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Venerdì, 19 Luglio 2019

"Pis trechi glìgora de thorì tìpote", chi va veloce non vede nulla

E’ il motto che introduce il trekking grecanico all’interno del Parco nazionale dell’Aspromonte della Naturaliter, cooperativa turistica nata nel 1998, con sede a Condofuri i cui soci, Pasquale Valle, Ugo Sergi, Andrea Laurenzano, calabresi doc, si sono assunti il compito di favorire, estendere ed implementare la cooperazione tra le comunità locali nelle aree scarsamente popolate del Mediterraneo, creando per esse opportunità di sviluppo compatibili con le risorse ambientali, ed occasioni di incontro sociale e culturale coi viaggiatori della natura.

Per questo offrono un mix affascinante di proposte di cammino grazie alla creazione di una rete di servizi turistici in aree protette, capaci di coinvolgere la comunità locale, attraverso percorsi di partecipazione e cooperazione. La Naturaliter ha appena sponsorizzato la nuova Carta escursionistica dell’Aspromonte che riporta la Rete sentieristica che interessa l’intera area protetta aggiornata a inizio anno. Una tavola in scala 1:70.000 mostra l’intero perimetro del Parco e la sua collocazione geografica, con la rete viaria in grado di raggiungere tutte le località e i centri abitati dell’area protetta. Vi sono riportate le emergenze ambientali, cascate, grotte ipogee, formazioni rocciose, gole, sorgenti e la copertura forestale a uliveto, boschi di latifoglie e conifere.E’ Inoltre riportato il tracciato del Sentiero Italia, del Sentiero del Brigante e l’intera Rete sentieristica ufficiale (con la relativa numerazione) ricadente all’interno dell’area protetta.L’altra tavola è di dettaglio. In scala 1:30.000, evidenzia il settore meridionale del Parco Nazionale dell’Aspromonte e, precisamente, l’intera area grecanica. In questa tavola è riportato, per la prima volta, il tracciato del “sentiero dell’Inglese”, il viaggio che Edward Lear compì nell’estate del 1847 nell’area grecanica. “Abbiamo affrontato la salita per Bova per diverse ore. Ma pur camminando faticosamente verso Bova, la città sembrava il vascello fantasma, mai vicina. … e davvero magnifica era la vista guardando indietro … l’immensa prospettiva di linee degradanti e di torrenti era certamente una delle più suggestive scene che si possano trovare nella bella Italia”. (E. Lear. Diario di un viaggio a piedi, Rubbettino editore, 2009). Da Pentidattilo a Staiti in otto giorni, la Naturaliter organizza anche questo trekking con asini al seguito per il solo trasporto dei bagagli, sull'itinerario percorso dal paesaggista viaggiatore inglese. L’obiettivo non è solo quello di utilizzare gli asini per un trekking speciale, ma dare anche un contributo fattivo al tentativo di contrastare l'estinzione del forte e testardo quadrupede. L’opera di ripopolamento della specie asinina ha raggiunto un primo risultato, un evento storico: dopo 30 anni, il primo parto in Aspromonte! Con la nascita di Gelsomina, e poi di Ciccio. Le coordinate della Carta sono riferite all’ellissoide internazionale WGS84; il reticolo di riferimento è UTM Fuso 33. Alla costruzione della Carta ha contribuito anche Emanuele Pisarra geografo, calabrese di Civita, guida ufficiale del parco nazionale del Pollino, socio della Società geografica italiana, giornalista naturalista, titolare dell’agenzia Acalandros Tour che ha elaborato i dati per l’Acalandros Map Design e con il quale abbiamo dialogato.

La Calabria è terra di parchi ma è evidente che non esprimono il potenziale possibile. Tu hai sempre avuto un atteggiamento critico ma costruttivo verso la gestione dei parchi calabresi. Cosa manca e cosa occorre perché affermino pienamente il loro ruolo istitutivo che è di tutela, di valorizzazione, di educazione e di sviluppo?

