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Domenica, 09 Dicembre 2018

Terra di minoranza: gli "altri" di Calabria

Li chiamano gli “Altri”, ma in realtà, gli altri, intesi come le tante popolazioni etnolinguistiche italiane, siamo tutti noi, se consideriamo che l’Italia è terra di “minoranze” che messe insieme, da un punto all’altro della penisola, da nord a sud, formano un unico Paese. Unico, con tante e diverse identità, che si sommano, si mescolano e in qualche misura si integrano.

Si tratta di realtà non sempre conosciute e valutate per la l’importanza storica e la loro qualità culturale, che essenzialmente deriva dalle loro tradizioni, dagli usi e dai costumi tramandati.

In tutto il territorio italiano, sono quindici le minoranze “certificate”. Corrispondono ad una popolazione di oltre due milioni e mezzo di persone, con un loro patrimonio etnografico e, naturalmente, linguistico, che nonostante tutto è quello che resiste di più, anche se da molti, impropriamente, è considerato semplicemente dialetto.

Nel volume “Gli Altri d’Italia”, pubblicato in occasione di una mostra nazionale, nel comune di Pergine Valsugana (2003), nel Trentino, gli “altri” sono elencati in rigoroso ordine alfabetico: Albanesi, Carinziani, Catalani, Cimbri, Croati, Francoprovenzali, Friulani, Greci, Ladini, Mocheni, Occitani, Sardi, Sloveni, Sudtirolesi e Walser. Se il Trentino Alto Adige, dove si sono concentrati quattro gruppi di “minoranze”, guida la classifica, la Calabria, con Albanesi, Greci e Occitani, viene subito dopo, senza contare le sue diffuse radici arabe ed ebraiche (che si potrebbero aggiungere) che ne fanno sicuramente, assieme alla Sicilia, la terra più “mescolata” d’Italia, quantomeno per la ricchezza e varietà del patrimonio linguistico. Da nord a sud, dal Pollino all’Aspromonte, dal Tirreno allo Jonio, la punta estrema dello Stivale è popolata di lingue, che risuonano di latino e greco, ma anche di dialetti, che hanno affinità con lo spagnolo, il francese e l’arabo.

Come dice Antonio Maurizio Loiacono in “Storia degli Arabi in Calabria” (Città del Sole edizioni) la Calabria altomedioevale è luogo di scontro e incontro tra popoli, religioni e culture. I toponimi arabi in Calabria (come in Sicilia) sono molti. Anche alcuni nomi di borghi e paesi hanno origine dall’arabo: Amantea, in provincia di Cosenza, deriva probabilmente dall’arabo Al-Manti’ a’ (“luogo elevato”), Molochio, in provincia di Reggio, deriverebbe dall’egiziano molokhiyya (“frutta estiva”) e

Trabocchetto, rione di Reggio, probabilmente deriva, come l’omonimo quartiere di Palermo, da darb al qità’ a, termine riferito al tagliare la pietra. Sono solo alcuni pochi esempi di contaminazione linguistica.

Buona parte della popolazione calabrese (somma delle tre antiche “Calabrie”) è, contemporaneamente, greca, latina e araba: una condizione etnolinguistica esclusiva, che ha creato, nel territorio calabrese, un crogiolo unico di tradizioni e di usanze che sono ancora oggi radicate.

Dal punto di vista idiomatico, la Calabria, appartiene a quelle regioni d’Italia che offrono i più forti contrasti “, ha scritto il glottologo dell’Università di Tubinga Gerhard Rohlfs, studioso di fama internazionale, che ogni anno, per più di mezzo secolo, ha trascorso lunghi periodi di studio nella Calabria grecanica e condotto ricerche in queste aree linguistiche calabresi. Secondo lo studioso tedesco, “la lingua greca che si parla nell’oasi di Bova e che si rispecchia nelle centinaia di vocaboli greci superstiti nei dialetti della Calabria meridionale, benché nel suo complesso corrisponda al neo greco, ci rivela una radice anteriore e delle radici più profonde “.

Rohlfs, è riuscito a dimostrare che le isole linguistiche greche di Calabria hanno origine antiche. A cominciare dal versante meridionale dell’Aspromonte, dove si parla ancora il greco. A Gallicianò, Roghudi, Chorio, Bova, Roccaforte del Greco e San Lorenzo, ci sono gli eredi delle comunità greche di oltre duemila e cinquecento anni fa, e di immigrati poi giunti all’epoca bizantina, tra l’VIII e l’XI secolo.

Un tempo, come ha “certificato” il glottologo tedesco, ma anche autorevoli studiosi, a cui si deve molto, come i calabresi Domenico Minuto, Franco Mosino e Antonio Piromalli, la grecità calabrese era più estesa. Nell’epoca bizantina, tutta la regione era ellenofona, ma più tardi (età normanna) rimase di lingua greca soltanto la parte più meridionale. Chi vive nei villaggi grecanici ha, nel suo passato, un pezzo di Atene e pezzi di Roma che si sono legati e confusi, nel corso degli anni.

