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Venerdì, 26 Aprile 2019

Tra crisi della Letteratura e crisi della politica. Intervista esclusiva a Walter Pedullà: “Avendo toccato il fondo, non possiamo non risalire. Parola delle mie radici contadine”

Professore Emerito dell' Università “La Sapienza”, dove ha insegnato Storia della Letteratura moderna e contemporanea e ha diretto il Dipartimento “Italianistica e Spettacolo” della Facoltà di Lettere e Filosofia, Walter Pedullà è profondo interprete della narrativa novecentesca.

W. Pedullà, ritratto di Riccardo Mannelli apparso su La Repubblica del 13 gennaio 2019

Critico militante, dirige le riviste letterarie “Il Caffè Illustrato” e “L’Illuminista”, presiede importanti premi letterari, ed è curatore di un’opera monumentale, Cento Libri per Mille Anni - Editalia, Gruppo Poligrafico e Zecca dello Stato - che raccoglie più di mille autori e più di cinquecento opere. Insieme a Nino Borsellino ha diretto “ La storia generale della letteratura italiana”, un’opera monumentale in 12 volumi  alla cui stesura hanno collaborato ben 109 specialisti. Dal suo grande Maestro Giacomo Debenedetti, Pedullà ha raccolto il testimone di Decano della critica letteraria; in lui, all’intensità debenedettiana si accompagna uno spirito mordace, sanguigno ed estroso.

Fare parte del suo parnaso, è cosa assolutamente notevole: lo spessore del critico è pari all’onestà intellettuale dell’uomo, che, nel recensire un’opera, rimane estraneo a certe “calorose effusioni …,  che non è onesto fare e che comunque mai farei ”,  scrive in “Giro di vita”.  Come Aldo Palazzeschi, alla cui opera si è tanto dedicato, ha uno spiccato gusto per l’ironia,  quel sottile ma efficace umorismo che consente di prendere piena consapevolezza della reale condizione umana.

Lei ha scritto -Giacomo Debenedetti, interprete dell’invisibile -  che per un autore l’originalità “è questione di vita o di morte, e il linguaggio deve essere come quella particella stramba che non segue il percorso delle altre particelle atomiche”. Nell’attuale panorama, affollato - per dirla con Manganelli - da “acerbi visigoti che si affacciano tra le reliquie dell’impero romanzesco”, c’è pericolo di ... originalicidio, oppure all’orizzonte vede galleggiare provvidenziali salva-scrittura?

Forse in quella particella atomica Debenedetti riconosce il personaggio-uomo che si oppone alla sua omologazione nell’ uniforme territorio della materia. L’iniziativa  creatrice spetta dunque a un diverso, che  narri la storia  dell’umanità deviando dalla strada comune, e che,  dalla propria singolare prospettiva, veda qualcosa di incredibile destinato a diventare vero. Lo diceva già il suo amico e “maestro” Bontempelli, che l’arte moderna deve essere “nuova, impossibile e vera”. Solo così un artista crea un mito, un racconto favoloso che si aggiunge ai precedenti, per dire la verità del proprio tempo. Nessuno è in grado di  annegare il portatore di un messaggio originale. Ogni epoca ne può generare , compresa la nostra, che è invasa dai barbari che ignorano l’italiano: lo stanno imparando, la loro lingua meticcia promette informazioni che ci arricchiranno, come fecero i dialetti meridionali ai settentrionali. All’originalità si arriva anche dalla tradizione che sa distinguerla. Manganelli e Debenedetti ci sono riusciti, e forse in questo momento  cammina, o nuota, verso di noi un narratore, poeta o saggista  capace di dimostrare che la scrittura non  muore finché saprà dire o suggerire qualcosa che non può manifestarsi con gli altri linguaggi artistici.

 E dunque... ?

Benvenuti  ai visigoti che scelgono il nostro idioma, si può essere originali con tutte le lingue che consentono “stramberie” destinate a svelare i segreti che rendono angosciosa la vita in una società che ha perso la bussola.

