Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Giovedì, 23 Gennaio 2020

Nelle aule universitarie e dietro le sbarre. Il Professore e il condannato all’ergastolo (in un saggio edito da Solfanelli) dialogano sulla Costituzione incompiuta

Indizio del caos valoriale e dello sconvolgimento d’ogni posizionamento tradizionale che connota il nostro tempo difficile, oppure inedite (e sorprendenti!) alleanze che muovono dai bordi in fermento del corpaccione Italia per provare a sradicare le magagne che offuscano la ragion d’essere di alcuni dei pilastri (educativi e rieducativi) fondamentali della società?

Fatto è che - come mai prima - l’ultimo libro (“Buongiorno, Università”, Solfanelli editore) di Nicola Siciliani de Cumis, già ordinario di Pedagogia generale alla “Sapienza” e superimpegnato nelle carceri dove coordina Laboratori di scrittura e lettura (Regina Coeli a Roma e Caridi a Siano di Catanzaro), reca la prefazione di Claudio Conte, pugliese di 47 anni, prigioniero da circa 30 condannato alla pena dell’ergastolo che sta scontando nel carcere di Parma. In Italia sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e 1.174 gli ergastolani ostativi ai sensi dell’art. 4-bis dell’Ordinamento penitenziario. Ed è proprio Conte che Siciliani de Cumis definisce “esperto costituzionalista”, a introdurre il lettore nelle vecchie e nuove storture universitarie (con un ragionamento che nella parte finale del libro affronta in punta di diritto la questione - carceri) utilizzando gli articoli 2, 27, 33 e 34 della Costituzione. Il Professore, che è anche presidente dell’Associazione internazionale Makarenko (il fondatore della pedagogia sovietica) propone, da par suo, per meglio focalizzare“il maleficio che l’Università italiana sembra subire oggi con il degrado e lo svuotamento dei suoi compiti istituzionali e con la svendita all’incanto delle sue inseparabili funzioni scientifiche, didattiche e professionalizzanti”, la cronaca di una prima esperienza universitaria di “Valutazione della qualità della Ricerca”(VQR) che lo ha visto, negli anni 2010-2012, protagonista alla “Sapienza” di Roma. Non solo una narrazione intrisa di “retrotopia” e orizzonti serrati, però. C’è, nel “giornale di bordo di un referente d’area” (è il sottotitolo del libro), di grande interesse la pars costruens riferita all’università di domani, benché improntata, con colta vis polemica, in aperto scontro con la “volontà prava dei gruppi politici dominanti che hanno sistematicamente rifiutato una seria riforma dell’Università, rendendo vani gli sforzi più seri di miglioramento e offrendo facili alibi a una tradizione d’incuria e di disprezzo per la cultura, della scienza e della scuola che dall’Unità arriva fino a noi”.

L’ultimo saggio del prof. Nicola Siciliani de Cumis la cui prefazione è scritta da Claudio Conte, “esperto costituzionalista”, pugliese di 47 anni condannato alla pena dell’ergastolo che sta scontando nel carcere di Parma.
L’ultimo saggio del prof. Nicola Siciliani de Cumis la cui prefazione è scritta da Claudio Conte, “esperto costituzionalista”, pugliese di 47 anni condannato alla pena dell’ergastolo che sta scontando nel carcere di Parma.

