Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Domenica, 20 Ottobre 2019

Da Danny Kaye a Fabrizio de Andrè: le amicizie del “mastru cantaturi”. Otello Profazio racconta il Sud con ironia e amarezza

Il cancello della porta di casa è aperto. Due incisioni sovrastano le mura della villa: “Casôna Otello. Mastro cantaturi”.

«Non sarà difficile trovare casa mia, a Pellaro tutti la conoscono», dice al telefono qualche giorno prima. E così è stato. Tutto intorno alti alberi, Otello Profazio arriva con un grande cappello verde militare in testa («viene dall'Australia - dirà -, ci ho suonato 31 volte») e in mano le tracce dei lavori di giardinaggio a cui si stava dedicando. «La musica è la cosa più importante della mia vita. Io da cantastorie intervengo nella politica, senza paura di esprimere un pensiero. Non canto con la voce, canto con lo stomaco, perché per me cantare è una cosa primordiale, è come mangiare, è come fare l'amore». Si presenta così Otello Profazio, monumento vivente del folk italiano, interprete ironico e dissacrante della storia del meridione e d'Italia, dotato di una spiccata capacità narrativa che, superando le barriere linguistiche legate all'utilizzo del dialetto, è riuscito ad arrivare a tutti. Interminabile la lista dei riconoscimenti ottenuti, tra cui spiccano: un disco d'oro nel 1974 per aver venduto un milione di copie con Qua si campa d'aria - un primato per un LP di musica popolare -, un Premio Tenco 2016 alla carriera nello stesso anno in cui la targa della competizione canora viene assegnata Peppe Voltarelli per il disco Voltarelli canta Profazio.  Sessantacinque anni di onorata carriera, 82 anni da compiere il 26 dicembre e in testa una moltitudine di storie ancora da raccontare. «Sono tra gli autori più longevi anche se ancora devo produrre, ho bisogno di campare almeno altri vent'anni per arrivare almeno al 50% della mia produzione», dice senza scherzare troppo. Perché Profazio dimostra ancora un attivismo sfrenato e una lucida capacità di raccontare il Sud con ironia e amarezza. L'ultimo disco, La storia, uscito quest'anno e finalista per la Targa Tenco, sezione dialetto, segna un nuovo capitolo nella produzione del cantastorie.