Gadda diceva che le rivoluzioni storiche sono seguite da rivoluzioni estetiche. Considerata l’attuale “rivoluzione storica”, che rivoluzione ritiene possibile, in sede estetica?

Per Pedullà l'impegno di critico letterario è sempre stato militante

Le rivoluzioni storiche sono mutamenti veloci e radicali che si distinguono da quelli graduali e superficiali perché cambiano ab ovo, ma sul rapporto di questo con la gallina, il dilemma non è meno aperto di quello, meccanicistico,  dell’arte come effetto estetico  di una causa storica. A tale proposito, per sollevare il mio discorso e rimanere sul terreno scientifico, mi dichiaro seguace del principio di indeterminazione di Heisenberg contrariamente a ciò che  sosteneva Einstein. Questo scienziato massimo  qui è da  citare non tanto per aver obiettato che Dio non gioca a dadi, bensì per avere espresso la  convinzione che le rivoluzioni tecnologiche sono più importanti di quelle politiche. In altri termini  vedo il cambiamento ma non la rivoluzione storica. Negando l’esistenza di questa, non vedo né prevedo una rivoluzione in sede estetica. Andiamo avanti, solo più tardi  sapremo dove stiamo andando, diceva il fondatore di quella dialettica di cui lamentiamo l’assenza, oggi che siamo tutti in frenetico movimento senza capirne il senso.

Oggi in politica lei vede “utopisti con la testa fra le nuvole”, “realisti coi piedi nel fango” o altro?

Vedo sempre meno utopisti, e sempre più vedo realisti che invece dei piedi mettono le mani  e sguazzano nel fango. Le metafore suggeriscono che siamo a tal punto nella melma che scappiamo tra le nuvole. L’uomo è notoriamente fatto di fango ma non è degno dell’animale più intelligente crogiolarvisi dentro con tanto fastidio per la pulizia morale e sociale. “La politica è sangue e merda”, ha concluso un ingegnoso politico. Non è un’alternativa nobile, ma se dobbiamo rassegnarci al peggio, si sappia: ad abusare della seconda si arriva al primo. Insomma siamo alla vigilia di una tragedia puzzolente e cruenta. Si alleino un’utopia  rivoluzionaria e un realismo più pragmatico. L’uomo è una creatura emersa dal fango per attrazione di qualche disegno più alto. Oggi siamo  troppo attratti dal fango  e manca una visione elevata cui ispirarsi per tirarsi fuori dalla palude. Non manda un buon odore e piove sangue dalle nuvole.

Debenedetti ha definito intellettuale vero colui che sa “distinguere la corrente profonda e legittima dal gusto degli incartapecoriti proverbi di una morta tradizione, e sceverare le tendenze in cui il proprio tempo può adeguatamente riconoscersi dal gergo posticcio dei passatempi momentanei “. E’ evidente che, l’intellettuale autentico deve avere struttura poderosa e capacità di comunicazione assolutamente eccezionali. Lei vede in giro intellettuali ... superman?

La citazione vale a confermare che la situazione non è nuova, e che, se allora una soluzione si è trovata, è possibile farlo pure oggi. Anche stavolta la letteratura, se non è alimentata da una corrente profonda in cui galleggia un pensiero poderoso, rischia di rimanere culturalmente al livello dei più banali proverbi, e artisticamente non si solleva al di sopra del pigro gergo di testi che non informano, bensì distraggono, o si limitano a divertire o consolare. L’intellettuale, non ha né acquisito la struttura mentale per creare idee forti e imprevedibili, né ha inventato il linguaggio shock con cui si fa pervenire nella testa delle masse il messaggio al quale ispirarsi nella pratica. Credo che pure oggi esistano intellettuali eccezionali, ma sta succedendo una cosa mai vista: nessuno vuole starli a sentire. Nessuno ci pensa, tutti hanno in odio le idee. E senza queste, restano in superficie anche le immagini, che hanno preso il posto delle parole.

