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Lunedì, 12 Novembre 2018

La Grande Mattanza: storia della guerra al brigantaggio. Conversazione con lo storico Enzo Ciconte: "Si trattò sicuramente di una guerra civile".

La storia della guerra al brigantaggio, come non l’abbiamo mai letta e come finora non era stata mai scritta.

Enzo Ciconte, storico delle mafie italiane e del brigantaggio, col libro “La grande mattanza, storia della guerra al brigantaggio (editori Laterza) ribalta visioni e interpretazioni intorno ad un fenomeno della storia italiana (soprattutto quella meridionale) di prima e dopo l’Unità, dibattuto e analizzato dalla storiografia ufficiale quasi sempre a senso unico e con “verità” di parte. Con i “buoni” arrivati per redimere i “cattivi” e con la repressione feroce e sanguinaria (mattanza) come unico rimedio alla ribellione del Sud e al rispetto della legge.

Enzo Ciconte


Ciconte, che vale la pena ricordare, è l’autore del primo, fondamentale, saggio storico-sociologico sulla “Ndrangheta” (è il titolo del volume edito da Laterza), dopo i primissimi scritti storico-letterari di Sharo Gambino e Luigi Malafarina, ha il pregio di essere studioso senza certezze cattedratiche e verità assolute, ma di porre interrogativi: “E’ stato proprio necessario far scorrere il sangue a fiumi? Non c’erano alternative alla grande mattanza? “, si chiede in questo suo libro “riparatore” dei buchi che presenta la storia del brigantaggio, partendo da una profonda riflessione di Pasquale Villari, contenuta nelle “Lettere meridionali”: “Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi, ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato” scriveva infatti Villari. Per la prima volta, in un quadro storico molto ampio, che va dal Cinquecento ai primi decenni postunitari, si racconta la lotta al brigantaggio con lo sguardo rivolto alle violenze, efferate, compiute soprattutto nel Meridione: una vera e propria guerra civile dice Ciconte che abbiamo intervistato. 

Manifesto Legge Pica


-    Professore con questo libro cambia il modo di accostarsi ad un fenomeno controverso della storia italiana: il brigantaggio. Non solo un fenomeno di banditismo, ma una questione molto meridionale, di fatti sociali legati alla terra, alle sopraffazioni delle classi povere.
“Il brigantaggio meridionale è stato essenzialmente un fatto sociale legato alla terra che invece di essere affrontato con le armi della politica è stato affrontato con le armi possedute dall’esercito. Il brigantaggio è stato un fenomeno complesso, che ha visto coinvolti anche criminali incalliti, che approfittavano delle contingenze storiche, oltre a forze che si richiamavano esplicitamente ai Borbone, con l’obiettivo di realizzare un loro ritorno al trono. Ma, insisto, è stato essenzialmente un problema legato al fatto che i contadini non videro esaudite nemmeno in parte la loro richiesta di avere le terre usurpate dai galantuomini. È bene ricordare che le richieste dei contadini erano rivolte alla spartizione delle terre usurpate e non a quelle che i nobili possedevano da secoli. Il ragionamento era elementare, ma efficace: le terre sono di tutti, non dei galantuomini usurpatori. Gli episodi di brigantaggio hanno riguardato sempre gli stessi luoghi, e ciò è un’ulteriore conferma. Che la componente sociale sia prevalente sulle componenti borboniche-clericali lo dimostra il fatto che non ci sono mai state briganti d’acqua. Il brigantaggio, non s’è mai sviluppato sulle coste, ma all’interno, nelle zone di collina e di montagna”.


Il titolo del libro, “La Grande Mattanza”, è emblematico, vuole rendere l’idea della ferocia che c’è stata, nella repressione avvenuta con la lotta al brigantaggio. Quando nella storia si vuole descrivere qualcosa di disumano, si ricorre al paragone con la mattanza dei tonni. Lo fece Eschilo, narrando di Salamina, la prima battaglia navale della storia, con la piccola Atene che vinse la potenza considerata invincibile dei persiani, che furono massacrati. Fu davvero un massacro la guerra contro i briganti?
“Si. Fu un autentico massacro, prolungato per tutti gli anni sessanta. Fu un massacro illegale e criminale, solo in parte regolarizzato con la Legge Pica che fu una legge eccezionale, dura e spietata, come duri e spietati furono quegli anni. Ciò che colpisce è la facilità con la quale gli ufficiali fucilavano i briganti colti con le armi in mano e addirittura anche quelli che erano disarmati. Il generale Enrico Morozzo Della Rocca, un conte torinese, scrisse che da Torino, preoccupati dal gran numero delle fucilazioni, gli fu chiesto che si fucilassero soli i capi briganti e allora « i Comandanti di distaccamento, che avevano riconosciuta la necessità dei primi provvedimenti, in certe regioni dove non era possibile governare se non incutendo terrore, vedendosi arrivare l’ordine di fucilare soltanto i capi telegrafavano con questa formula: ‘arrestati, armi in mano, nel luogo tale, tre, quattro, cinque capi di briganti’. Ed io rispondevo: ’fucilate’». C’è disprezzo in queste parole e nessuna considerazione per la vita umana. Ma sono parole che indicano una larvata ribellione agli ordini dall’alto. Colpisce ancora di più l’abitudine che avevano di uccidere i briganti che venivano trasportati da un luogo ad un altro. Erano vere e proprie esecuzioni che non avevano giustificazione alcuna. Come definire questi comportamenti di uomini in divisa? Erano o no assassini che avevano la protezione di una divisa? Nessuno sa con certezza quanti siano stati le vittime di questa mattanza, ma è certo che sono state davvero tante”.


Quanto è accaduto nel Mezzogiorno lei dice che non può essere attribuito solo all’ultimo capitolo della lunga storia al brigantaggio, quello che vede i piemontesi in campo con le loro truppe e le dure repressioni, ma che ci sono state altre responsabilità.
“ Io ho studiato la lunga repressione del banditismo e del brigantaggio che parte dal Cinquecento e si conclude alla fine degli anni sessanta dell’Ottocento. In questo lungo arco di tempo appaiono chiare alcune questioni: banditi e briganti sono stati repressi spessissimo con la violenza e con la forza militare dei vari stati. Nessuno di loro ha mai affrontato le questioni sociali che erano del tutto evidenti. Addirittura sono stati considerati banditi o briganti anche gli avversari politici che venivano scacciati e braccati come autentici criminali. Molti signorotti locali regolarono i loro conti con i loro nemici criminalizzandoli. È una prassi che si ritrova più volte nella storia del nostro paese”.


Lei racconta tre secoli di violenze compiute nel Meridione, nel quadro della lotta al brigantaggio, e forse, per la prima volta in un libro di storia, si usa l’espressione “guerra civile”.  Fu Guerra civile?
“Si. Si trattò sicuramente di una guerra civile. Soprattutto nel decennio che ha inaugurato la storia d’Italia ci sono state più guerre, oltre a quella militare: una guerra civile che ha contrapposto selvaggiamente italiani del Nord e italiani del Sud, una guerra fratricida, paese per paese, di meridionali contro altri meridionali, una guerra di classe tra proprietari e contadini senza terre. Più guerre, come si vede; tutte amare e terribili, che hanno lasciato solchi profondi le cui tracce sono visibili ancora oggi”.