A supporto di ciò, l’opinione di Eugenio Garin: “Senza una consapevolezza precisa dei fini dell’Università, e della sua funzione nella società, senza una rigorosa veduta teorica della ricerca scientifica, e soprattutto senza una chiara scelta politica, parlare della riforma dell’Università è tempo perso e vuota retorica”. Proposte per uscire dal tunnel? Diverse, ma tutte, pur se provenienti da saperi maturati in mezzo secolo di vita dentro le aule universitarie com’è stato per Siciliani de Cumis, complicate da farsi; perché imprescindibili da una presa di coscienza politica che non s’intravede neanche col cannocchiale. Quella più praticabile, viene dal sociologo Franco Ferrarotti, che così risponde al quesito dell’autore di “Buongiorno, Università”: “Ti propongo quella che chiamo ‘la via cenobitica all’Università di domani’, fondata su piccoli gruppi, in formato seminariale, in cui il professore professi le sue idee a tutto il gruppo, in un rapporto a faccia a faccia ne discuta, le respinga, le faccia proprie, riscoprendo, in una sorta di concordia discors, la comune umanità degli esseri umani e la cultura come strumento di autoconsapevolezza per la costruzione dell’individuo autotelico”. Lungo è il sentiero dei patimenti dell’Università e Siciliani de Cumis (fautore di un antipedagogismo militante) non nasconde lo scoramento né il grumo di disillusioni accumulate. Il filo nero (o meglio: il “vacuum”) del libro, intrigante anche per la significativa partecipazione dell’ergastolano (laureato in giurisprudenza a pieni voti con menzione accademica del poderoso lavoro conclusivo: “Profili costituzionali in tema di ergastolo ostativo e benefici penitenziari”) che rende palpitanti alcuni capitoli, è indubbiamente il vuoto lasciato dalla Magna Charta. In breve: il fallimento della Costituzione, sia per l’Università che per il carcere. La sua non piena applicazione, per fare delle aule universitarie “il luogo privilegiato dello spirito critico e di incontro di tutti i saperi”, “il luogo della socializzazione fra i membri della nuova classe dirigente” e per scongiurare il formarsi “di un popolo di informatissimi frenetici idioti”, impedire “i somari in cattedra”, la trasformazione dell’Università in azienda, “che è il modello oggi surrettiziamente vincente”, e “la capitalizzazione del lavoro intellettuale” (tanto per riferire di alcuni dei disastri), va di pari passo con la riduzione delle carceri a pattumiera sociale.

Nicola Siciliani de Cumis da tempo tiene Laboratori di lettura e scrittura nel carcere Regina Coeli a Roma e Siano di Catanzaro
Nicola Siciliani de Cumis da tempo tiene Laboratori di lettura e scrittura nel carcere Regina Coeli a Roma e Siano di Catanzaro

Edifici di segregazione e abissale desolazione separati dalla società, dove gettare chi ha sbagliato in un disumano regresso ad infinitum, frutto di una scelta politica che stride con le prescrizioni costituzionali e tradisce l’assenza di ogni visione autenticamente riformista nei governanti. La pena, scissa da ogni concreta prospettiva di reinserimento sociale, come sofferenza da imprimere sulla pelle di chi è privato della libertà è il mostro anticostituzionale che risucchia la speranza di chi è in carcere e squalifica la democrazia. Spiega Conte: “La rieducazione passa principalmente attraverso una riqualificazione culturale, di cui lo studio è uno dei principali elementi come recita l’articolo 15 dell’Ordinamento penitenziario, declinazione del più autorevole e vincolante articolo 34 della Costituzione che pone lo studio come obbligo generalizzato. Un uomo quanto più è consapevole delle sue potenzialità tanto più è libero di scegliere”. E infine (da dietro le sbarre), quasi un messaggio unificante la pluralità di voci tra le più autorevoli della docenza universitaria italiana (Roberto Nicolai, Michela di Macco, Giorgio Inglese, Leopoldo Gamberale) di cui il libro s’avvale, e sintesi di una civiltà che ha il dovere di trasformare il carcere da luogo di punizione in occasione di riorientamento esistenziale, perché non fondata sul rancore, la forca e l’annullamento dell’individuo: “La rieducazione è parte dello sviluppo della persona umana che da principio assume la portata di valore filosofico, in quanto concretamente percorribile, e affida allo Stato il compito di creare le condizioni o rimuovere quelle che lo ostacolano. L’uomo può cambiare, anzi deve tendere al cambiamento, per uscire da quello stato di minorità in cui particolari condizioni personali, economiche o sociali l’hanno condannato in un dato momento della sua vita. Tutto scorre, come confermano le scienze moderne e la nostra diretta esperienza, quando ci accorgiamo che invecchiamo, cambiamo idea, opinione, miglioriamo o peggioriamo”.