 Il suo allievo, ormai critico affermato, Andrea Cortellessa, ha definito il cosentino-milanese Francesco Leonetti “l’ultimo intellettuale organico del Novecento”. È d’accordo?

Leonetti merita il giudizio, non è un elogio funebre; ma sono in vita altri intellettuali organici al secolo passato. Li difendo perché temo che oggi sia in estinzione addirittura il loro ruolo.  Sento l’urgenza che  l’intellettuale coraggioso e moderno aggiunga nuove verità alle vecchie, inventando connotati umani morali e culturali che facciano venir voglia di ascoltarlo, o, meglio ancora, di leggerlo. L’intellettuale deve essere un oratore ma deve essere soprattutto uno scrittore accorto, essenziale e sorprendente. I testi complicati  hanno più livelli di comprensione ma oggi il vero problema è che nessuno  crede più che le questioni si risolvono leggendo, cioè con la cultura, che, per esser tale, deve ininterrottamente  cambiare registro e paradigmi. E il vero problema oggi, purtroppo, non è la novità di una cultura, bensì il suo diritto all’esistenza. Non la si odia quanto il nazista Goebbels, ma la si disprezza, senza pensare che  stiamo ancora mangiando pane e idee  illuministe e socialiste.

 Per Leonetti “la conoscenza del mondo che la letteratura consente,  e la critica dei rapporti di forza  che ne determinano le gerarchie, sono strettamente legati”. A suo parere, che significato, e che valore, assume oggi, questa affermazione?

Walter Pedulà sulla narrativa meridionale novecentesca

E’ l’egemonia culturale a determinare le gerarchie dei valori artistici. Quella crociana ha esercitato una dittatura sul gusto del primo Novecento. Più che miscredenti ci sono stati critici eretici come Debenedetti, che ha fatto acrobazie logiche e psicologiche per restare crociano senza condannare l’anima moderna e il cervello sofistico di  Pirandello. In questo momento è al tramonto il totalitarismo dei maschi  che da secoli rimuovono la letteratura  delle donne dopo avere gestito per proprio tornaconto il favorevole rapporto di forza obbligando le narratrici, pena il silenzio, a scrivere come i maschi. Riscrivendo le graduatorie del Novecento, troverebbero posto tra i primi venticinque autori del secolo XX non solo la Morante e la Ortese. Da qualche decennio il femminismo è il più possente fattore dinamico della società e dell’arte. Non abusino dell’egemonia, pongano fine alla logica maschilista del “togliti tu che mi ci metto io”, e saranno loro a instaurare il regime reale delle pari opportunità tra uomo e donna. La nostra resa, comunque, dimostra che si sono fatti dei progressi sulla strada che conduce all’uguaglianza. Non sempre i progressisti hanno applaudito i progressi della donne, ma stanno migliorando oggi che queste hanno tirato fuori artigli e denti. La bocca non manda più solo baci e le mani non serviranno più solo ai lavori domestici. E’ cambiato il rapporto di forza e le scrittrici hanno scoperto il linguaggio con cui cantarle agli uomini. Ci sarà da imparare per tutti: la verità arriva dai confini estremi.

Lei si è definito “socialista surrealista più che realista”. Che significa?

Provo a trovare il bandolo della matassa di parole che rimano per baciarsi più che per contrapporsi. Il sostantivo è “socialista”. Lo sono dal 1945, quando ero massimalista e neorealista. Ora sono riformista e sono fiero che il mio partito abbia fatto la nazionalizzazione di quell’energia elettrica che dovrebbe essere un servizio pubblico come l’acqua, e che abbia promosso quello Statuto dei Lavoratori che impediva il licenziamento arbitrario. Queste riforme sono il realismo del socialismo, come lo sono quelle a favore del divorzio e dell’aborto. Ciò naturalmente non è ancora il socialismo, che è uguaglianza e libertà per tutti gli individui e i popoli. Il realismo che mi piace in politica e in arte è quello visionario delle avanguardie, anzitutto il surrealista che non si limita a distruggere con la rivoluzione ma organizza un nuovo ordine sociale. Realista è lo Stato Sociale, che è il massimo di socialismo conquistato nel Novecento. Al mio surrealismo questo non basta, anche se realisticamente il nostro primo dovere è difenderlo. Il cofondatore del surrealismo, Alberto Savinio, progettava un’arte che desse forma storica all’informe, che è infinito. I tre miti dell’illuminismo sono secolari forme del processo umano.

