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Mercoledì, 17 Ottobre 2018

Raffaele Montepaone: “La mia è una fotografia intima”. Volti struggenti e storie di donne antiche in mostra

'Life - istantanee di Calabria' è un progetto del fotografo Raffaele Montepaone (nel volume omonimo la prefazione è siglata da Ferdinando Scianna) potrà essere ammirato - dal 13 al 19 ottobre - a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale.

La mostra è organizzata con la collaborazione dell’Accademia di belle arti di Reggio Calabria. Volti solcati dal tempo e dalla fatica, quelli delle centenarie donne calabresi dalla bellezza non convenzionale. Fatica solida e carica del peso della saggezza e di un'identità, al contempo, discreta e prorompente. Dietro a quelle mani rugose, che stringono un rosario o intrecciano lunghi capelli bianchi, o a quegli occhi fieri e scintillanti, il fotografo vibonese Raffaele Montepaone ha scovato  un mondo da raccontare. I suoi scatti documentano gli usi e i costumi delle vecchie generazioni calabresi e i loro legami con la terra ed evocano immagini antiche e i ritmi della civiltà contadina. Il fotografo, per fortuna, salva molte tracce. Con una visione monocromatica ed intima, Montepaone svela dietro volti e mani delle storie. Le storie di vita delle donne ritratte, monumenti viventi di una Calabria rurale e contadina che ha attraversato il '900. Da oltre dieci anni, Montepaone va alla ricerca, nei borghi più sperduti e abbandonati della Calabria, delle sue muse. Il risultato di questi viaggi e di questi incontri è il progetto fotografico “Life”,  che comprende due serie di opere: Faces ed Hands. Un inno alla vita, un affresco sulla ricchezza umana della Calabria che ha preso forma nel 2007 a Stilo con il ritratto della signora Concetta, scatto che gli è valso nel 2014 il secondo posto tra i giovani emergenti all'Affordable Art Fair Milano, nell'ambito di Expo Arte. Da allora “Life” ha ricevuto tanti altri premi e riconoscimenti: nel 2014 al contest fotografico a cura di Fiof, Fondo internazionale per la Fotografia; il premio speciale Talent Prize 2015 che ha permesso di esporre la sua opera “Memoria” al museo Pietro Canonica di Roma. Nel novembre 2015 ha esposto al Caroussel du Louvre di Parigi; nel 2016 l’Archivio Fotografico Italiano ha promosso una sua mostra personale a Legnano per il Festival Fotografico Europeo. Nel luglio 2016 viene presentato dall’AFI ad Arles il libro “Il bel paese” durante “Les Rencontre de la Photographie”. Seguono un’esposizione collettiva a Grenoble ed una personale alla galleria Ex-Nihilo. Nel 2017 ha vinto la prima edizione del Premio Ram Sarteano al Mia Photo Fair, importante fiera italiana dedicata alla fotografia d'arte, a cui è seguita una mostra presso la Rocca Manenti, a Sarteano. Abbiamo incontrato Montepaone e ne è venuta fuori un’interessante conversazione

Come e quando è avvenuto il suo primo incontro con la fotografia?

Avevo dodici anni quando ho cominciato a frequentare lo studio fotografico di un mio cugino. Da lì, prima per gioco e poi per amore, ho incontrato la macchina fotografica e mi sono appassionato a questa arte, a questo modo di vedere il mondo e alla possibilità di poter fermare il tempo. Ho cominciato utilizzando la pellicola, di cui ricordo ancora gli odori e la magia della camera oscura. Oggi scatto quasi esclusivamente in digitale anche se penso che sia stata una fortuna poter vivere il passaggio tra due ere.

Quando la fotografia è diventata per lei una professione?

Quasi da subito. Per i primi dieci anni, ho lavorato mosso dalla passione e dalla voglia di sapere cosa fosse la fotografia e come farla. Poi, sono arrivati i primi lavori retribuiti, prima con uno studio e poi con l'editoria, lavorando come fotoreporter per delle testate locali. Credo che sia una fortuna  fare il lavoro che si ama, anche se, attualmente, in questo campo c'è tanta confusione e concorrenza. Con il mio lavoro giro l'Europa, il che significa costi ingenti sia in termini economici che di impegno. Ecco perché ad oggi è difficile per un fotografo vivere della sua sola opera.

