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Giovedì, 18 Luglio 2019

Una “Resistenza taciuta” di migliaia di calabresi con figure di assoluto rilievo. E una Resistenza delle donne avvolta nel silenzio…

Come sempre, quando si parla di Calabria, c’è un’altra storia. Una storia a volte importante che però nel silenzio, nella discrezione, nel non detto, nell’ignoranza rischia di smontarsi da sola, morendo per mancanza d’aria o di alimentazione.

Per fortuna, a distanza di decenni, lentamente e grazie a numerosi storici, studiosi, istituti di ricerca, scrittori, prende sempre più piede una immagine un po’ diversa rispetto a quella stereotipata di questo pezzo di terra e dei suoi abitanti. Emblematica può essere la narrazione della Resistenza da sempre considerata esclusiva prerogativa delle popolazioni del Nord con i meridionali spettatori passivi di una vicenda fondativa della nostra democrazia. C’è invece - utilizzando il titolo di un libro a cura di Maria Bruzzone e Rachele Farina - una “Resistenza taciuta” che coinvolge migliaia di calabresi che solo da poco, grazie al lavoro meticoloso di catalogazione avviato in alcune regioni con le banche dati dei partigiani, sta emergendo in tutta la sua portata. Solo tra Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna furono migliaia i nativi calabresi attivi nella lotta partigiana con figure di assoluto rilievo meritevoli di medaglie al valor militare per forme di resistenza al nazi-fascismo (sette d’oro, sei d’argento e quattro di bronzo). Ancora meno nota è poi la reale portata dell’impegno femminile calabrese nella Resistenza che, al di là della facile retorica, sconta il pregiudizio che avvolse tutte le resistenti subito dopo la fine della guerra, in una Italia desiderosa di tornare al perbenismo ante guerra che aspirava a riportare le donne al loro ruolo tradizionale. 

Così alle partigiane torinesi della brigata Garibaldi venne proibito dal Pci di sfilare dopo la liberazione, perché il partito voleva accreditarsi come forza rispettabile, mentre in molte altre città furono i capi brigata a consigliare alle donne di non sfilare o almeno di farlo senza armi o vestite da crocerossine o in borghese.

 “Alla sfilata non ho partecipato, ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante. Poi ho visto Mauri col suo distaccamento con le donne che avevano, insieme. Loro si che c’erano! Mamma mia! Per fortuna che non sono andata anche io. La gente diceva che eran delle puttane …” (Intervista ad una partigiana nel film-documentario di Liliana Cavani “La donna nella Resistenza”).

Anche per questo non sapremo mai il numero esatto delle donne resistenti. Al termine della guerra bisognava richiedere la qualifica ai sensi del D.L. 21 agosto 1945 n. 518 per avere diritto al premio di solidarietà. Per essere riconosciute “partigiani combattenti” occorreva aver svolto almeno tre mesi in armi, aver partecipato a tre azioni di guerra o sabotaggio o avere fatto almeno tre mesi di carcere. Per quello di “patriota” si  richiedeva un impegno sostanziale e continuato, sotto forma di cessioni di denari, viveri, armi, munizioni, materiali sanitari, ospitalità clandestina, o aver fornito importanti informazioni ai fini di buon esito della lotta di liberazione. Nel solo Piemonte fu introdotta anche la qualifica di “benemerito”.

Moltissime, visto il rinnovato clima che spingeva verso un ritorno al privato delle donne, non richiesero mai la qualifica. Per molte altre, che avevano partecipato ad una resistenza civile senza armi, fatta di accoglienza, di cura, di preparazione e partecipazione agli scioperi, di boicottaggio delle fabbriche, non fu  possibile richiedere alcunché.

Le donne avevano combattuto non solo per la libertà, ma anche per affermare una Italia diversa per i loro diritti civili e sociali che solo molto lentamente furono ad esse concesse nonostante la nuova Costituzione.

Rimangono comunque i numeri ufficiali che parlano di 4.653 donne arrestate, torturate, condannate; 2.750 deportate nei campi di concentramento tedeschi e 623 fucilate o morte in combattimento. Ad esse furono conferite sedici medaglie d’oro al valor militare e diciassette d’argento.