“Le nostre radici -  ha scritto il poeta Salvino Nucera, in “gli Altri d’Italia” -  sono rimaste là, nella terra dove nascemmo e anche i nostri cuori e la lingua dei padri…al di là del mare, sono in terra greca “.

Molto più vasta e numerosa, a confronto con le “isole grecaniche”, è la comunità degli Albanesi di Calabria (Arbëreshe), che discendono dell’eroe Giorgio Kastriota Scanderbeg, e sono giunti in Calabria a cominciare dal secolo XV, con un flusso migratorio che è continuato fino al secolo XVIII. La posizione geografica, e soprattutto le aggressioni subite dei Turchi, hanno avuto la loro importanza in quest’esodo massiccio dall’Albania; ma non privi di rilevanza sono da considerarsi i rapporti che durante il Medioevo, e fino alle soglie dell’età moderna, legarono l’Albania al regno di Napoli.

Sono oltre quaranta i villaggi arbëreshe in Calabria e rappresentano di gran lunga l’insediamento maggiore in Italia, che ospita le minoranze arbëreshe anche in Sicilia e Molise.

Hanno un ballo particolare gli albanesi d’ Italia: la vallja, che ricorda proprio le vittorie del loro eroe nazionale Scanderbeg sugli Ottomani: “Ci si prendeva per mano, adulti e bambini, e in cerchio si ballava al ritmo monotono ma allegro della vallja “, racconta Carmine Abate (vincitore del premio Campiello 2012 con il romanzo “La Collina del vento”), il più noto degli scrittori calabresi contemporanei, nel romanzo “Il ballo tondo”.

Una pagina di storia della Calabria, di grande interesse, riguarda i valdesi che costituiscono un’isola linguistica ed etnica, che a Guardia Piemontese si è conservata attraverso i secoli, anche se ha quasi del tutto perduto la connotazione religiosa. Le colonie valdesi in Calabria, a quasi mille chilometri dal Piemonte e dalla Provenza, dove riportano le radici di queste comunità, si sono formate intorno al 1300, negli anni in cui a causa della lontananza della sede papale da Roma e della minaccia che  veniva da Avignone, verso i gruppi eretici della Francia Meridionale e del Piemonte, ebbe inizio un’immigrazione di gruppi etnici valdesi verso la Calabria. Un gemellaggio, tra il comune di Guardia Piemontese e Torre Pellice, comunità del Piemonte, tiene unite questa parte di società italiana che conserva la stessa lingua, usi e costumi. Il nome stesso, Guardia Piemontese, richiama l’origine della comunità, le cui radici si diramano verso terre lontane: le verdi valli alpine del Chisone, del Pellice e d’Angrogna.

I valdesi, si erano rifugiati in alcuni comuni calabresi: a Guardia, a Montalto Uffugo, San Sisto e Vaccarizzo, per sfuggire alle persecuzioni religiose dell’Inquisizione.

A Guardia sono numerose le testimonianze storiche che ricordano nomi, fatti e luoghi della storia dei valdesi di Calabria. La Porta del sangue, si chiama così, perché ricorda la strage dei valdesi, trucidati dai gendarmi del marchese Spinelli, nella notte tra il 4 ed il 5 giugno del 1561. In cima al borgo antico, rimangono pochi ruderi dell’antica chiesa e una lastra di roccia, proveniente dalla Valle del Pellice, ricorda l’origine di Guardia: “Considerate la roccia da cui foste tratti“.

Alcune vecchie porte delle case più antiche, conservano gli spioncini, apribili dall’esterno, imposti per controllare se all’interno delle abitazioni si svolgessero i riti della religione valdese. Come sostiene lo scrittore Pierfranco Bruni, che nell’anno della ricorrenza del 150° dell’Unità, è stato responsabile del progetto “Etnie - Risorgimento”, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, su “l’altra unità tra storia e minoranze linguistiche”, c’è un'altra Unità d'Italia da conoscere, da contestualizzare e da proporre agli italiani, come modello di approfondimento storico: “Non si può leggere il processo risorgimentale, e in modo particolare gli anni compresi tra il 1859 e il 1870, senza tener conto di una antropologia contaminante nelle varie geografie dell'Italia prima disunita e successivamente disarmonicamente unita”.
“L'idea di identità nazionale, seppur tra le differenze - osserva Bruni - può considerarsi tale, soltanto se passa all'interno di quei valori condivisi che pongono al centro il concetto di Patria, di Lingua e di Nazione. E le lingue sono dentro la storia”. Sono dentro la storia nel Trentino, come in Sardegna, in Sicilia e soprattutto in Calabria, le cui origini linguistiche e le contaminazioni risalgono all’antichità, classica e mediterranea.