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Venerdì, 26 Aprile 2019

L’arcaico come valore estetico ed economico. Matera 2019 e la traccia per la rinascita del Sud secondo Franco Armino

Prima città del Sud ad essere scelta come Capitale Europea della Cultura, Matera 2019 ha dato il via lo scorso 19 gennaio all’anno del suo riscatto.

Un’occasione irripetibile di sviluppo per la “città dei Sassi” e per la Basilicata, ma anche per tutto il Paese, così come ha sottolineato durante la cerimonia inaugurale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha definito la città lucana come immagine di un’Europa capace di “saper ripensare le sue origini e di dar loro nuovo valore” e come simbolo del Mezzogiorno italiano “che vuole innovare e crescere, sanando fratture e sollecitando iniziative”.

Perché Matera è anche un paradigma: con il suo patrimonio di diversità e ruvidezza traccia la strada per la rinascita del Meridione che deve, innanzitutto, ritrovare fiducia in se stesso. Ne abbiamo parlato con Franco Arminio, poeta e paesologo, diventato voce narrante di quel Sud che coltiva l’estetica dell’autenticità e della povertà, dei luoghi in cui predomina l’assenza, gettando luce nuova sui piccoli e grandi prodigi che le aree interne o “interiori” del nostro Paese custodiscono.  

Qual è la lezione di Matera e quali sono le dinamiche innescate da Matera 2019 di cui devono appropriarsi le altre realtà del Sud secondo Franco Arminio?

Tutelare, conservare e preservare l’arcaico che esiste in queste realtà. Matera è diventata capitale della cultura non solo per la programmazione e le sue proposte culturali, più o meno in linea con quelle delle altre città candidate, ma perché capace di rappresentare un ‘altrove’, una lontananza dalla modernità che la rende unica e diversa. Più sei lontano dalla modernità più sei suggestivo. Lo stesso vale per la Calabria in cui tanto si è conservato, dalle chiese bizantine ai monasteri, ma tanto si è anche distrutto in nome della modernizzazione. Quindi questa è la prima lezione: quello che non è stato distrutto va preservato, valorizzato e non modernizzato. Perché l’arcaico non è un qualcosa di cui dobbiamo privarci ma è un valore estetico ed economico nel mondo che viene. I tanti luoghi del Sud come la Calabria che ancora lo custodiscono posseggono un tesoro.

Il “territorio” come risorsa ma solo a certe condizioni, quindi. Come possono coesistere paesaggio, identità e sviluppo?

L’arcaico può coesistere con l’industria, con l’agricoltura, col turismo e con la valorizzazione dei beni architettonici, anche quelli minori. Le cose non si escludono ma devono essere preservate le differenze e l’autenticità dei luoghi. Il Sud ha subito negli anni sessanta/settanta un modello di sviluppo che non era il proprio e che, di fatto, non si è realizzato. La Calabria è piena di diversità, da Reggio Calabria a Cosenza si attraversano paesaggi ed atmosfere molto diversi tra loro. La Calabria è la regione più montuosa di Italia, si passa dal mare alla montagna nel giro di pochissimi chilometri, ma la dimensione montuosa della Calabria non è stata valorizzata sufficientemente perché è sempre stata vissuta come un ostacolo che isola, che separa i luoghi, e non come una risorsa.

Matera Capitale Europea della Cultura 2019 rappresenta, tra le altre cose, un banco di prova per le strategie di crescita culturale del nostro Paese anche per i prossimi decenni. Verso quale direzione ci si deve muovere al Sud e in Calabria in particolare?