Una grande onda di riflusso avvolse le donne nel dopoguerra. Le loro storie, il loro protagonismo, che sembra oggi scontato, fu nuovamente avvolto dal silenzio in una società che le spingeva a tornare nel familiare perché i luoghi di lavoro e di decisione venivano rioccupati dagli uomini.

Il discorso sulla Resistenza tutto declinato al maschile, sulla dimensione delle armi e del combattimento ha tagliato fuori per decenni la possibilità di una ricostruzione precisa della presenza femminile nella lotta di liberazione ed oggi che quasi tutte quelle persone non sono più in vita rimane difficile, sulla base della sola documentazione ufficiale, ricostruire il quadro reale della situazione a partire dai nomi e dalle storie.

I nomi di battaglia di alcune donne calabresi partigiane erano Cecilia, Cunegonda, Angiolina, Prima, Beba, Reginella, Nina, Lia Ferrero, Maia, Mina … Erano casalinghe, operaie, professoresse, contadine, alcune nemmeno maggiorenni quando scelsero di opporsi al nazi-fascismo. Oggi, di molte di loro, tranne il nome, non conosciamo praticamente nulla, non una foto in quel mondo smisurato che si chiama internet. Anche nei loro paesi di origine il ricordo sembra definitivamente perso.

Alcune storie magnifiche sono venute alla luce grazie anche all'Istituto Calabrese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea (ICSAIC) e all’ANPI che cercano meritoriamente di stimolare la ricerca, lo studio, di tenere accesa l’attenzione su una vicenda che man mano riserva sempre nuove sorprese.

Anna Cinanni, di Gerace, sorella di Paolo, subì ripetute sevizie in carcere, una delle dodici biografie di partigiane contenute nel libro La Resistenza taciuta e nell’altro volume di Lentini-Guerrisi I partigiani calabresi nell’Appennino Ligure-Piemontese.

Caterina Tallarico di Marcedusa, sorella del più noto comandante partigiano “Frico” che appena laureata in medicina salì in montagna e cominciò a ricoprire il ruolo di medico nella brigata del fratello Federico e la cui opera venne esercitata non solo verso i partigiani feriti e bisognosi di cure, ma anche nei confronti di tedeschi e fascisti che venivano fatti prigionieri. Per fortuna un suo libro autobiografico, Una donna … un medico … una vita, ci permette di avere tutte le informazioni di prima mano su quel periodo.

Giuseppina Russo di Roccaforte del Greco una delle Api furibonde dell’omonimo libro. Anna Condò di Reggio Calabria.

E poi tante altre donne di cui conosciamo meno: Cosco Lucia (Catanzaro); Lucio Alba (Crotone); Lucio Assunta (Crotone); Di Tocco Maria (Vibo Valentia); Oneglia Antonietta (Catanzaro); Carpino Maria (Colosimi), Fadel  Giacomina (Cosenza); Arcidiaco Domenica (San Lorenzo); Bazzani Gazagne Margherita (Sant'Ilario dello Ionio); Pontoriero Anna (Rosarno); Pontoriero Giulia (Rosarno); Pontoriero Tina (Rosarno); Torello Maria (Reggio Calabria); Panuccio Maria (Sant’Eufemia d’Aspromonte); Gangemi Concetta (Palmi); Pata Franceschina (Mileto); Pata Angela (Mileto); Di Tocco Bice (Reggio Calabria); Ranieri Isolina (San Giorgio Morgeto); Forte Carinda (Saracena); Montanari Carmelina (Siderno); Iaconetti Maria (Carolei); Barone Maria (Vibo Valentia); Vuorinna Giovanna (Rossano Calabro) …

Il 25 aprile celebriamo ogni donna che si ribella!

Il tempo, il tempo, insomma, porta via … porta via la memoria, porta via le immagini, porta via un po’ tutto … ma come si fa a dimenticare? Non puoi dimenticare. Non puoi dimenticare perché noi abbiamo passato anni … anni atroci.” (Giacomina Ercoli, partigiana).

 

Per saperne di più:

http://www.calabriaonweb.it/index.php/news3/societa/1920-partigiani-meridionali-in-piemonte-unindagine-che-brucia-un-pregiudizio


http://www.calabriaonweb.it/index.php/news3/societa/3554-e-la-medaglia-doro-al-partigiano-facio