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Venerdì, 23 Agosto 2019

Corrado Alvaro e la lezione americana sulla rivista di Harward

Nell’epistolario, appena pubblicato, tra uno dei più grandi narratori europei del secolo passato e l’erede di una delle più importanti sigle editoriali del Mezzogiorno (Corrado Alvaro, Vito Laterza, “Carteggio 1952-1956”, editori Laterza)

si racconta di numerosi progetti di pubblicazione di Alvaro per Laterza, nessuno dei quali, però, andati in porto.

Corrado Alvaro

Alvaro, era vincolato con la casa editrice Bompiani, ma Laterza, impegnato a trovare una linea di rinnovamento, imposta dal clima culturale e politico del dopoguerra, senza tradire l’eredità di Benedetto Croce, cercava un autore capace di interpretare le esigenze di rinnovamento.

Il problema di Laterza, era superare Croce, con cui la casa editrice era nata, senza cadere nell’anticrocianesimo. Ripensare l’attività editoriale. Senza tradire la sua identità e la sua tradizione. Alvaro, gli appariva lo scrittore giusto, capace di fargli superare ogni perplessità. Aveva l’autorevolezza che serviva, per progettare il dopo Croce. I corteggiamenti furono lunghi e intensi. Il progetto fu vicino dal realizzarsi, ma la morte prematura di Alvaro, nel 1956, a causa di una grave malattia, mise la parola fine all’idea dello scrittore di San Luca, protagonista del “rinnovamento” della Laterza. Questo episodio, conferma quanto centrale fosse la figura di Alvaro, nel panorama letterario italiano del secolo scorso. E quanto grande fosse la sua considerazione all’estero. Non solo in Europa ma anche in America. Una conferma viene anche da un riconoscimento internazionale di Alvaro, scelto dalla rivista «Confluence», dell’Università di Harvard, per scrivere un saggio sulla letteratura italiana, con riferimento alla “questione meridionale. 

In quello scritto, del 1952, introvabile nella sua stesura originale, in lingua italiana, ed esistente solo nell’archivio di “Confluence”, nella traduzione in inglese, Alvaro definiva la sua regione come «la terra più distaccata dalla grande corrente di vita italiana». Raccontava di una «regione ora così scabra», ma che tuttavia conserva i segni di una civiltà cominciata nell’VIII secolo a.C., con l’arrivo dalle metropoli greche (le «città madri») di navi cariche di uomini avventurosi: artigiani, agricoltori, mercanti, filosofi e artisti. Una folla di personaggi, che portò forme di vita già sperimentate in patria, destinate a incontrarsi con le culture di allora, nel periodo in cui la Calabria era un elemento geopolitico, fondamentale, in tutta l’area del Mediterraneo e in particolare nei rapporti con la Grecia e il Medio Oriente. Lo scrittore di San Luca, poi raccontava di una terra testimone dell’arrivo dei primi cristiani nell’Occidente, con Paolo di Tarso che fece sosta a Reggio, nel corso del suo viaggio verso Roma; di una regione che conobbe gli arabi e i normanni; che visse il tentativo di unificazione dell’Italia con Federico II e poi l’età del feudalesimo e della conquista da parte spagnola. La sua preoccupazione era di spiegare, con un filo di malinconia, tipica dell’uomo calabrese, e anche dello stesso Alvaro, che di tutto quel lasso di tempo straordinario della vita calabrese, rimaneva solamente l’immagine del senso di dignità del popolo di Calabria, dovuto, prima di tutto – diceva – al fatto che la sua forte personalità, benché oppressa nel corso dei secoli, fosse mirabilmente sopravvissuta alle tempeste delle varie dominazioni e alle debolezze della sua struttura sociale. Tutto il resto – notava Alvaro – era stato cancellato. Non veniva riconosciuto dalla cultura italiana e dalla storia ufficiale. Benché in quelle parole, apparse sulla rivista allora diretta da Henry Kissinger (futuro segretario di Stato degli Stati Uniti d’America) emergesse il senso di fatalismo tragico (verghiano) dello scrittore di fronte al declino della sua terra natale, si coglieva tuttavia la speranza forte della resurrezione del Sud.

Con un po’ di fantasia, si può immaginare, che quel saggio scritto per “Confluence”, poteva essere la traccia per il libro che Alvaro avrebbe voluto scrivere per Laterza, e che non è mai, però, giunto alla pubblicazione.