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Sabato, 21 Settembre 2019

Federalismo fiscale: a che punto siamo? Le criticità dell’ autonomia differenziata e l’incognita “Lep”

Nonostante il momento non sia dei più rosei per il Governo giallo-verde, tra avvertimenti da parte dell’Unione Europea e le molte perplessità sulla manovra economica, prosegue senza troppo sensazionalismo l’iter per l’attuazione in - alcune Regioni del Nord- del Federalismo Fiscale.

L’accordo fra lo Stato e tre regioni per la concessione di forme di «autonomia differenziata» è una vicenda decisiva per il futuro dell’Italia. Da sempre la Lega ha fra i suoi principi l’individualità territoriale: trattenere al Nord la maggior parte possibile del gettito fiscale. Dato che al Nord i redditi sono maggiori della media nazionale, l’ammontare delle tasse raccolte è maggiore di quanto viene speso per i servizi pubblici e questo genera un residuo fiscale.
In sostanza il Federalismo fiscale non è altro che un sistema decentrato di riscossione delle imposte nel quale sono gli enti locali a gestire le entrate per conto dell’amministrazione centrale, a cui ne viene comunque devoluta una parte. L’essenza, dunque, del federalismo è l’autonomia fiscale e impositiva degli enti locali. Non è più il centro a raccoglierli e a distribuirli alla periferia, ma il contrario. Fenomeni di questo tipo sono stati sperimentati in America, con gli Stati americani che si sono federati negli Usa e si stanno sperimentando in Europa, con l'Unione europea, che si basa sulla rinuncia alla sovranità nazionale dei Paesi nazionali in alcuni settori che vengono gestiti in modo autonomo dalle autorità comunitarie. Il nostro Paese è stato finora basato sul regionalismo, ossia su un sistema incentrato su limitate autonomie delle Regioni, mentre allo Stato, competeva tutto quello che non era esplicitamente delegato ad esse. L’obiettivo del mettere le mani sulle tasse è da sempre uno dei ‘punti all’ordine del giorno’ di quasi tutte le amministrazioni regionali, soprattutto da parte delle Regioni del Nord. Nell’ottobre scorso si è votato in Lombardia, Veneto, ai quali si è aggiunta anche l’ Emilia Romagna, per un referendum per l’autonomia al fine di ottenere maggiori competenze ai sensi dell’art. 116 della Costituzione.
La richiesta di spostare le competenze, infatti, è motivata dal fatto che in questo modo sarà possibile trattenere più risorse fiscali (all’interno delle Regioni) di quanto accade oggi. Sono motivazioni che si leggono in tutti i documenti ufficiali dei Consigli Regionali veneto e lombardo. Dopo il referendum è stata conclusa una prima intesa interlocutoria fra governo ( all’ora guidato da Gentiloni) e regioni. Ma ora la materia è nelle mani del nuovo ministro competente Barbara Lezzi. 

Barbara Lezzi, Ministro per il Sud


Tutto questo potrebbe, apparentemente, interessare solo una parte del Bel Paese, se non fosse che la questione tocca diversi aspetti importanti come il funzionamento del sistema scolastico e sanitario nazionale solo per fare un esempio. Sulla carta, il sistema del Federalismo fiscale non fa una piega, al contrario, risulterebbe anche vantaggioso sia per il Governo centrale che per gli enti periferici, se non fosse per alcuni dettagli contenuti all’interno di questo nuovo accordo che stanno suscitando particolari perplessità sull’efficienza dell’operazione. Con lo spostamento di competenze da Stato a Regioni, che dovrebbe semplicemente comportare il passaggio di funzioni ma, con questo nuovo accordo, insieme alle nuove competenze le regioni richiedono di “trattenere quote predeterminate” dei gettiti erariali riferiti ai propri territori. Ovvero, più risorse, più residui fiscali, rispetto a prima. Così facendo, si andrebbe ad aumentare sempre più il divario tra Regioni ricche e Regioni povere. A sollevare il problema delle forti ricadute negative per il Sud, in seguito alle richieste di autonomia delle tre regioni del Nord, è stato nei mesi scorsi il presidente del Gruppo misto in Consiglio regionale Fausto Orsomarso che poneva l’accento sulla ‘leggerezza’ da parte del Governo centrale, nel trattare la questione. Un’operazione che ha definito: “scellerata se non fermata in tempo”. 

Fausto Orsomarso, Consigliere regionale

Secondo il consigliere regionale calabrese, infatti, il proseguire secondo questa strada “spaccherebbe il Paese e acuirebbe i guai storici del Mezzogiorno italiano”. Nei giorni scorsi, a sollevare le medesime perplessità sull’accordo tra le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna è stata la neo ministra per il Sud Barbara Lezzi, che ha ricordato che nel contratto di governo “non vi è scritto che il surplus fiscale debba essere trattenuto al Nord. Così è, ma il testo risulta ambiguo. Non c’è nemmeno scritto che si tratti delle attuali risorse ma che: «il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse». Ma quanto debbano essere queste risorse e chi e come lo stabilisce è proprio la materia del contendere. Questo quesito sarà presto sciolto dal Governo nelle prossime settimane. La ‘falla’, però -come spiegato anche da Orsomarso-, pare risieda non tanto nell’accordo del Governo Conte ma in senno alla Costituzione.
“Un vuoto normativo denunciato più volte dalla Corte costituzionale, ossia la mancata definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili da garantire in misura omogenea a tutti i cittadini italiani, (i cosiddetti Lep). L’art. 116 della Costituzione riconosce il diritto delle Regioni a presentare richieste per ottenere  l’autonomia sulle materie identificate, restando, però, una prerogativa dello Stato decidere se concedere o meno  l’autonomia”. È evidente che non si può trattare di una questione locale, di una trattativa tra veneti e lombardi, ma di un grande tema per tutti. Il maggior gettito prodotto dalle Regioni del Nord richiedenti maggiore autonomia e competenze, verrebbe da queste trattenuto fino al 90% circa. Il modello di autonomia previsto sembra non attuabile senza violare i principi di uguaglianza e di solidarietà garantiti dalla Costituzione. Di ‘federalismo’ si potrebbe parlare solo nel momento in cui si fissano in modo definitivo i Lep. Anche se i contenuti del contratto di governo lasciano prevedere un forte calo delle risorse fiscali statali (con la flat tax) contemporaneamente a nuovi impegnativi capitoli di spesa (revisione pensioni, reddito di cittadinanza). In questo quadro, una autonomia regionale ben disegnata garantirebbe ai cittadini delle regioni più ricche risorse comunque sufficienti, mettendo, invece in difficoltà Regioni che ‘non navigano nell’oro’. Il modello di Federalismo fiscale, sulla carta, rimane un ottimo ed eccellente metodo per sollevare lo stato centrale dalla gestione di molti settori che, indubbiamente, potrebbero essere gestiti al meglio da enti territoriali. L’Italia, purtroppo, però presenta troppe disparità economiche che rendono questa formula –così come concepita oggi- inapplicabile su tutto il territorio nazione, accelerando solo, il processo di ‘secessione’ per fasce di reddito del Paese.