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Lunedì, 12 Novembre 2018

Il progetto “Civitas” per il collegamento stabile tra magistratura e società civile. Parla Luciano Gerardis, presidente della Corte d’ Appello di Reggio Calabria.

“Perché la giustizia sia tale deve essere di tutti. Ognuno deve potere e volere esercitare i propri diritti e concorrere all’affermazione della legalità”.

Luciano Gerardis, presidente della Corte d’ Appello di Reggio Calabria, da anni porta avanti l’impegno di Civitas per dare un messaggio di apertura al cittadino, affinchè si crei un  collegamento tra magistratura e società civile in un’ottica di massima collaborazione per l’affermazione della legalità.

Civitas è un percorso condiviso che negli anni sta crescendo enormemente. Qual è l’obiettivo?

“Civitas ormai costituisce un punto di riferimento per tanta parte della città. Alcuni anni fa, quando ero presidente del tribunale mi resi conto di quanta diffidenza e  lontananza ci fosse nei confronti dell’istituzione magistratura. Abbiamo pensato di sanare questa frattura, di aprire il Palazzo e di far capire al cittadino anche il senso di umanità della giustizia. E’ necessario comprendere che il Palazzo di giustizia significa affermazione della legalità, ma anche dei diritti dei cittadini.Il progetto nel tempo si è esteso e abbiamo creato diversi momenti di confronto con la città, per una maggiore inclusione.  Ci sono diverse associazioni di volontariato che operano gratuitamente, le abbiamo raggruppate per settori di intervento,consentendo a ciascuno di presentare il proprio progetto, sempre riguardo le fasce sociali più deboli della popolazione. Abbiamo coinvolto le altre istituzioni, le forze dell’ordine e quest’anno anche le scuole della provincia di Reggio Calabria e gli Ordini professionali. Il progetto di Civitas lo abbiamo esportato in Italia, perchè anche in altri Palazzi di giustizia si è cercato di fare quello che si è fatto a Reggio Calabria. Siamo contenti che si estenda questo concetto della magistratura e delle istituzioni come servizio al cittadino. Cercheremo di coinvolgere sempre di più fette della società civileaffinchè possano contribuire a questo riscatto della nostra terra”.

La frattura si è sanata con un’azione di collegamento tra magistratura e società civile?

“Questa è una città che deve crescere sul terreno della realizzazione dei diritti e dell’affermazione della legalità. Noi siamo al servizio non solo come esercizio della giurisdizione, ma anche come confronto su tematiche fondamentali per migliorare la qualità della vita. La resa di giustizia non è un fatto che riguarda solo i magistrati. I magistrati sono strumenti di affermazione della giustizia. Ma, la giustizia come la legalità passa dal coinvolgimento massimo di altre istituzioni e della gente. Perché ci sia una giustizia migliore la verità storica deve entrare nel processo e perché questo possa accadere chi è stato protagonista, testimone, vittima di una verità storica deve essere disponibile a farla entrare nel processo. Può capire che ho un diritto e non lo esercito perché non ne sono consapevole, o perché pur consapevole non lo posso esercitare perché non ho i mezzi, oppure pur essendo consapevole e pur avendone i mezzi non lo voglio esercitare e purtroppo in questo caso, c’è tutta una nostra mentalità consolidata. Tutto questo determina il prevalere del non diritto, del sopruso altrui e abbassa il livello della qualità della vita. Perché la giustizia sia tale deve essere di tutti. Ognuno deve potere e volere esercitare i propri diritti e concorrere all’affermazione della legalità. Questo significa creare un collegamento tra magistrati e società civile”.

C’è maggiore fiducia nell’operato della magistratura?

“Ci sono stati tanti passi in avanti e un cambiamento di atteggiamento parziale. Qualche anno fa, c’era una diffidenza totale da parte del cittadino. Il Palazzo di giustizia era visto come un qualcosa che poteva fare male. Oggi non è più così. Sia perché è aumentata la credibilità, perché le risposte sono state tante e si è andati avanti nella ricerca della verità, ma anche perché il cittadino ha tramutato quell’iniziale atteggiamento di diffidenza e anche se ancora non scende in campo nella sua gran parte, non si identifica come vorremmo con lo Stato, certamente ha trasformato quella iniziale diffidenza in una maggiore attenzione”.

Lei, ha parlato di altre istituzioni. Ognuno deve fare la propria parte?

“Vedo ancora un atteggiamento limitativo di tante istituzioni che credo debbano andare avanti sul terreno della consapevolezza dei propri ruoli. Penso che ci sia una debolezza di fondo nella voce di questa città, intesa come voce politica in senso lato, e che questa città non abbia una voce tale che si imponga all’esterno. Noi lo consideriamo normale perché fa parte della nostra storia. La nostra non è stata mai una storia di prima immagine, non siano mai stati protagonisti ma siamo stati al traino della storia degli altri. Dobbiamo recuperare questo ruolo importante”.

Un ruolo fondamentale di collegamento è svolto dalla chiesa?

“In una società liquida dove tante strutture intermedie sono venute meno, mancano momenti di aggregazione e di confronto culturale. In un tessuto sociale debole, la chiesa che mantiene una presenza capillare, una sua struttura gerarchica molto forte, una sua omogeneità,  svolge un  ruolo sociale  fondamentale anche sulle tematiche dei diritti degli ultimi. Ma, altrettanto importante è stata la scomunica dei mafiosi in questa terra”.

La problematica legata alla tempistica dei processi spesso frena il cittadino. Quali gli interventi necessari?

“Questa è una terra che ha problemi di straordinaria rilevanza e ha una sua singolarità per la gravità delle questioni. Abbiamo la ‘ndrangheta che è la più pericolosa organizzazione criminale d’Italia e tra le più pericolose di tutto il mondo, presente in diversi continenti, che ha avuto e continua ad avere a Reggio Calabria, non solo la sua origine storica ma anche la sua attuale capitale, il suo vertice. Questo comporta, come dicono tutti gli organi costituzionali dello Stato, che l’impegno antindrangheta è  prioritario. Significa che dovremmo avere risorse umane e materialiadeguate  alle esigenze per potere fare fronte alla ‘ndrangheta in maniera imponente. Invece, queste risorse non le abbiamo avute. Quindi, quando accanto alla ‘ndrangheta ci sono problematiche di affermazione dei diritti, bisogna purtroppo dare delle priorità o fare delle scelte. Questo crea dei ritardi. Perché le risorse devono essere ripartite fra tutti i settori senza tralasciarne nessuno”.