Non le sembra che stiano aumentando le disuguaglianze ?

Vero. E di fronte a esse l’indifferenza è colpa. Come ci manca uno di  quegli intellettuali che dal Settecento illuminista hanno scoperto le buone ragioni per cui l’uguaglianza e la libertà non cessano mai di dare l’energia che serve in un mondo dove su dieci uomini nove sono servi e poveri...! Altro che “ognuno è padrone del proprio destino”! 

C’è qualche speranza che l’editoria riscopra la militanza, l’impegno intellettuale, oppure “ in quest’Italia maltagliata ridotta a pastone da suini, in cui i modelli preferiti del linguaggio televisivo, il lettore tipo è stupido e quello troppo attrezzato non produce fatturato”, come dice Lunetta?

Morta l’editoria di mecenati come Feltrinelli, quella attuale vive di fatturato, come d’altronde nel passato l’industria libraria di Mondadori e Rizzoli. Loro pubblicavano anche libri con poco mercato, equilibrando il bilancio con quella letteratura d’intrattenimento che copre il disavanzo delle opere di poesia e di saggistica. È quest’ultimo, il genere letterario più direttamente delegato all’impegno intellettuale. Se il lettore è stupido la situazione non ha rimedio, ma se è istupidito dalla televisione urge impegnarsi per fargli tornare la ragione perduta. Non abbiamo le idee e le parole che bucano lo schermo, non siamo capaci di imporre un linguaggio televisivo di forte impatto emotivo? Se il pubblico è lo stesso che applaude Saviano, significa che l’autore di Gomorra l’ha trovato. L’editoria pubblicherà il libro impegnato che alza il fatturato. E pubblicherà poesie e saggi che attrezzeranno mentalmente a consumare idee sulle quali cresceranno le meningi di lettori e di telespettatori.

... però, è pensiero diffuso che la cultura umanistica non serva a niente, e si tende a esaltare le cosiddette scienze dure e la tecnologia.....

La cultura umanistica non è soltanto un contenuto, è anche un modello irrinunciabile di pensare, come l’altronde la cultura scientifica. La prima, può avere avuto la colpa di soffocare la seconda, che oggi si vendica, opponendo un’alternativa che assegna alla cultura umanistica l’astrazione, e alle scienze la concretezza. Ovviamente chi ha il vento in poppa è la scienza, che promette soluzioni a urgenti problemi pratici di una società impegnata in una gara per il massimo sviluppo produttivo. C’è realmente un riflusso del più scatenato neoliberismo, quello che paga gli scienziati a coprire con le chiacchiere i  buchi nell’ozono? Fa bene a non arrendersi la cultura umanistica. E’ il momento di sfruttare una corrente in cui nuotano artisti e scienziati che danno l’allarme per un ambiente dove diventa sempre più difficile respirare. L’ambiente non è un’astrazione e non lo è lo studio della storia e della filosofia, sacrificate sull’altare di una modernizzazione che preferisce il robot all’uomo. Se gli scienziati capissero il greco e il latino, saprebbero che un uomo intero calibra quanta letteratura e quanta scienza gli servono per vivere un’esistenza non alienante e non soffocante. La cultura scientifica dà la direzione al mondo, ma la cultura umanistica dà il senso alla vita.

 Secondo Giacomo Debenedetti, “la psicanalisi aiuta a trovare il narratore nascosto che è il vero protagonista del testo”. Cosa significa?