La passione per il reportage, l'utilizzo di un bianco e nero fortemente contrastato ed il fare della Calabria, ed in particolar modo della anziane donne calabresi, il suo terreno di studio sono, probabilmente, i tre elementi centrali della sua produzione. Da dove nascono queste scelte?

I miei scatti nascono in bianco e nero, perché credo che la fotografia, soprattutto quella documentaristica, debba avere un impatto per la forza dei contenuti, piuttosto che dei colori che, spesso, distolgono l'attenzione dell'osservatore. Una fotografia si legge meglio quando si fa leggere. Per quanto riguarda l'interesse per le anziane calabresi, penso che “Life” mi abbia trovato. Era il 2007, lavoravo come fotoreporter per un quotidiano locale. Mi trovato a Stilo per un servizio. Lì ho incontrato casualmente la signora Concetta, una nonnina di 102 anni, chiamata l'oracolo dei riti pasquali. Sarebbe diventata il mio primo ritratto della serie “Life”. Ho un ricordo bellissimo di quell'incontro, benché non sia stato semplice fotografarla. Prima l'ho conosciuta, ci ho parlato e dai racconti di questa donna, dai suoi occhi, ho sentito in me la voglia di conoscere le anziane calabresi perché ho percepito che mi avrebbero potuto dare tanto. È un regalo che loro hanno fatto a me, di ogni incontro ho un buon ricordo, così come delle storie che mi hanno lasciato.

Lo scatto rappresenta la fase finale di un percorso di conoscenza delle persone che ritrae, delle loro storie di vita. Quale storia l'ha colpita di più?

Porto con me la storia di nonna Angela, con i suoi racconti sulla guerra, sul duro lavoro nei campi o dei bombardamenti durante i quali nascondersi nei bunker. Un giorno, andando via dopo un nostro incontro, nel salutarmi mi ha detto in dialetto: “Torna a trovarmi. Qui non torna più nessuno per parlare: cosa siamo diventati?”.  Anche quell'occasione mi ha lasciato una storia, quella di una donna dell'entroterra calabrese che non riesce a comprendere la frenesia della vita moderna. Trent'anni fa capitava che anche i bambini si fermassero a chiacchierare con la vecchietta sull'uscio della porta, mentre oggi non si ferma più nessuno. Un'altra storia toccante è quella di due sorelle gemelle che hanno sposato due fratelli gemelli, anche se il loro destino è stato totalmente diverso. Una delle due mi ha raccontato che alla vigilia delle nozze ha fatto un sogno, che poi si è rivelato essere premonitore. Nel sogno, una delle due sorelle riceveva in dono un fascio di rose, l'altra un fascio di legnetti. E in effetti la prima ha avuto una vita agiata con un marito rispettoso, la seconda ha sposato il fratello violento e padrone.

 Come trova i soggetti da fotografare?

La maggior parte dei centenari vivono nei borghi dell'entroterra, quindi ho cominciato ad andare nei paesini in cui sapevo di trovarli. Chiaramente, ho incontrato tante difficoltà, non è semplice convincere loro o i parenti, la fotografia in questi luoghi non viene considerata una forma d'arte. Il primo scoglio è stata la diffidenza, poche persone mi dicevano di sì. È stata una lotta durissima. Oggi le cose sono cambiate, “Life” ha girato il mondo e adesso sono i centenari, o le loro a famiglie, a chiamarmi per essere ritratti. Non si tratta di uno scatto rubato, ma del frutto dell'incontro e della conoscenza con le persone che fotografi. Io la definisco una “fotografia intima”, perché queste persone mi danno loro stesse; ed è solo grazie a questo percorso di conoscenza che capisco quando è il momento di prendere la macchina fotografica e scattare. E così può succedere che una mano mi trasmetta lo stesso sentimento di un volto. Credo che solo quando si instaura un rapporto di fiducia e di empatia con la persona da ritrarre la foto possa essere ricca di contenuti. Non sarebbe mai possibile  con uno scatto rubato.

