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Giovedì, 21 Febbraio 2019

Un archivio di 4500 spettacoli che non ha pari al mondo. Gli scatti “dinamici” di Tommaso Le Pera: il fotografo del teatro italiano.

La fotografia teatrale dinamica l’ha inventata lui. Sua la tecnica, sua la definizione. Istantanee di attori in movimento, scatti narrativi di una pièce colta in tutta la sua naturalezza.

Tommaso Le Pera è il fotografo del teatro italiano. E anche qualcosa in più: parte dell’ingranaggio, contribuisce egli stesso al racconto messo in scena; essenziale e necessario quanto regia e sceneggiatura. La sua è una costruzione complessa e faticosa, figlia di una profonda conoscenza del teatro e della sua storia: legge i copioni, si confronta con i registi, parla con scenografi, attori, costumisti, sta dietro ai direttori di scena. Poi, si acquatta nel buio silenzioso della platea. E colpisce. Lascia che gli attori facciano il loro lavoro, senza interromperli mai. Aborrisce le foto in posa: irreali, snaturate, vane. Molti suoi scatti sono conservati in più musei ed esposti in gallerie d’arte in Italia e all’estero. Si insinua nella scena intuendo espressioni, umori e temperamento. E con la macchina fotografica rinforza eternamente e universalmente la labile ed effimera memoria degli spettatori. Interpreti, personaggi, autori sono tutti lì: nell’archivio esagerato di un artista dal sensibilissimo sguardo. Un archivio “disumano”, con più di 4500 spettacoli freneticamente immortalati, dove c’è tutto il teatro italiano dell’ultimo mezzo secolo: è stato definito il più vasto archivio teatrale al mondo. Materiale per gran parte inedito accumulato negli anni d’intesa con i figli che, come lui decenni prima, hanno scelto di intraprendere la strada del padre: «il mio è un lavoro che non si può fare in squadra perché la tecnica fotografica è talmente soggettiva che non si può delegare ad altri. Ma sono molto orgoglioso di aver trasmesso la mia passione per la fotografia e per il teatro ai miei figli e sono ancora più orgoglioso dello stile del tutto personale e creativo che hanno saputo costruire». Nel mondo, nessuno ci aveva mai pensato. Né esisteva la figura del fotografo teatrale. Le compagnie chiamavano un fotografo generico, non specializzato, sceglievano una decina di momenti salienti e click: durante la prova gli attori si fermavano e la macchina scattava. «Ovviamente si perdeva il dinamismo della recita teatrale, gli attori erano statici e il pathos scompariva» mi spiega Le Pera nel suo studio romano a Colli Albani. Poi, sul finire degli anni ’60, un ventenne della provincia catanzarese si trasferì a Roma. Cambiò tutto, per lui e per il teatro mondiale: «Non conoscevo nessuno, cercavo di intrufolarmi nei teatri con la macchina fotografica nascosta sotto la giacca, perché durante lo spettacolo era assolutamente vietato fotografare. Fu infrangendo quella regola che nacque la tecnica della fotografia dinamica. Non sempre uscivano bene viste le attrezzature dell’epoca, però quando le fotografie erano buone avevo adottato l’abitudine di farle avere ai diretti interessati. Piacquero subito, perché restituivano l’anima dello spettacolo. Così, piano piano, iniziai a farmi conoscere». Difficile sapere se per Le Pera sia più grande la passione per la fotografia o quella per il teatro. Eppure, venendo da Sersale, uno splendido borgo di 5 mila abitanti che oscilla tra la Sila e lo Ionio, uno spettacolo teatrale non lo aveva mai visto: «Ancora oggi non mi spiego perché mi prese la mania del teatro, al punto tale che tutte le mie letture erano testi teatrali; mi facevo spedire i libri da una casa editrice di Milano, ovviamente quelli che potevo conoscere a quell’epoca con la mia cultura di allora quindi i classici: Amleto, La Locandiera…» Riflettendoci meglio, però, si scova la radice dell’innamoramento: «Avevo una certa cultura cinematografica, perché a Sersale davo una mano a mio padre che era operatore di proiezione al cinema Aurora. Mi sono cibato di cinema sin dall’età di 13 anni. Inoltre, mio padre e mio zio erano fotografi, sebbene in campi che non mi intrigavano; lavorando con loro, fotografando matrimoni e facendo fototessere, mi sono costruito un buon bagaglio tecnico. Poi ho dovuto inventare tutto quanto, perché la fotografia teatrale è tutta un’altra storia. Così, appena ho avuto la possibilità di trasferirmi a Roma, l’unica città dove secondo me si poteva fare questo lavoro, me ne andai dalla Calabria.  Per sostenermi usai le competenze che avevo: misi in piedi un laboratorio di sviluppo e stampa aperto a tutti che fortunatamente andò bene e mi permise di fare il fotografo teatrale». Ma dovette passare da cinema e tv: «prima di avere la possibilità di dedicarmi al teatro, soprattutto al teatro di prosa che è da sempre la mia passione più grande, per sostenermi lavoravo come fotografo di scena nel cinema e nella televisione, perché era più facile inserirsi e più facile operare in quei settori. C’è tantissima luce durante le riprese e una scena viene ripetuta all’infinito, quindi si hanno infinite possibilità di fare bene le fotografie. Per il teatro è diverso. A parte la profonda conoscenza che ci vuole per fotografare una rappresentazione teatrale, c’è un’unica possibilità di scattare fotografie, generalmente durante la prova generale. Mai durante lo spettacolo, perché si disturbano gli attori e gli spettatori. Può capitare, ma non si può fare di certo un intero servizio fotografico. Quindi, un’unica possibilità di ritrarre la scena: quella o niente». Oggi come allora quella del fotografo teatrale è una professione dal percorso impervio e poco o nulla remunerativo: «fotografi teatrali, di quelli che fanno unicamente questo lavoro, ce ne siamo pochissimi perché, economicamente parlando, non tutti si possono permettere la fotografia teatrale. È un settore talmente povero che lo si fa solo per passione; farlo come professione, confidando unicamente in quello, è praticamente possibile».  