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Domenica, 09 Dicembre 2018

Lucia Marino, “l’arquiteta” reggina in America Latina. Storie di restauri e scoperte tra i palazzi storici di Reggio e il Pantéon de los Heroes di Asuncion in Paraguay

Quando due anni fa arrivò in Paraguay per restaurare il più significativo monumento nazionale del Paese venne subito ribattezzata “l’arquiteta”.

Reggina, laureata in architettura alla Mediterranea di Reggio Calabria, Lucia Marino è in America Latina un riferimento consolidato nel campo del restauro conservativo.
Poco dopo la laurea, venne chiamata a Buenos Aires, nella principale Facoltà di Architettura argentina (Fadu), per illustrare tecniche, materiali e modalità di intervento su edifici e monumenti storici.
Lucia ha infatti restaurato a Reggio Calabria alcuni tra i più significativi palazzi storici cittadini: Palazzo Nesci, una porzione di Villa Zerbi, Villa Nesci e da lei è stata fatta la progettazione per la conservazione dell’antico Villino Benassai.
Non solo restauro, perché ogni ricerca - che si trattasse del Panteón Nacional de los Héroes di Asuncion in Paraguay o di Villa Nesci a Reggio Calabria – ha prodotto scoperte inedite e svelato chicche storiche, in un settore che Lucia Marino definisce un “campo sospeso” nel quale ancora c’è tanto da sperimentare.


Accolta come una autorità, il ministro della cultura del Paraguay l’ha voluta al suo fianco nella conferenza di presentazione al Paese del restauro del monumento nazionale. Cosa conserva di quella esperienza?
“Sono stata contattata dai tecnici del team “Barrail Hermanos”. Dieci anni fa siamo stati colleghi di studio. Le mie colleghe adesso lavorano per questa impresa e, trovandosi a dover risolvere delle problematiche inerenti il miglioramento statico del loro monumento, mi hanno contattata per una consulenza. Il Pantéon degli eroi è il monumento nazionale di questo Paese per eccellenza: qui sono accolte le salme degli eroi di guerra, la guerra della triplice alleanza che si svolse in Paraguay nella metà del 1900 contro Argentina e Brasile, l’unico monumento di questa fattura. I colleghi avevano intenzione di utilizzare materiali innovativi, come la fibra di carbonio che nel loro Paese si sta introducendo adesso, ma non avevano esperienza né di progettazione, né di posa in opera. Così hanno chiesto, tra le altre, anche una mia consulenza, trovandola esaustiva. Una volta avuto l’ok, ho inteso attivare una ulteriore sinergia, con la “Sica Italia”, completando l’acquisto dei materiali necessari. Abbiamo lavorato intorno alla Cupola, ponendo tre anelli di contenimento in fibra di carbonio per fermare il movimento che la cupola stava subendo. Con criteri di sicurezza mi sono arrampicata oltre i venti metri di altezza”.

Problemi di adattamento (o di vertigini)?
“No. Più adrenalina. È stata una avventura professionale davvero unica. Anche il dover interagire in una lingua particolare è stata una scommessa: io parlo bene spagnolo ma in Paraguay lo slang è il frutto del mescolarsi tra Guarani e spagnolo. Oltre alla lingua lì c’è anche una cultura del restauro diversa dalla nostra e l’uso di materiali differenti. Uno scambio culturale a tutto tondo, andato bene”.

Altre esperienze internazionali..
“In Argentina ho svolto delle lezioni esponendo i miei interventi di restauro realizzati a Reggio Calabria, che è la mia sede di lavoro, dove mi sono occupata di restauri di palazzi storici. Presso la Fadu, la Facoltà di Architettura di Buenos Aires, ho portato queste esperienze: per capire bisogna pensare che in Italia abbiamo l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro e l’Opificio delle Pietre dure, istituti nazionali che formano restauratori su pietra legno tele e tessuti , con competenze anche chimiche che in quei Paesi non riescono a comprendere bene perché questo patrimonio di conoscenze effettivamente esiste per lo più in Italia, nel campo del restauro”. 

Capitello Villa Zerbi


Qual è stato il primo palazzo storico di cui si è occupata?
“La prima esperienza, che poi si è tradotta nella mia tesi di laurea, è il restauro conservativo dei prospetti di Palazzo Nesci sul Corso Garibaldi. Palazzo Nesci è l’unico palazzo cittadino, insieme a un altro vicino l’Aeroporto, che resistette al terremoto del 1908. All’epoca l’impresa di mio padre stava realizzando i lavori di restauro dei prospetti e il Barone Nesci ci diede la possibilità di effettuare dei carotaggi e indagini statiche: abbiamo trovato sezioni in muratura mista con blocchi di pietre che superavano i 50 cm , sezioni di un metro e trenta, monolitiche, dalla fattura talmente eccellente da resistere a terremoti di quelle proporzioni. Abbiamo visto in altri casi che questo tipo di muratura poteva avere punti di debolezza più che di forza, ma a Palazzo Nesci i lavori erano stati fatti talmente bene da resistere a quel sisma spaventoso. Non solo: attraverso studi di igrometricità da noi realizzati, scoprimmo che la compattezza e la bontà di queste murature non permette escursioni termiche all’interno dell’edificio: un bicchiere d’acqua è rimasto intatto per un mese lì dentro senza evaporare. Non si generano effetti di umidità che possano ad esempio far degradare affreschi rivestimenti o strutture”.

Un esempio di architettura da manuale: si può dire che il centro storico di Reggio Calabria conservi testimonianze preziose che forse andrebbero valorizzate e comunicate meglio?
“Assolutamente: quel palazzo fu edificato nel 1823 e dopo quasi duecento anni aveva solo sporco sugli intonaci. Non c’era una crepa. Una qualità di quel tipo è pressoché introvabile”.

