: è stato il segnale che la cultura del lavoro e i nostri sforzi hanno vinto».

C'erano in ballo altri 377 licenziamenti in un porto, passato dopo 24 anni dal colosso internazionale Contship - che l'aveva fondato - alla compagnia di navigazione Msc «che ora fa cambiare la storia in meglio con investimenti per decine di milioni», aggiunge Agostinelli allungando lo sguardo dalla vetrata del suo ufficio verso l'andirivieni di navi fattosi più tranquillo.

«Passo in ufficio fino a 10 ore al giorno – spiega l'ammiraglio – ma, parliamoci chiaro, l'accettazione di questa fatica non dipende solo dall'onore di poter lavorare con collaboratori instancabili, ma sopratutto dalla passione che ci metti nel fare le cose: questo mix tra attaccamento alle sorti di questa regione che sento mia e il valore umano che ho incontrato, per me è stato un arricchimento professionale e dell'anima senza precedenti in questi quasi 4 anni di commissariamento».

Non era scontato «ridare speranza a Gioia Tauro che si è dato l'obiettivo ambizioso di tornare a essere porto leader in Italia – sintetizza Agostinelli – evitare i licenziamenti e riprendere una navigazione che rimane complicata, con un concessionario importante che deve gestire una fase di subentro societario difficile».

Ma l'ammiraglio, che si dice certo di avere la burrasca alle spalle «perché già a luglio arriveranno le prime gru», la sintesi del suo essere calabrese d'adozione la vive unendo riconoscenza e determinazione  - quando dice «bisogna essere grati a chi negli anni  Novanta si inventò qui la possibilità di sfruttare un porto inutilizzato, ma oggi senza nuovi investimenti non si poteva andare avanti» - non negando i limiti di un rapporto che deve cambiare per tutti. 

«Il porto di Gioia Tauro – argomenta – non è ancora diventato un elemento imprescindibile della coscienza collettiva., e anche le istituzioni dimostrano un interessamento a intermittenza che si acuisce solo nei momenti delle crisi occupazionali. È colpa dell'identità della stessa struttura, giovane e artificiale, e della differenza tra città di mare e città sul mare: a difendere il lavoro non devono essere solo gli addetti e gli enti, ma deve essere la gente che, come in altri luoghi, e penso a Genova o a Livorno stessa, si sente parte di una storia che vede il mare come una ricchezza di cui storicamente non può fare a meno».

Gioia Tauro come leva anche di uno sforzo culturale «perché – conclude il commissario, svelando per un attimo la sua scherzosità toscana – se io, uomo di mare, mi sono abituato ad apprezzare le frittole che mangiavo sulle colline di Reggio appena arrivato, contaminandomi al meglio con cose da stomaco forte, il miracolo di un territorio che conosce, interagisce e difende il suo porto vuol dire che è possibile».