La situazione dei Parchi calabresi, così come quella di tutte le aree protette d’Italia, è il risultato di una mancata politica di sviluppo incentrata su chi deve fare cosa e quale deve essere la “mission” di un parco.Il discorso sarebbe molto lungo. In breve, i dirigenti dei parchi calabresi (ma, sottolineo, non solo loro, bensì tutti quelli delle aree protette del nostro Paese) si sono trovati, all’improvviso, senza direttive da parte dello Stato (leggasi Ministero dell’Ambiente) e ciò ha prodotto una politica del “fai da te” sulla scia di quanto avvenuto con le vecchie Comunità montane, nel momento in cui sono andate in via di dismissione. Praticamente si è voluto abbandonare lo spirito dell’articolo 1 della legge istitutiva dei parchi, dove si afferma con forza che la prima azione da intraprendere è la conservazione degli ambienti naturalistici e paesaggistici e, solo dopo, si dà spazio ad operazioni per la presenza dell’uomo. Rispetto a quanto stabilito dalla legge istituiva, con la quale si dava un taglio alla gestione di tipo “antropocentrico”, si è tornati a una situazione in cui l’uomo la fa da padrone a discapito della natura. Ma, soprattutto, manca l’amore per la propria terra, la forza di agire in nome di un interesse comune a discapito di pochi; manca una visione di medio e lungo termine, e mancano i fondi che sono sempre più ridotti a causa delle varie congiunture economiche degli ultimi anni. I risultati sono davanti agli occhi di tutti: i paesi si spopolano, la montagna – per la sua componente umana- è sempre più silenziosa, deserta, priva di vita o quasi.

Civita, Bova, Sersale. Tre paesi calabresi nei quali il turismo ambientale montano è diventato fondamentale per il loro sviluppo. Tre modelli che, nella loro diversità, mi pare abbiano una caratteristica comune, quello di avere sviluppato “dal basso”, come si dice, una proposta di accoglienza e offerta. Ritieni siano dei modelli replicabili nel resto della regione?

Tre modelli, diversi fra di loro, sicuramente da studiare, copiare e adattare a molti dei paesi della nostra regione. Soprattutto a quelli che ricadono nei territori dei nostri parchi. Con una unica accortezza: di non essere voraci, di non pretendere tutto e subito, di non avere velleità da “guadagno facile” perché, altrimenti, il rischio concreto di replicare nei paesi dell’entroterra il “modello costiero” del mordi e fuggi è dietro la porta.Approfitto di questa occasione, per sottolineare come, ancora una volta questi modelli “dal basso”, per riprendere la tua espressione, necessitino di una rettifica di direzione, in quanto, sono in fase di “sbandamento”. Almeno per quanto riguarda la realtà di Civita, che conosco meglio in quanto la vivo tutti i giorni. E qui mi permetta di fare una brevissima cronistoria, tanto per inquadrare il concetto che voglio esprimere. L’idea dello sviluppo verso una direzione di tipo naturalistico è nata da un gruppo di persone che gravitavano intorno all’allora circolo di cultura “Gennaro Placco”: siamo alla fine degli anni Ottanta, quando, per la prima volta, si organizza – tra le tante iniziative – una conferenza stampa per soli giornalisti stranieri, in prevalenza provenienti dalla Germania. Ecco quell’incontro fu un successo, nonostante lo scetticismo di molti governanti locali. A quella proposta seguirono molti passaggi televisivi, articoli su importanti riviste nazionali, che portarono alla notorietà la nostra comunità in ambito nazionale e anche oltre. In quel momento fu fatta una scelta “alta”, nel senso che la comunità si doveva aprire ad un pubblico colto, desideroso di conoscere, comprendere la realtà della minoranza arbëreshe che abita in Italia da oltre mezzo millennio e va fiera delle sue tradizioni, usi, costumi. Oggi, è necessario il ritorno a questi principi basici; altrimenti perché uno dovrebbe venire a Civita, o in un altro dei tanti bei paesi della nostra Calabria, se trova le stesse cose che essi offrono, ad un tiro di schioppo dalla propria città?Non abbiamo bisogno di “ponti tibetani” o nepalesi, di funivie, di strade a scorrimento veloce: anzi, direi proprio il contrario. Ben restino le strade tortuose, a patto che abbiano un ottimo fondo, ben mantenuto, perché danno quel senso di penetrare in una nuova dimensione spazio-temporale, di appartenenza al luogo; Sì, resto fortemente convinto che bisogna dare priorità a mille progetti di piccola entità piuttosto che a mega lotti, fatti di enormi somme, ma dalla dubbia efficacia per le comunità.