Ma quelli che ci sono, in Italia e nel mondo, usano esclusivamente la sua tecnica della fotografia in movimento. Ormai è d’obbligo. Ciò che rimane di tutti gli spettacoli in ogni teatro del mondo custodisce in sé il genio e l’intuizione di Le Pera. Amava il teatro e trovò un modo tutto suo di entrarci e farne parte. All’estero è apprezzatissimo, soprattutto in Germania, Francia, Stati Uniti. Li folgorò come fece con gli autori italiani: «quando venivano compagnie straniere andavo di mia iniziativa a fare fotografie, poi gliele offrivo e loro se ne innamoravano, avvinti dalla spontaneità della performance catturata in un’immagine. Molti registi mi hanno chiamato fino all’anno scorso, adesso un po’ meno perché la crisi ha investito anche gli altri paesi. Non tutti si possono permettere di chiamare un fotografo esterno, straniero oltretutto». Le Pera mise piede a Roma in piena avanguardia teatrale e avanguardistica si può definire la tecnica con cui stravolse l’immagine che del teatro si era avuta fino a quel momento. Dice: «La scuola romana era una fucina di idee e forme d’arte inedite. Iniziai a frequentare le cantine, non erano veri e propri teatri ma dei posti di fortuna per quei giovani registi avanguardisti. Lì era più facile fotografare perché non c’erano regole e soprattutto era il tipo di teatro perfettamente aderente alla fotografia che io volevo fare, o meglio la fotografia era aderente agli spettacoli e viceversa. Conobbi Giancarlo Sepe, Giuliano Vasilicò, Memè Perlini, Mario Ricci: tutti registi giovanissimi che proponevano un nuovo modo di fare teatro. Fu un’esperienza straordinaria. Man mano che passavano gli anni, conoscevo anche la gente che faceva il teatro “classico”: Eduardo de Filippo, Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Valeria Moriconi. Peppino de Filippo fu il primo ad affidarmi l’incarico di un servizio fotografico a un suo spettacolo. Da lì partì tutto quanto». Non solo il ricchissimo percorso professionale, ma un’intera vita affollata di incontri e relazioni indimenticabili. Perché con Le Pera accadde, e accade ancora oggi, una cosa fuori da ogni consuetudine: gli attori e i registi affezionandosi al suo lavoro si affezionano a lui, gli diventano amici, lo frequentano anche al di fuori del teatro, confidandogli gioie e dolori. Come fu con Albertazzi e la Melato e com’è tutt’ora con Sepe e Lavia: «Di aneddoti ce ne sarebbero migliaia da raccontare. Conosco tutte le vicissitudini delle loro vite, le loro angosce, preoccupazioni, felicità. Mi coinvolgono nella costruzione e nell’evoluzione dei loro spettacoli. Di questo sono fiero, perché di solito si frequentano gli artisti per un paio di giorni, io invece, da amico, partecipo alla loro vita dentro e dietro i palcoscenici. Grazie a questo lavoro ho creato intensi sodalizi di amicizia e avendo fotografato l’intera carriera di tanti artisti ho accumulato tantissimo materiale che mi ha permesso di realizzare una serie di volumi sui protagonisti della scena italiana pubblicati da Manfredi edizioni». Tra influenza avanguardistica e quella del teatro classico, i registi e gli attori i cui spettacoli teatrali sposano la sua visione di fotografia e più in generale di arte «sono praticamente tutti. Non ho - spiega - una predilezione particolare, anche se parecchi li frequento molto di più. Il teatro classico di Lavia è talmente spettacolare che non si può non innamorarsene. Così come quello d’avanguardia di Sepe, per fare alcuni esempi. Ma tutti gli spettacoli hanno una valenza incredibile, anche quelli degli autori contemporanei. Anzi, devo dire che sono molto più attratto dagli autori contemporanei, soprattutto da attori e registi giovani. Infatti, frequento tantissimo l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, a cui sono legato da un rapporto affettivo e professionale molto profondo. In particolare prediligo la scena napoletana: secondo me, in questo momento storico, a Napoli ci sono i migliori commediografi, i migliori registi e un serbatoio inesauribile di attori bravissimi. Napoli è una città straordinaria e sotto questo punto di vista sono i migliori al mondo, non c’è niente da fare. Ho appena pubblicato un libro su Tato Russo, autore, regista, attore, commediografo e musicista napoletano eccezionale, stimolante. Ogni suo spettacolo teatrale è diverso dall’altro e ogni volta mi sorprende». Di rapporti professionali con la terra dov’è nato non ne ha. Racconta: «sono molto legato alla Calabria, quando ho la possibilità ci torno volentieri. Ma rapporti professionali no, purtroppo di teatro calabrese ce n’è pochissimo. Secondo me un’unica realtà è importante, “Scena Verticale” di Castrovillari: ragazzi molto bravi, anche a livello di scrittura teatrale, che operano a livello nazionale. Altre realtà non ne conosco» commenta il depositario esclusivo di migliaia di espressioni, gesti, umori arpionati sul palcoscenico in oltre mezzo secolo e che, essendo irripetibili, il teatro non può più proporre, se non attingendo al fantastico bagaglio di Tommaso Le Pera.