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Lunedì, 24 Settembre 2018

Eccezionali quelle donne. Le prime sindache calabresi agli albori del governo locale

Sembrerà strano eppure in un periodo molto particolare nella storia dell’Italia la Calabria ha rappresentato la punta più avanzata della nascita dell’impegno femminile nella politica locale.

E’ accaduto all’indomani della seconda guerra mondiale. La fine di quello spaventoso conflitto bellico ebbe come conseguenza l’apertura alla partecipazione delle masse alla vita politica e all’affermazione straordinaria dei partiti che contrapposero immediatamente due visioni antitetiche e conflittuali. Democrazia cristiana e Partito comunista riprodussero nel Paese lo scontro che si andava materializzando in Europa tra est ed ovest. Tutto, all’epoca, aveva ancora la forma di un magma caldo. Il processo che De Gasperi, nella prima seduta dell’Assemblea costituente, indicava come “il più grande rivolgimento politico della storia politica moderna d’Italia” si avviava nella “più catastrofica indigenza”. Il valore della rinascita dello Stato come condizione determinante della democrazia era fortemente avvertito dalle forze politiche. La prima istituzione ricostruita attraverso il libero voto a suffragio universale dopo la seconda guerra mondiale fu quella comunale, nel 1946.

Lydia Toraldo Serra

Nell’Italia devastata dalla guerra alle prime elezioni amministrative si giunse in maniera per nulla semplice. Da un lato gli americani che premevano affinché l’Italia offrisse una prova della sincera normalizzazione e democratizzazione della vita politica nazionale; dall’altro i partiti politici alle prese con i problemi interni e con alcuni fondamentali quesiti: svolgere le elezioni amministrative prima o dopo le votazione sulla Costituente e sul referendum? Elezioni generali o parziali? In linea generale la sinistra propendeva per fare precedere le elezioni politiche pensando di poter sfruttare “il vento resistenziale” e la volontà di rinnovamento presente nel paese. Prevalse alla fine l’opportunità di saggiare la forza elettorale per procedere in tempo ad eventuali contromisure nelle elezioni che contavano, quelle sul referendum su monarchia o repubblica e sulla costituente. La scelta di “spezzettare” le elezioni amministrative fu anche dovuta alla consapevolezza dell’influenza delle destre monarchiche sulle realtà urbane del sud che potevano avere effetti psicologici sulla scelta della forma di governo del Paese. Il voto comunale fu dunque frammentato. In primavera, tra marzo ed aprile, si votò in cinque domeniche successive per il rinnovo di 5.722 comuni: 10 marzo (436 comuni), 17 marzo (1.033 comuni), 24 marzo (1.469 comuni), 31 marzo (1.560 comuni) e 7 aprile (1.224 comuni). Altri 1.383 comuni, tra cui i più popolosi del meridione, andarono al voto in autunno in altre otto tornate elettorali: il 6, 13, 20 e 27 ottobre ed il 3, 10, 17 e 24 novembre, dopo che si era consumata l’elezione sul referendum costituzionale sulla forma di governo e la Repubblica aveva visto la luce in un Paese che dal Lazio in giù si era espresso massicciamente per la monarchia.

Quelle elezioni amministrative sono ricordate anche perché per la prima volta le donne poterono esercitare il diritto di voto. Una forza elettorale maggioritaria quella femminile, il 53% del corpo dei votanti. Per questo, al di là delle dichiarazioni di facciata, motivi di diffidenza accomunavano tutti i partiti: le sinistre temevano l’influenza della Chiesa sull’orientamento elettorale delle donne; la Dc guardava all’attività politica femminile come minaccia ai valori tradizionali e all’unità della famiglia; nei partiti minori si paventava che il voto femminile avrebbe premiato i partiti di massa. Il 3 gennaio 1945, su Il Popolo, il giornale della DC, esce un articolo a firma della Guidi Cingolani dal titolo “La partecipazione delle donne alla vita politica” che sembra esprimere la linea del partito. Si legge: “[…] Il cliché della donna comiziante, galoppina, deputatessa, è un cliché che va spezzato prima di essere adoperato […] Si tratta in sostanza di completare la funzione delle donna, per rendere più efficace la sua stessa missione di sposa e di madre […].” Eppure proprio in Calabria la storia sembra prendere un’altra strada se è vero che tutte le prime sindache elette appartengono proprio alla Dc. La nostra regione partecipa a questa storia politica anche con due singolari eventi apparentemente contraddittori, come spesso accade per le cose nostrane. L’unico comune di cui si ha notizia della totale astensione delle donne al voto è Zaccanopoli, poco più di 1.200 abitanti. Il Prefetto di Catanzaro scriveva che “… le donne hanno ritenuto d’intesa con i loro uomini, che l’esercizio del diritto di voto potesse apparire come una manifestazione di immodestia e di esibizionismo. I Capi dei partiti locali hanno ora promesso che per le elezioni politiche svolgeranno ogni propaganda perché le donne acquistino la coscienza dei loro diritti politici e la necessità di esercitarla …”.