Con Giorgio Gaber e Enzo Jannacci

«I miei dischi sono tutti monografici», racconta, «da Sollazzevole a Il Brigante Musolino, da Qua si campa d'aria, a Gesù, Giuseppe e Maria, da Amuri e pilu a L'Italia cantata dal Sud, con la presentazione di Carlo Levi. L'ultimo lavoro è apparentemente il meno monografico di tutti, con 18 canzoni di piglio diverso che però contribuiscono a renderlo forse il più monografico dei miei dischi perché combina la mia storia, la storia del Sud e la storia d'Italia». Un disco ricco di autocitazioni e rimandi, ammiccamenti e interventi in voce che esprimono al meglio la ricerca di un equilibrio tra tradizione e modernità di cui Profazio è maestro. Ambasciatore in tutto il mondo della musica folk italiana, Profazio scopre questo universo da ragazzo. «Anche se a Reggio sono poeta in patria, sono nato a Rende», spiega. «Mio padre, originario di Palizzi, era capostazione e a un certo punto della sua vita è stato trasferito a Reggio. Il mio interesse per la musica è iniziato tardi, frequentavo il liceo classico, quando un giorno mio padre da Palizzi portò una chitarra. Cominciai a suonare. Da quel momento mi sono appassionato, più che al cantare alle canzoni che cantavo». Da autodidatta, Profazio muove i primi passi nel mondo della musica e in poco tempo nasce la canzone che ben presto lo avrebbe reso famoso: Ciuccio bello di ‘sto core, inciso nel 1953, vende milioni di copie, «la prima canzone dialettale comprata in tutta Italia», dice. Parla delle strane vicende di un uomo che rimpiange il suo asino, ancor più che la moglie. «Il repertorio popolare è antifemminista per antonomasia», sottolinea. Il brano ha talmente tanto successo che un comico inglese, Danny Kaye, lo riadatta trasformandolo in una canzone d'amore per una donna Ciu Ciu bella. Ed è proprio grazie a questo brano che Otello Profazio viene notato da Nunzio Filogamo, noto conduttore radiofonico e televisivo, a Reggio Calabria per una puntata della trasmissione Il microfono è vostro. Da lì a poco verrà scritturato dalla casa discografica Fonit-Cetra. Dopo il diploma Profazio si trasferisce a Roma. «Inizialmente sono andato ad abitare in una pensione in via del Babbuino n. 29, al n. 9 allora c'era la Rai», ricorda. «C'ero andato perché il direttore della Rai, Fulvio Palmieri, che mi aveva sentito cantare a Napoli, mi disse: “Profazio, mi venga a trovare a Roma!”. Non sono mai andato a trovarlo, ma ho cominciato a fare trasmissioni in radio». Tra queste conduce Quando la gente canta, uno dei programmi radiofonici più longevi in Italia, trasmesso per 22 anni, una rassegna di musiche e interpreti del folk italiano. Non solo radio, ma anche televisione per il cantastorie calabrese.  «Il grande successo è arrivato quando sono entrato nel giro di Milano con Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Bruno Lauzi, Cochi, Renato e Cino Tortorella. Lavoravamo tutti al Club 64 di Tinin Mantegazza fino a quando ci siamo ritrovati insieme, con i testi di Umberto Simonetta, nel 1964 nella trasmissione televisiva Questo e quello», racconta con passione. «Ricordo ancora di quando durante la mia esecuzione di La baronessa di Carini Gaber si fermò a guardarmi intensamente nel bel mezzo della trasmissione. A distanza di tempo avrebbe ammesso che in quel momento gli venne l'idea di cominciare a fare teatro-canzone». Apre la memoria ai ricordi e a numerosi aneddoti Profazio, come quelli legati a un altro mostro sacro della musica italiana, Fabrizio De Andrè, la cui Bocca di Rosa verrà ripresa nell'ultimo disco del cantastorie per diventare Donna Vicenza, «una versione più popolana», precisa. «È stato Fabrizio De Andrè a cercarmi, venne a trovarmi a Roma perché voleva venire con me in Canada, amava alcune mie canzoni, soprattutto quelle su Garibaldi. Ha dormito due sere nel mio studio. In Canada alla fine è venuta Gabriella Ferri con me, ma l'ho convinto a cantare in pubblico, a superare la sua paura». Ma tra gli incontri che hanno segnato la vita di Otello Profazio, di certo il più significativo è quello con Ignazio Buttitta, il poeta dialettale di Bagheria con il quale il cantastorie calabrese ha avuto un lungo e fruttuoso rapporto di collaborazione e amicizia. «Non conoscevo Buttitta», dice Profazio. «Un bel giorno me lo sono visto spuntare a casa a Roma assieme a Pompeo Colajanni. È stato fondamentale per la mia vita perché mi ha insegnato a entrare nel merito violento della vita politica e a dire la mia, così come mi ha insegnato gli elementi del comunismo, ai quali io però non ho mai aderito». Forse per questo La storia si apre con il brano Ballata consolatoria del popolo rosso: «Non ho mai creduto che il comunismo potesse esistere, ma mi hanno sempre commosso quelli che ci hanno creduto, anche se probabilmente sono l'artista che in assoluto ha partecipato a più Feste dell'Unità». Sicuro di sé, ironico e dissacrante non ha dubbi sulla recente ondata di riscoperta e riproposizione di musica tradizionale: «Sono tutti carrialandi, ladruncoli», tuona. «È giusto che si abbia come riferimento me, per tutti, ma il fatto di estrapolare delle cose che non hanno senso e metterle insieme una dietro l'altra senza un discorso alla base ha poco valore». Non ci resta allora che sperare che davvero il mastru cantaturi per eccellenza possa continuare a svelare la sua produzione, arrivando, come si augura, almeno al 50%.