Il 20 agosto 2018 ha segnato uno spartiacque per la vostra comunità. E’ facile dimostrare che eri stato lungimirante nel denunciare una situazione di fruizione delle gole pericolosa e nociva per l’ambiente. Cosa cambia adesso per Civita e quale lezione si può trarre da una tragedia da tanti considerata “annunciata”.

Quando una comunità – attratta dal facile guadagno – non si ferma a riflettere, a fare un “tagliando” della situazione, è facile che cada in preda una sorta di delirio di onnipotenza, dove tutto è lecito, tutto si può fare, senza pensare alle conseguenze, più o meno gravi, che da questa mancata riflessione possono derivare. È esattamente quello che è accaduto a Civita. Spero e mi auguro che questa lezione sia da esempio per tutti.Quando si sente dire: “hanno pagato e quindi devono scendere a tutti i costi” e mi riferisco alla risposta data in un dialogo, a cui avevo assistito, tra un signore ultra novantenne che manifestava tutte le sue rimostranze, avendo trascorso gran parte della sua vita all’interno delle gole del Raganello, e gli organizzatori delle escursioni nel Canyon del Raganello - vuol dire che abbiamo raggiunto il fondo.L’ingordigia, la sete di denaro, il “cogliere l’attimo”, nonostante i segnali di pericolo dati dalle frequenti piogge pomeridiane che da qualche giorno colpivano la Valle, hanno fatto superare il limite.E qui mi permetto di raccontare – per la prima volta - un piccolo episodio. Per la mia esperienza ultra trentennale di guida e accompagnatore di montagna, ma soprattutto come abitante di Civita, che conosce le insidie del Raganello e delle gole, e come vittima, per fortuna senza tragiche conseguenze, di una piena, proprio il giorno di ferragosto, avevo chiesto al mio sindaco di voler prendere provvedimenti con l’emanazione di una ordinanza di divieto di accesso proprio in base a questi strani eventi metereologici pomeridiani che notavo da un po’ di giorni. Consapevole che essa avrebbe causato danni alle varie compagnie di escursioni, mi ero limitato a suggerire che l’ordinanza si limitasse al solo pomeriggio. Magro, magrissimo il tentativo di consolazione, giuntomi da tanti che mi conoscono, del Nemo propheta in patria. Governare, significa, come sosteneva Bertrand Russell, che ogni tanto bisogna prendere qualche decisione impopolare, consapevoli che questa concorrerà allo sviluppo della comunità a discapito di pochi portatori di interessi immediati.Mi auguro, dal profondo del cuore, che quanto accaduto in agosto a Civita faccia riflettere su come il “fare grandi numeri” spesso non sia un modello di sviluppo sostenibile. E le conseguenze che se ne pagano, generalmente, sono altissime.Civita ha una capienza di circa diecimila presenze turistiche/anno.Con questi numeri la comunità può reggere l’impatto ed avere un tornaconto economico.Negli ultimi tempi, aveva spinto l’acceleratore fino a superare le ventimila presenze a discapito della qualità sia in termini di servizi che di accoglienza.Inoltre, non abbiamo più bisogno di dire sì a tutto e a tutti: dopo quarant’anni di attività, siamo nella condizione di poter scegliere, di non farci abbindolare da facili “notorietà” millantate da produttori e registi cinematografici. Non temiamo che un mancato passaggio nei titoli di coda di film o serie televisive dai temi facili possa nuocerci.Mi auguro che si ritorni ai piccoli numeri, alla qualità dei servizi; a parlare di visitatori, amici ospiti e non turisti. Meglio ospitare un visitatore disposto a spendere cento euro al giorno che cinque turisti che spendano venti euro a persona: ritroviamo il rapporto umano l’incontro, il dialogo…

L’impressione che ho è che nella fruizione dell’ambiente calabrese collidano due modelli: quello di chi tende ad offrire un sistema prevalentemente se non esclusivamente estetico-emozionale e chi cerca di aggiungervi una dimensione di conoscenza, meno semplicistica, secondo il motto ”camminare per conoscere e conoscere per proteggere” consapevoli che le sole emozioni sono transitorie, fatue non garantiscono il vero cambiamento che è l’obiettivo dell’educazione ambientale. Si possono integrare i due aspetti o si rischia di trasportare anche in montagna l’esperienza marinara calabrese?

