Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Mercoledì, 17 Luglio 2019

La Calabria Ultra che non c’è più nel manoscritto acquerellato del 1595. D’inestimabile valore storico-artistico il Codice Romano Carratelli

L’impatto, appena ci si avvicina, è di un fascino delicato che attrae: le linee morbide e i colori tenui accarezzano i luoghi descritti con la necessaria precisione di chi ha avuto l’incarico di predisporre quella che, a dispetto dell’idea che ci si trovi dinanzi ad un’opera d’arte, era nato solo come un rendiconto di natura tecnica.

In effetti, si tratta di un manoscritto acquerellato che verosimilmente si può far risalire al 1595.
Ma, se da un lato basterebbe la sua straordinaria bellezza per lasciarsi trasportare, approfondendone la conoscenza si scopre che in realtà si tratta di un documento di straordinaria importanza che testimonia, disegna e descrive, con grafia cancelleresca, il sistema difensivo costiero di quella che fino al 1816 era denominata la Calabria Ultra, vale a dire quel territorio che oggi ricomprendiamo nelle province di Reggio Calabria, Vibo Valentia, Catanzaro e parte di Crotone.
Un volume che coniuga in un sol colpo un capolavoro dell’arte ed una fonte storica che lo rende prezioso.
Ribattezzato “Codice Romano Carratelli”, il volume contiene 99 acquerelli disegnati su carta filigranata, quindi non incisi, di cui colpisce subito l’ottimo stato di conservazione tanto della carta quanto dei colori, che sono ricavati solo da sostanze naturali ed appaiono luminosi, limpidi, freschi, nonostante abbiano attraversato oltre quattro secoli di vita. Vi è rappresentato il sistema topografico e militare della costa calabrese secondo quello che doveva essere un più ampio progetto, evidentemente pensato dagli spagnoli Carlo V e Filippo II, per difendere il territorio: il manoscritto, infatti, è composto soprattutto da disegni delle torri, ma anche fortini, vedute panoramiche delle piazze militari più importanti, porzioni di territorio ancora indifese e su cui l’autore manifesta la necessità strategica di edificare adeguate strutture.
Come si arriva alla denominazione di “Codice Romano Carratelli” lo racconta Giuseppe Fausto Macrì, il primo studioso ad aver visionato il Codice e che ha pensato di battezzarlo, appunto, Romano Carratelli al fine di identificarlo col suo proprietario, noto bibliofilo vibonese, per rendergli così merito di una scoperta tanto importante, quanto prestigiosa.
È questo, infatti, un antico volume che contiene informazioni su dimensioni, stato delle strutture, armamenti, personale di custodia di ogni singola torre, e finanche il preventivo di spesa necessaria alla realizzazione delle nuove opere previste. Insomma, un documento redatto per certificare non solo l’esistente, ovvero le strutture realizzate fino a quella data, ma anche le ipotesi di ampliamento del progetto di fortificazione. Insomma, quello che con linguaggio moderno potremmo definire una proposta di pianificazione territoriale. E infatti il Codice Romano Carratelli presenta una visione organica che mette assieme gli insediamenti esistenti con quelli previsti in una dimensione di connessione gli uni con gli altri tali da garantire il miglior governo del territorio possibile.
Così racconta la sua scoperta Giuseppe Fausto Macrì: “…mentre ero sul web alla ricerca di eventuali notizie sulle torri costiere di Calabria per completare la mia monografia sulla Torre di Pagliapoli (oggi un relitto torriero, ma in realtà una delle più antiche torri costiere dell’Italia Meridionale), ad un certo punto mi imbattei in una pagina che conteneva una notizia che, letteralmente, mi fece sobbalzare sulla sedia: uno Studio Antiquario aveva infatti messo in vendita un volume contenente un centinaio di disegni di torri costiere di Calabria Ultra. Le scarne indicazioni parlavano di una datazione approssimativa al XVII secolo ed erano accompagnate dalla fotografia di una pagina del manoscritto, la quale, tra l’altro, era stata la vera responsabile del mio sobbalzo: vi si vedeva, infatti, mirabilmente dipinta, con la tecnica dell’acquerello, un tratto costiero delle mie parti – quindi, a me ben noto – accompagnato da una breve relazione nella quale l’anonimo estensore indicava nella crocetta del disegno il punto in cui suggeriva l’edificazione di una torre a difesa di quella zona, già in passato ripetutamente fatta segno di scorrerie piratesche”.