 

Un' importante opera di Pedulà pubblicata da Marsilio Editore

Restiamo concretamente sul terreno del critico. Nel Taglio del bosco Carlo Cassola racconta le giornate uniformi delle vita di un boscaiolo. Sembra un racconto neorealista del secondo dopoguerra ma la scrittura “subliminale” segnala la presenza di moventi occulti che inquietano il contadino. Tutto qui, il romanzo breve che forse è il più bello scritto dallo scrittore romano? Con l’aiuto della psicanalisi (Debenedetti era junghiano), il supremo interprete dell’invisibile scova il complesso di colpa che magnetizza ogni livello del testo. Il boscaiolo non ne è cosciente ma il suo inconscio lo sta incolpando di avere involontariamente causato quella morte della moglie che ora è il suo  pensiero assillante. Il narratore  consapevole racconta la storia del dolore per la perdita di una persona indispensabile per vivere, e invece il narratore nascosto esprime l’angoscia di uno che non è in grado di confessare un delitto.  Analogamente Debenedetti svela in un complesso di castrazione il movente oscuro che è al fondo della narrativa di Tozzi centrata sul rapporto con padre un  prepotente.

 Anche scrittori “totem” come Savinio, Svevo, Gadda, Kafka erano in conflitto con la figura paterna. Riguardo a ciò, ritiene che ci sia un radicale elemento “di vita” che accomuna questi autori?

 Detto alla brava, il padre è una figura reale ed il simbolo di colui che è il depositario di valori  di verità trasmessi ai figli con imperativi e con interdetti. Svevo, Savinio e Kafka affrontano  il rapporto dal versante umoristico che a loro è più congeniale. Kafka sosteneva che non si  tratta di tragedia, bensì di commedia. Savinio la chiama la tragediaell’infanzia ma nel romanzo omonimo c’è soprattutto da ridere. E d’altronde un giorno gli scapperà la domanda del parricida pentito << Padre, perché non ritorni?>>. Nella Coscienza di Zeno è memorabile la scena in cui il protagonista si scontra col padre che quella notte vorrebbe mostrare e dimostrare il senso della vita al figlio scavezzacollo e irridente che trova assurda la vita proprio perché è orfano della verità fondata sulla cultura meccanicistica. Dove la vita è più vita, più tremenda vita,  oltre che in Tozzi, il cui padre è realmente violento, è  in Gadda, il cui padre è  realmente un mentecatto e la cui madre è una figura opprimente che pretende obbedienza a regole assurde. In comune i quattro o cinque autori hanno una cultura che per ottenere la libertà di esprimersi autenticamente si ribella alla dittatura dei genitori. Secondo Savinio, essi passano sopra i figli come un ferro da stiro e li appiattiscono nella routine borghese.

 Alfredo Giuliani considera La letteratura come menzogna satira di chi crede  “ di viaggiare verso il centro delle cose, ma è solo respinto verso la periferia dello struggimento personale”. A sua parere , nella letteratura contemporanea, ci sono più “glossatori deviati da struggimenti personali”, “sovrani della balbuzie”, “intrattenitori di chimere”, o cosa ...?

 Ci sono gli umoristi che ridono di se stessi, sovrani della comicità, glossatori dello stupidario contemporaneo, intrattenitori con paradossi e farse, cioè una buona metà della migliore narrativa del Novecento. E’ quella a cui ho dedicato una particolare attenzione, come linea direttrice di un secolo che Baudelaire, Dossi e Freud avevano destinato al riso.

Per lei, che rapporto c’è tra scelte letterarie e scelte di vita ?

