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Lunedì, 18 Marzo 2019

“Geografia postale”, mappa di una Calabria interna che scompare

Sta nella chiusura dei servizi fondamentali la più viva metafora di un mondo sulla via del tramonto.

Ce lo dicono le statistiche sull’emigrazione, ce lo dicono i numeri, ce lo dice il senso più intimo di un termine che abbiamo imparato a identificare come stella polare di ogni percorso verso la chiusura, perché razionalizzazione è un temine che pur non volendo, nel tempo ha assunto il significato di resa. Non vuole essere il mio un esercizio di auto fustigazione ne una pratica di autoconvincimento a metà strada tra la nostalgia e l’inutile retorica, solo una riflessione che nasce come esigenza successiva ad ogni ideale viaggio, perché quello che ci porta dal Pollino all’Aspromonte, passando per la Sila e le Serre è un metaforico viaggio tra le nebbie dove l’odore del passato spesso è troppo presente, troppo forte, talmente forte da rimanerti nelle narici, da stordirti impedendoti di inquadrare il futuro. È proprio questo il problema del viaggio che molti compiono tra la nebbia, capire dove andare, capire nel nostro caso dove stia andando l’entroterra calabrese col suo bagaglio di storia, di sogni, di aspettative che molti sembrano avere già riposto in soffitta. Ogni abbandono produce le sue catastrofi, per le cose come per i luoghi e le persone ed è così anche per i piccoli centri, quelli dal destino che sa di mandorle amare, quelli che una volta abbandonati cambiano pelle tanto da non riuscire più a riconoscerli. Perdono la loro anima i paesi dell’entroterra calabrese, si rattristano come le balere dopo una festa, dove una volta finita la musica e spente le luci, a fare compagnia al ricordo dei volti sorridenti, rimangono la solitudine ed i bicchieri da lavare. È questa la prima metafora che mi viene in mente quando penso ai piccoli centri che si svuotano disperdendo nell’aria le tracce di un mondo antico che solo volendo potrebbe essere anche nuovo e presente. Volendo rimanere in tema di metafore, tra i tanti termometri che potremmo utilizzare ve ne è uno assai funzionale a rilevare il battito vitale delle comunità. I piccoli uffici postali di frontiera, pur tra mille restyling rimangono, pur dopo il traghettamento dal settore pubblico a quello privato, testimoni di vita, perché è una presenza la loro che oggi più di ieri diventa sinonimo di speranza e proprio per questo è facile intuire come la loro definitiva scomparsa venga quasi sempre vissuta come punto di non ritorno. Se diamo ad esempio un rapido sguardo al panorama degli uffici nella sola provincia di Reggio Calabria, cogliamo un dato assai rilevante. Dal piano di razionalizzazione aziendale datato 2011 che ha sancito il funzionamento a singhiozzo, tra gli altri degli uffici di Benestare, Bova, Bivongi, Bruzzano, Staiti, Casignana, Melia di Scilla, Montebello Jonico, Pazzano, Platì, Riace, Roccaforte del Greco, Samo, San Lorenzo, Sant’Alessio, Sant’Agata del Bianco, Camini, Candidoni, Canolo, Ciminà, Cosoleto, Laganadi, Martone, Ortì, Placanica, Portigliola, San Giovanni di Gerace, Siderno Superiore, Stignano, Agnana, si è passati nel giro di appena tre anni (dati ufficiali 2014) alla  definitiva chiusura di Anoia, Campoli di Caulonia, Plaesano di Feroleto della Chiesa, Castellace, Rosalì, Barritteri di Seminara, San Pantaleo, Terreti, Villa San Giuseppe, Capo Spartivento, Careri, Piminoro, Cirello di Rizziconi, Condojanni, Gambarie d’Aspromonte, Pardesca di Bianco, San Nicola di Ardore, San Nicola di Caulonia, Tresilico di Oppido Mamertina, Villamesa di Calanna, San Pier Fedele di San Pietro di Caridà e questo sia ben chiaro, solo per citarne alcuni. È un colpo di scure bipartisan quello che taglia di netto la montagna reggina dallo Ionio al Tirreno e non va certo meglio risalendo verso la Sila e verso il Pollino dove il quadro si completa con cifre allarmanti che ridisegnano la geografia antropica in un entroterra evidentemente sempre più povero. Poi volendo proprio farci male, andiamo oltre i dati appena esaminati ed il quadro se possibile peggiora. Leggo e mi rattristo sentendo delle famiglie di Roccaforte del Greco, paese, solo ultimo in ordine di tempo in un lunghissimo elenco di chiusure, dove i bambini non hanno più scuola. Fanno bene a resistere le famiglie di Roccaforte che al pari di molte altre evidentemente hanno intuito a loro spese come nella chiusura di una scuola piuttosto che di un ufficio postale o di una caserma dei Carabinieri vi si rintracci in realtà un messaggio assai più ampio di smobilitazione che va certamente oltre la semplice questione della negazione di un diritto. Insomma certi luoghi più di altri sono sofferti, marginali e per la minoranza cocciuta, romantica o forse solo realista, per quei testardi che nella Calabria interna, nella trincea dei luoghi di confine continuano ad immaginare un futuro, per il momento c’è solo un presente amaro che costringe a vivere sospesi tra la speranza e il dolore. Ormai da anni scrittori, studiosi, camminatori, artisti, appassionati sembrano aver riscoperto l’amore per i luoghi periferici. Non so quanto in un simile contesto di vuoto questa riscoperta possa giovare, ma certo è un inizio, perché se vogliamo tutto passa anche da una graduale presa di coscienza, perché è una montagna amara la nostra, spina dorsale piegata in una regione dove tanti non hanno capito, molti fanno finta di non capire quanto il problema non sia, non possa certo essere solo dell’entroterra, perché una montagna che si spopola porta con se conseguenze per tutti, come quei torrenti che esondando portano a valle il grido di dolore dei monti. Certo l’ideale sogno di riportare la vita in luoghi dove da tempo domina il silenzio, o di conservarla laddove ancora ne rimane traccia è impresa difficile, riservata ad una sparuta minoranza capace ancora di coniugare il sentimento alla ragione. Pensate però che nobile significato potrebbe assumere osservare l’immagine di un borgo abbandonato piuttosto che di una vecchia utilitaria, lasciando per un attimo da parte la rassegnazione, riuscendo a conferire ad entrambe la dignità della speranza. Riattribuire un ruolo centrale alla vita che torna o semplicemente a quella che resta non è utopia, è qualcosa di reale che passa dall’impegno e dall’assunzione di responsabilità. Sarebbe bello ripartire da un ritrovato senso dei luoghi, dal culto della “restanza”, non fosse altro che per il gusto di provare a mettere l’accento su un nuovo modo di concepire la pratica del rimanere, perchè come mi suggerisce l’amico Vito Teti, al contrario di quanto avveniva un secolo addietro, oggi la più forte forma di sradicamento non la vive più chi parte, quanto invece chi decide di restare.