La frenesia del ricercatore assale inevitabilmente Macrì, che si mette quindi subito alla ricerca di questo documento dal valore straordinario: “Attraverso un vorticoso giro di telefonate, quindi, riuscii a contattare la Casa d’aste che lo aveva battuto e, attraverso l’amica Simonetta Conti, docente di Geografia alla Seconda Università degli Studi di Napoli e grande esperta di cartografia antica, l’esperto ufficiale della stessa Casa, buon amico e collega della prof. Conti, pregarli di chiedere a quello che poi scoprii essere l’ultimo ignoto acquirente se acconsentiva a permettermi di prendere visione del manoscritto”.
“Ottenuta la tanto sospirata risposta affermativa – prosegue nel suo racconto Giuseppe Fausto Macrì – ero già pronto a saltare sul primo aereo per raggiungere il nuovo possessore del manoscritto, quando con mia grande sorpresa mi venne detto che questi era calabrese, di Vibo Valentia. Felice (lo ammetto: sono un pigro e non amo molto viaggiare) per la favorevole coincidenza, ebbi quindi la fortuna di fare la conoscenza di uno straordinario personaggio, colto e raffinato (una volta si sarebbe detto mecenate), Domenico Romano Carratelli, cui la sconfinata passione per gli antichi tomi lo aveva portato a fondare, a Vibo Valentia, l’Accademia dei Bibliofili, prima, e ad acquistare il prezioso volume di cui stiamo parlando, insieme a tanti altri libri – alcuni di grande valore – che compongono la sua cospicua biblioteca, poi”.
La visione del manoscritto conferma un dato che ormai può essere certo: si tratta sicuramente dell’opera di un tecnico (ingegnere o architetto), esperto di architettura militare, inviato a prendere visione di un sistema strategico.
“L’emozione nello sfogliare, una ad una, le 99 pagine del manoscritto fu grande – ricorda sempre Giuseppe Fausto Macrì – ma ancor di più lo fu scoprire l’enorme messe di dati del tutto inediti e, in qualche caso, inopinati, che in qualche misura avrebbero certo costretto i ricercatori del settore a rivedere radicalmente alcune ipotesi storiche ritenute, erroneamente, già abbondantemente consolidate. Purtroppo, nulla si sa sulla data di realizzazione o sull’identità del redattore: ma, se per quanto riguarda la prima, le approfondite ricerche condotte dalla dott.ssa Teresa Saeli hanno ormai ristretto il lasso temporale a pochissimi anni (fra il 1596 ed il 1600), ancora incerta è l’attribuzione all’autore”.
Torniamo, a questo punto, alla genesi della sua definitiva denominazione, Codice Romano Carratelli: “…a conclusione dell’emozionante lettura – prosegue il suo racconto Macrì – chiesi all’ospite se per caso fosse disponibile a mettere a mia disposizione l’immagine della Torre di Pagliapoli, in quanto essa avrebbe di sicuro coronato la mia pur corposa ricerca con le notizie inedite ivi contenute. Non senza una certa, graditissima, sorpresa, la richiesta fu immediatamente e generosamente esaudita e la preziosa immagine entrò a far parte del corredo iconografico della “Sentinella perduta” (è il titolo del mio libro) …e, però, ingenerò al contempo un piccolo problema: quello della citazione in bibliografia, trattandosi di opera, al momento (e tuttora) anonima. Fu così che ebbi l’idea (e l’onore) di battezzarlo come “Codice Romano-Carratelli”: con tale intitolazione l’esistenza del prezioso manoscritto cominciò a circolare sul web, e sempre con la medesima dizione è stato presentato alo Salone del Libro di Torino (dove ha riscosso un prevedibile e meritato successo) e con essa è ormai universalmente noto”.
Il Codice vive oggi una vita intensa, ammirato da esperti, studiosi, curiosi e personaggi di notevole levatura: è stato ospite al Quirinale ammirato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha varcato i confini nazionali giungendo finanche in Cina, ammirato nelle università di Pechino e di Shangai.
Forte è la considerazione che questo documento dall’incantevole bellezza – il più antico attestante il sistema difensivo costiero calabrese – sia ben custodito da una persona sensibile e colta, qual è Domenico Romano Carrattelli, al quale si deve questa scoperta.