 “Life” è tra i suoi lavori quello che ha ottenuto i maggiori riconoscimenti con la partecipazione a fiere e con il conferimento di prestigiosi premi. Come nasce l'idea di raccogliere le immagini nella monografia “Life – istantanee di Calabria” ?

L'idea nasce anche da un'osservazione di Ferdinando Scianna a cui è piaciuto il mio lavoro, secondo lui di ogni lavoro bisogna lasciarne traccia. Così ho deciso di intraprendere l'avventura di stampare “Life”. La prima stampa è terminata e stiamo valutando un ristampa, magari in un secondo volume più ricco. Considero “Life” il mio lavoro d'esordio, anche se nel 2007 ho già pubblicato il volume-documento “3 Luglio 2006”, racconto fotografico sull’alluvione di Vibo Valentia il cui ricavato è stato devoluto in favore della popolazione colpita.

 Ferdinando Scianna ha anche firmato la prefazione al suo libro. Di certo, un importante riconoscimento al suo lavoro. Come nasce l'incontro con uno tra i più grandi maestri della fotografia in Italia?

Scianna ha avuto modo di conoscere il mio lavoro all'AFI di Arles, in Francia. In quell'occasione veniva presentato libro “Il bel paese”, progetto, al quale ho partecipato, che racconta l'Italia attraverso lo sguardo di sei fotografi. Inoltre, delle mie fotografie erano in esposizione. In quell'occasione, Scianna si è fermato a guardare le mie foto e qualcuno mi ha avvisato. A quel punto, tramite un amico ho chiesto  di poterlo incontrare, ma ho scoperto che anche lui voleva incontrare me. Una volta deciso di stampare “Life” ho subito pensato a lui per la prefazione.

Ad agosto di quest'anno il magazine americano “The Sun” le ha dedicato ampio spazio. Come nasce questo interesse e cosa pensa che arrivi all'estero del suo progetto?

“Life” è un progetto che mi è stato richiesto e continua ad essere molto richiesto all'estero. Credo perché si tratta di un lavoro universale, rappresenta tante piccole frange della vita, della bellezza, della salute e suscita molto interesse. In Francia, per esempio, è molto apprezzato. Ma mentre all'estero ti chiamano e ti pagano, in Italia è tutto molto più difficile. Sebbene “Life” abbia incontrato molto interesse, ha avuto  largo spazio anche su Vanity Fair come in altre riviste, in Italia si ha l'impressione che ti facciano un favore quando pubblicano un tuo lavoro, mentre all'estero è un piacere. Qui si ha solo meno attenzione nei confronti degli artisti emergenti.

Lei è nato a Vibo Valentia, dove attualmente vive. Qual è il rapporto con la sua terra?

È un rapporto di amore e odio quello con la Calabria. Una terra afflitta da una moltitudine di problemi che tutti conosciamo, ma è la stessa terra che mi permette di portare avanti un lavoro che amo.  Avendomi dato “Life” non posso non amarla, cosi come sono convinto che le persone che fotografo ed ho incontrato in questi anni non abbiamo fatto altro che aumentare il mio amore per la Calabria.

Adesso le sue fotografie saranno in mostra nella sede del Consiglio regionale a Reggio. Cosa significa per lei esporre in Calabria?

La Calabria è una terra particolare, il Marca (ha esposto nell’ottobre scorso) per esempio, è un museo poco conosciuto dai calabresi, ma molto conosciuto in Italia. Ecco perché ho deciso, dopo un lungo tempo in cui ho fatto vedere i calabresi nel mondo, di farli vedere anche in Calabria, cercando di selezionare i luoghi in cui esporre.

Sta lavorando a nuovi progetti?

Continuo a lavorare, anche se non lo faccio pianificando… Un po' come è stato con “Life”, con le nonnine che sono venute a cercarmi, affascinandomi. Attualmente, ho in cantiere altri progetti, qualcuno dei quali è  già partito, come un'esposizione in Cina. “Life” continuerà a girare, a marzo verrà esposto in Portogallo. Un fotografo non si ferma mai, è sempre a lavoro.