La cultura non è fatta solo di grandi eventi e di grandi attrazioni. La cultura è una trama di piccole attenzioni verso tutto il territorio e si realizza anche dando valore ai giovani, magari affidando loro una chiesa o una piccola struttura. Ma soprattutto è costruire incontri: ospitare un poeta, un fotografo, un musicista in un piccolo paese della Calabria, non per uno spettacolo, ma per trascorrervi qualche giorno, creerebbe una sorta di osmosi che farebbe bene alla gente del posto ma anche all’artista stesso. Credo molto nella cultura che viene dall’incontro piuttosto che dal consumo del grande evento culturale, quindi investirei in questa direzione per mettere a contatto i giovani calabresi con esponenti importanti delle varie arti e contribuire all’innalzamento della dimensione culturale di quel territorio. Dobbiamo motivare e coinvolgere i giovani perché non tutti sono sensibili alla poesia, al cinema e all’arte ma laddove questa sensibilità è viva, va coltivata e va nutrita.

Le sue raccolte di liriche sono successi editoriali ma le sue poesie hanno ampia condivisione anche sulla rete. Come si fa strada la poesia in un contesto come quello dei social che tende a sottrarre profondità?

La rete è un pericolo ma anche un’opportunità. È chiaro che sui social c’è distrazione e tutto viene consumato velocemente. Però magari, in questa giostra girevole, c’è qualcuno che prende la poesia e la porta a casa, la sottrae alla distrazione e la preserva, la condivide e la fa leggere ad un amico. Con la rete la poesia ha trovato uno strumento di circolazione che prima non c’era - prima dovevi passare attraverso l’editore e la libreria - e ha fatto in modo che si moltiplicassero i lettori. Certo alcuni lettori sono più attenti, altri meno, ma la rete è comunque un fatto nuovo che saluto con piacere. Dobbiamo essere aperti al futuro.

I suoi versi sono un richiamo all’intimità e alla autenticità ma sono anche un invito all’impegno, all’attenzione e alla ribellione a certi schemi di sviluppo di massa. Il progetto “Casa della paesologia” - che si fonda su una rete costruita dal basso - e le tante iniziative e festival che la vedono protagonista a varie latitudini del Paese, quale percorso vogliono tracciare?

Il Sud ha bisogno di essere utopico e visionario ma anche di essere scrupoloso, civile e attento alle regole e la poesia non è detto che non debba occuparsi delle cose del mondo. Non è destinata solo alle cose intime, al dolore più individuale, la poesia può benissimo dialogare con le altre discipline come ad esempio la sociologia. Dobbiamo abituarci a considerarla come uno sguardo sul mondo che può dialogare con gli altri sguardi. Certo, lo sguardo del poeta è legato alla dimensione emotiva, non è mai un esercizio distaccato, statistico e quantitativo. La sua lettura di un luogo è più coinvolta ed “affezionata” anche quando ne coglie le storture.

 

MATERA

Matera o l’estetica della povertà.
Non ci sono case sparse, 
tutto è connesso, intrecciato. 
Città soffiata dall’interno,
natura e architettura.
Case piccole come cellette d’api. 
Cristalli di tufo. 
Una trepida ragnatela sassosa.
Paesaggio di rughe e pieghe, 
paraboliche e panni stesi.
Matera una e trina,
città lenta, ipnotica,
città d’Oriente,
anatolica, bizantina. 
Matera trappola per l’acqua.
Il sole piove sui sassi, 
è mezzogiorno 
fino a tarda sera.
Sono assetati i santi
nelle chiese, rubano l'acqua 
nell'acquasantiera.
Matera di scirocco e di galline, 
di pane e di cipolle.
Matera da passeggio,
città di sapore pugliese, palazzi barocchi
belle chiese.
Città imbuto infernale
disse Carlo Levi,
città vergogna per Togliatti,
città da evacuare per De Gasperi,
città che Olivetti sognava nuova
e contadina
e invece si fece piccola e borghese,
sorpresa di sapersi Patrimonio Unesco
e infine capitale della cultura, 
caveau dell’arcaico,
tesoro estratto dalla sventura.
Si va a Matera per disonorare
la civiltà dell’impazienza,
per leggere
le prime righe di una nuova storia
in cui la modernità incivile
lascia il posto a un futuro rupestre,
innovazione e vacche podoliche,
il passato possente
e quello amaro, 
Federico II e Scotellaro.