Noi, sul Pollino, possiamo dire, con orgoglio, che abbiamo dato una svolta al modello di uso della montagna di ispirazione silana. Mi riferisco ai vari episodi di dubbio sviluppo che si volevano attuare alla fine degli anni Sessanta anche sul nostro massiccio. Un gruppo di intellettuali riuscì a bloccare quelle speculazioni e non avemmo una fotocopia di Campitello Matese; Villaggio Mancuso o Camigliatello Silano alle pendici di Serra di Crispo a poco meno di duemila metri di quota. In compenso abbiamo mantenuto una natura pressoché intatta.Ora vorremmo portare all’incasso questo modello. Abbiamo l’ambizione di voler utilizzare metà quota a disposizione per infrastrutture (a partire dal basso: alberghi, b&b, campeggi e rifugi) e lasciare il resto al libero “godimento”, per dirla con John Muir, fondatore del Sierra Club, la prima associazione ambientalista in ambito mondiale.Per essere ancora più chiaro: come si sa il Massiccio del Pollino ha cime che superano i 2200 metri e, per fortuna, i centri abitati sono posti a corollario dei monti, lasciando libera la parte più in alto.Oggi questo dato torna comodo per progettare un uso sostenibile della parte in quota.Ossia, a partire dai 1200-1300 metri in su, si può pensare di ridurre progressivamente la presenza stabile dell’uomo, fino ad azzerarla. Intendo dire che bisogna prendere tutti quei provvedimenti giuridico-legislativi per agevolare la presenza dell’uomo fino a queste quote e disincentivare insediamenti nella fascia alta del faggeto.Le pendici della montagna hanno bisogno dell’uomo perché la sua presenza contribuisce a mantenere quell’equilibrio utile alle sue attività a basso impatto ambientale; mentre la restante parte deve, progressivamente, tornare a quello stato naturale che la caratterizzava prima dell’arrivo dell’essere umano. Quello stato che gli esegeti della natura chiamano wilderness. Creare una rete sentieristica in grado di ben collegare tutte le località più rinomate; realizzare punti di partenza (start point) raggiungibili anche con una Ferrari; attivare i tanti rifugi costruiti e mai aperti; manutentare la rete stradale di avvicinamento; chiudere - o almeno limitare l’uso - di qualche strada che oggi non ha più ragione di esistere.

Sei uno che ha deciso di rimanere. Evidentemente ci sono cose per le quali è valso la pena restare, che ti hanno soddisfatto così come è ovvio che vedi anche un futuro possibile … Cosa è cambiato in questi anni, in positivo e in negativo.

Ci vuole più coraggio a rimanere che ad andarsene, ed è davvero molto dura, soprattutto per coloro, tra i quali mi pongo di diritto, che si ritengono “liberi pensatori”.Sono sempre stato convinto del fatto che l’istituzione di un parco nazionale sia di difficile “digestione” per la generazione che lo vede nascere; ma può dare avvio ad un nuovo tipo di sviluppo per le generazioni successive, perché a volte, per poter usufruire di benefici futuri, bisogna che qualcuno si sacrifichi nell’immediato.E noi siamo la generazione sacrificata in nome di un nuovo modello di sviluppo.E però vedo sempre più scemare i presupposti pregnanti di una comunità minoritaria chiusa e racchiusa tra monti un tempo inaccessibili; di ciò oggi è complice la rete che da un lato unisce e offre tantissime opportunità per portare i propri progetti nel mondo, ma dall’altro contribuisce a uniformare gusti, pensiero, cultura, scelte politiche…Basta avere le idee chiare su cosa si vuole fare da grandi e perseguire l’obiettivo con passione e determinazione.I nostri parchi sono l’ultimo baluardo prima del grande abbandono della nostra ricca, variegata e stupenda Calabria.