Villa Nesci, un palazzo storico di fatto privato che è praticamente andato in malora. Lei ha restaurato una porzione della Villa qualche anno fa. Come finì quel progetto-pilota?
“Sono stata chiamata come tecnico nel restauro della foresteria e della recinsione lato mare. Ho personalmente rifatto gli elementi della merlatura e delle colonnine, ho sperimentato gli impasti chimici per togliere le croste nere da colonne capitelli e stemmi. Quello fu una sorta di saggio molto utile, ma parziale. La Villa adesso sta praticamente per implodere. Lo chiamarono intervento-pilota: all’epoca il Comune - avendo a proprio carico la manutenzione - aveva pensato di iniziare con un piccolo intervento da 110.000 euro per capire poi come agire su tutta la villa. Tutto si fermò a quell’intervento. Dal mio punto di vista la meraviglia di Villa Zerbi sta nei capitelli e nei fregi diversissimi per ogni superficie (l’anno è il 1930). Io non ho trovato due capitelli uguali in tutta la villa. Quindi lì servirebbe un calco per ogni capitello. Una operazione immane. In ogni caso, adesso quello è un palazzo privato e senza vincolo. Un peccato che si stia perdendo”. 

Da Palazzo Nesci sul Corso Garibaldi a Villa Nesci a Reggio Campi: due esempi splendidi di architettura storica che raccontano molto della città. Come si interviene sui palazzi storici che non sono sottoposti a vincolo?
“Ci si confronta comunque costantemente con la soprintendenza, che deve autorizzare ogni intervento. I lavori sono durati due anni su Villa Nesci. In quel caso ho potuto ulteriormente approfondire il restauro su graniglia, materiale più povero del marmo ma tipico delle costruzioni storiche di Reggio. La Villa ci ha impegnati per due anni, diventando anche cantiere didattico per gli studenti delle scuole superiori”.


È stato un intervento difficile?
“Difficile è stato riprendere una lavorazione antica, di questa graniglia, anche perché non c’è una vera letteratura su come si tolgano le macchie da smog da questo materiale. Ho dovuto ipotizzare diverse formulazioni perché in commercio esistevano prodotti solo per restaurare marmi. Ho così trovato io la formula per le graniglie e la stiamo per brevettare. Alla fine del restauro è riemersa la colorazione originale, in rosa e avorio: bellissima. Nell’armonia generale non si nota, ma abbiamo sostituito il 60% dei decori. Difficile vederne la differenza”. 


Cosa si sa delle maestranze che realizzarono lavori così raffinati a Reggio tra i primi dell’Ottocento e gli anni Venti del secolo scorso?
“Il deposito di Villa Nesci è del 1926 e i lavori si sono protratti per quattro anni. Le manovalanze erano di alta qualità ma non sappiamo se fossero del posto. Di palazzo Nesci sul Corso Garibaldi si può dire che è rivestito in pietra di Siracusa, unico e solo esempio in città. SI pensi dunque che i due baroni, che sono cugini, fecero arrivare un carico su nave di pietra da Siracusa nel lontano 1823. Un secolo dopo, su Villa Nesci, si preferì graniglia di marmo, un materiale più povero perché il post terremoto aveva anche inciso sulle economie. Tuttavia la Villa presenta lavorazioni e fregi molto più ricchi del Palazzo”.


Villino Benassai: una storia da raccontare. Il Comune ne entrò in possesso per poi metterlo in vendita ai tempi del commissariamento. Ci sono molte storie curiose dietro questo edificio storico…
“Il villino era stato progettato dall’ing. Nicola Giunta, è in stile Liberty. Si tratta dello stesso ingegnere che avrebbe firmato il piano urbanistico di Scilla e Bagnara, nonché curato la parziale demolizione del Castello Aragonese dopo il terremoto per realizzare un rettilineo. La curiosità è che pare che l’ingegnere avesse prelevato e riusato blocchi di pietra del castello nell’edificazione del villino. Il progetto di questo edificio bellissimo venne depositato al genio civile negli anni Sessanta. Nulla è cambiato a livello di volumetrie ed è architettonicamente rilevante. Dalla strada non si nota ma la struttura in realtà è imponente. Trenta metri di viale danno accesso al villino. Al piano nobile superiore la vista sullo Stretto è meravigliosa. Come ci si trovasse sull’acqua. Neoclassico e liberty dominano sia nei decori che nei volumi. Lesene paraste capitelli balconata di gusto neoclassico e affreschi meravigliosi: Villino Benassai è tutto affrescato nei due piani per un totale di sette ambienti. Prese il nome dal nipote del famoso pittore, tanto che quando il nipote non onorò i debiti per la costruzione del villino le tele dello zio furono confiscate, quaranta tele molto belle e preziose”.


Avete trovato però dei danni sull’ edificio per usi non proprio...
“Per un periodo questo palazzo fu utilizzato come asilo, tanto che su alcuni marmi antichi vennero chiodati materiali come compensato e il linoleum fu incollato sulle graniglie. Un dolore vedere architetture così preziose tanto maltrattate”.


Servirebbe sempre vincolare questi edifici?
“A mio parere sì. È un modo per difenderli meglio. Basti guardare Villa Zerbi. Quella è l’immagine di come il prezioso centro storico di Reggio Calabria vada in malora senza che nessuno possa intervenire”.

L’università Mediterranea si è interessata a questi lavori?
“Per la verità no. Anche quando noi abbiamo proposto i cantieri-studio, ovviamente gratuitamente per l’ateneo, non abbiamo avuto una risposta positiva”.