Non so se, e quanto, la  vita  determini l’atteggiamento culturale, ma nella realtà è successo che, avendo io cominciato dalla tragedia quale è sempre l’esistenza nel Sud,  ho preso la distanza dalla paura e sono approdato nel versante dal quale si osserva il mondo col distacco che invita a prendersela più allegra. Perciò, studiando i suoi autori, ho adottato di volta in volta il linguaggio della satira, della farsa, della caricatura, del paradosso, della parodia e dell’ironia, comicità che ammicca al tragico. Senza struggimenti personali: io di persona preferisco mischiare letteratura e vita godendomi narratori che alla tragedia sono arrivati attraverso il riso. Guardi quanti meridionali ci sono fra di loro: Pirandello, Brancati,  Rea, Landolfi, Flaiano, Eduardo, Marotta, Compagnone, Pizzuto, D’Arrigo. Mancano i calabresi ? I calabresi, da Alvaro a Seminara, da La Cava a Strati, ecc. hanno paura del presente e del futuro. Nemmeno io se ho paura, sono in grado di ridere. Per esempio, al presente  sia nella vita sia nella letteratura c’è da aver più paura che non voglia di ridere. Secondo Walter Benjamin, il riso è un ottimo avvio per la dialettica. E’ vero, ma oggi la dialettica culturale deve contare di più sulla paura: è il sentimento più violento e possente capace di esercitare una spinta salutare su cittadini intelligenti ma paralizzati dalla disperazione.

Emil Cioran diceva che se dovesse obbedire al primo impulso quotidiano, avrebbe passato le giornate a “scrivere lettere di ingiurie e di addio”. Qual è il primo impulso quotidiano di Walter Pedullà?

Visto che di lettere di ingiurie sono stracolmi i social network , non mi resta che ridere di Emil Cioran, pensatore che ha dato l’addio al pensiero sveglio. Servono intellettuali che svegliano annunciando che sta arrivando un nuovo giorno. Finalmente qualcosa di nuovo!

Secondo Svevo, “a una data età nessuno di noi è quello a cui madre natura lo destinava: ci si ritrova con un carattere curvo, come la pianta avrebbe voluto seguire la direzione che segnalava la radice, ma che deviò per farsi strada attraverso pietre che le chiudevano il passaggio”. Nello scorrere del tempo, il carattere di Walter Pedullà che “curva” ha preso?

Uno dei 12 volumi della preziosa collana che Walter Pedullà ha diretto insieme a Nino Borsellino

Le  mie radici calabresi in quasi novant’anni hanno incontrano tutti gli ostacoli eretti dal Novecento, secolo di guerre mondiali, rivoluzioni, reazioni, bombe atomiche, lager, gulag, nonché di mutamenti radicali che  lo  hanno reso il periodo storico più avanzato socialmente dell’umanità. Sono pietre, che, se non bloccano, ritardano la crescita, sia il fascismo, che durante la Resistenza causò la morte di un mio fratello, e privò di un poderoso sostegno la mia adolescenza, sia il clericalismo, che nel secondo dopoguerra ha impedito l’industrializzazione del Mezzogiorno. Ho curvato da disoccupato verso l’emigrazione che ti dà il lavoro dove c’è, e da professore universitario ho curvato per insegnare quanto è utile la modernizzazione in una nazione educata alla cautela e al moderatismo. Le mie radici avanzavano verso la letteratura, ma io le ho ramificate, per indirizzarle verso la politica, verso il teatro e verso la televisione. Ne avevo un’idea chiara, ma ho dovuto curvare per migliorare la cultura televisiva e ogni altra cultura che potenzia e aggiorna l’informazione, l’intrattenimento e lo sport diffondendo l’italiano dove per i dialetti è una lingua straniera. Sono andate in ogni direzione le radici, dirottate non solo dal percorso verso il profondo – duro è il mio inconscio- ma anche nella superficie: mi curvo ma non mi spezzo... Così esse  sono diventate grosse quasi quanto il tronco dell’albero, e testimoniano della tenacia, caparbietà e disciplina di una vita volta a produrre frutti da condividere cogli altri. Ho acquisito una solidità che regge a ogni tempesta.

E tempesta è nell’aria ...

Le previsioni del tempo sono peggiori dell’orribile spettacolo che sta dando la società odierna. E tuttavia io, con l’aiuto della storia millenaria dell’uomo e della mia personale storia centenaria, e mettendoci una forte dose di umorismo, sono certo  che domani o dopodomani tornerà  il bel tempo. Avendo toccato il tondo, non possiamo non risalire. Parola delle mie radici contadine.