La ricostruzione dei fatti che hanno portato al rinvenimento del Codice è un’altra storia affascinante ed ha inizio quando il direttore di una casa d’aste fece sapere al bibliofilo vibonese, ben conosciuto negli ambienti dei collezionisti, che un gruppo di antiquari del Nord Italia aveva acquisito il volume da una facoltosa famiglia che stava tra Liguria e Piemonte; da lì è iniziata una trattativa sfiancante che si è conclusa con l’acquisto e col passaggio del manoscritto nelle mani del collezionista vibonese Domenico romano Carratelli. Nel frattempo, nel 2013 la Regione Calabria ha proposto la candidatura del Codice al programma Unesco “Memoria del mondo” per la salvaguardia del patrimonio documentale, mentre il Ministero dei Beni Culturali lo ha sottoposto a vincolo nel 2014.
Ne va ben orgoglioso Domenico Romano Carratelli, che da bibliofilo esperto aveva compreso sin da subito il valore di questo ritrovamento, ma – forse – non ne aveva considerato la portata.
Incontrandolo, la prima domanda è proprio legata al fatto di capire come nasce, come si arriva a diventare un bibliofilo.
“La mia passione – risponde – nasce sin da ragazzino, quando mi divertivo a scartabellare le cose vecchie in soffitta, compresi quelli che io consideravo semplicemente dei libri vecchi da buttare, finché mia madre con pazienza non mi spiegò la differenza tra un libro vecchio ed un libro antico. Una consapevolezza che ni principio non colsi pienamente, ma che poi negli anni, affinando i miei gusti, ho cominciato ad apprezzare, ad appassionarmi, a dedicarmi alla ricerca coltivando una passione che è diventava sempre più forte e che ormai è parte di me da oltre cinquant’anni”.
Una ricerca costante, continua, appassionata, come lui stesso riconosce e che porta al “grande colpo”, al sogno di una vita.
“Indubbiamente, è il risultato di una serie di coincidenze – riconosce Domenico Romano Carratelli – ma, anche se un ruolo importante lo ha giocato la fortuna, un ruolo altrettanto importante lo ha svolto la capacità di intuirne il valore, capirne le potenzialità. Da calabrese, poi, per me il valore era ancora più importante perché sapevo che era qualcosa che raccontava della mia Calabria ed io capivo che un documento che tornava alla luce dopo quattrocento anni poteva correre il rischio di perdersi un’altra volta. Ed allora, mi resi conto che dovevo essere pronto anche ad un grande sforzo, pur di riportarlo qui, in Calabria”.
Dunque, una volta informato dell’esistenza di questo documento, la sorpresa fu immensa e da quel momento cominciarono i tentativi di contatto con i proprietari.
“Devo riconoscere – ammette – che ho avuto fortuna nell’incontrare persone perbene. Non una novità, in effetti, perché in questo ambiente è praticamente impossibile incontrare persone diverse per qualità umane e perbenismo. A ciò si aggiunge che in questo caso ho avuto la buona sorta di incontrare una famiglia di grande cultura che si dimostrava anche di grande disponibilità”.
La trattativa, comunque, fu lunga, non semplice: “…ma alla fine, sento il dovere di ringraziarli, perché senza la loro disponibilità sarebbe stato impossibile riportare questo Codice in Calabria e – devo pure ammettere – forse ci avrebbero guadagnato pure qualcosa in più vendendolo fuori. Però anche loro – alla fine di una lunga serie di insistenze, avendo io mobilitato conoscenze comuni affinché perorassero la mia causa – capirono che era giusto che questo volume tornasse in Calabria considerata l’importanza di questo Codice che di fatto ridisegnava l’iconografia calabrese che fino a questo momento faceva riferimento al lavoro di Pacichelli, mentre questo Codice retrodatava di oltre un secolo l’immagine della Calabria, in maniera organica, perché pensato alla luce delle necessità della difesa del territorio dall’assalto dei turchi che allora erano una minaccia continua, abituale in tutto il Mediterraneo”.
Romano Carratelli realizza così quello che deve considerarsi il sogno di un bibliofilo: la sua “Bibbia di Gutemberg”.
Sorride nel ripensare a questo particolare: “In effetti – riconosce – tra noi collezionisti circola questo modo di dire. Se per un bibliofilo il “sogno” è, appunto, trovare la “Bibbia di Gutemberg”, vale a dire il primo libro mai stampato, io da calabrese sento di poter dire di aver trovato la “mia Bibbia di Gutemberg!”.