Caterina Tufarelli Palumbo

Ma in Calabria sono elette, in ordine di tempo, la prima donna sindaco italiana e in totale tre delle prime undici sindache del Paese: Caterina Tufarelli Palumbo in Pisani, eletta il 24 marzo 1946 dal consiglio comunale di San Sosti a soli 24 anni; Ines Nervi in Caratelli eletta sindaca di San Pietro in Amantea il 31 marzo a quarantadue anni e Lydia Toraldo Serra, quarantenne, eletta nel mese di aprile a Tropea. Con tre sindache su undici, la prima eletta e la più giovane, la Calabria rappresenta la regione più prolifica nel Paese se si considera che in quell’elenco sono assenti regioni come Toscana, Piemonte, Liguria e per ritrovare un’altra donna a capo delle nascenti amministrazioni comunali bisogna risalire la penisola fino alla provincia di Rieti. C’è da capire come mai nel prosieguo della vita politica della nostra regione il ruolo delle donne sia diventato così minoritario. Bisognerà arrivare al 1963 per avere la prima donna calabrese eletta alla Camera dei Deputati e addirittura al 1994 per il Senato. Il quotidiano La Stampa di Torino del 24 marzo 1946, in un trafiletto in prima pagina, con il titolo “La prima donna in Italia eletta a sindaco” da conto di questa assoluta novità: «Un’interessante e significativa primizia elettorale in Italia, dove alle donne è stato concesso solo ora il diritto di voto, viene da San Sosti (Cosenza), dove a capo dell’amministrazione comunale è stata eletta una donna. Il sindaco che la cittadina calabrese ha all’unanimità eletto è la signora Ketty Tufarelli, madre di un bambino e sposa dell’avv. Baldo Pisani». Quando i cittadini calabresi vanno al voto per eleggere i loro consigli comunali l’Italia è ancora una monarchia. Nei verbali di quelle prime elezioni si può ancora leggere: “In nome di S.A.R. Umberto di Savoia, Principe di Piemonte, Luogotenente generale del Regno, noi commissario prefettizio del Comune di …” Bisognerà attendere il referendum del 2 giugno perché prevalga la Repubblica ma quel referendum consegna un Paese che dal Lazio in giù si è espresso compattamente per la monarchia.

Ines Nervi

L’Italia si è comunque faticosamente avviata sulla strada della ricostruzione istituzionale democratica anche se ci vorrà ancora tempo e storia perché quella società sciolta dal vincolo coi Savoia si incammini da sola sulla strada della libertà e dei diritti che per il momento ha trovato solo con le parole. E’ un caso che le prime tre donne sindache calabresi siano tutte militanti della Dc? Probabilmente si, anche se non c’è dubbio che la declinazione del principio dell’autonomia da parte della Dc è più avanzata di quella della sinistra. A partire da Sturzo la visione dell’ente locale della Dc è quella di un soggetto politico, “organismo naturale”, autonomo, libero ed indipendente da qualsiasi imposizione di autorità politica, addirittura strumento di opposizione “dall'opprimente centralismo di Stato, dai suoi ceppi legali, burocratici, politici…”. Dall’altro lato la visione socialista che guarda al Comune come organo di legittimazione della partecipazione delle classi popolari all’esercizio del potere, una funzione pedagogica per l’educazione del popolo ma sempre come marcia di avvicinamento verso l’obiettivo del governo centrale. Saranno proprio i risultati delle prime elezioni amministrative e delle politiche del 1948 a determinare un completo ribaltamento delle posizioni. “La prospettiva di un lungo periodo di opposizione” immaginata da Togliatti con la fine dell’illusione di un rovesciamento politico dopo la sconfitta del 1948, porta ad una obbligata riconsiderazione del ruolo dei Comuni in vista di una lunga battaglia per la conquista del governo. I “municipi rossi” divengono il luogo dell’azione politica con un ribaltamento del pensiero marxista dominante. Oggi il dilemma apparirebbe incomprensibile, ma la questione se il Comune è da considerare “organismo politico“ o meno, forma il fulcro della polemica tra Dc e sinistre fino a tutti gli anni sessanta, con un completo ribaltamento delle posizioni iniziali, con i partiti della sinistra che appoggiano le ragioni dei Comuni mentre il resto delle forze politiche quelle del governo centrale. E’ in questo quadro, dunque che si muove l’azione delle prime sindache calabresi. Se ancora oggi si parla a ragione del “gravoso compito dei sindaci” provare a comprendere il senso e il valore di un impegno amministrativo diretto all’epoca è roba da far tremare i polsi. Allora, molto più di oggi, i Comuni sono il terminale praticamente unico di tutte le esigenze e le richieste di una popolazione stremata. Nel luglio del 1946 la razione del pane in Italia è di 250 grammi e ancora nel 1947 gli italiani sono i cittadini peggio alimentati di tutta la parte occidentale. Nel 1945 il tasso di mortalità infantile è di 103 ogni mille nati vivi e per scendere sotto i 50 bisogna giungere al 1956. Per capire la gravità basta pensare che oggi il tasso è di circa il 3 per mille. E’ questo, dunque il carico di responsabilità che si trovano ad affrontare le sindache calabresi. Ad esse e ai nuovi amministratori la neonata Repubblica chiede di stabilizzare il più velocemente possibile sia un sistema minimo di servizi che il quadro politico per affrontare gli enormi problemi della ricostruzione. Tutto giustificherebbe un approccio rivendicativo e scagionante rispetto alle indubbie difficoltà di un ente che rinasce privo di una vera autonomia politica e finanziaria. Ma niente nella biografia politica di queste tre eccezionali donne lascia trasparire questo atteggiamento. Due delle tre sindache sono state indagate in alcuni libri mentre rimane da approfondire la figura di Ines Nervi. Per Caterina Tufarelli Palumbo “L’Ape furibonda” - Rubbettino editore, mentre su Toraldo Serra è stata dato recentemente alle stampe, a cura di Tiziana Noce e sempre per i tipi di Rubbettino, “Lydia Toraldo Serra e altre sindache democristiane nell'Italia della ricostruzione”. C’è da chiedersi perché poi la storia ha preso un’altra strada. La presenza delle donne nella vita politica e amministrativa regionale si è andata rarefacendo. In Calabria, ad oggi sono meno del 7% le prime cittadine, circa la metà della già bassa media nazionale. Una storia oramai da troppi decenni caratterizzata da marginalità e assenza, sintomo ulteriore di uno scollamento tra società e politica.