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Venerdì, 21 Settembre 2018

Costituzionalizzato il processo di integrazione europea. La frattura popolo ed élite

l’aula del Parlamento europeo

Nonostante la formazione del Governo Conte, la situazione politica e istituzionale italiana rimane molto grave, e non certo per l’operato di Sergio Mattarella, che ha agito in modo equilibrato, fin troppo paziente e sostanzialmente conforme alle attribuzioni che la Costituzione gli riconosce.

Tutti i costituzionalisti che si sono espressi sulla crisi che ha portato sull’orlo della messa in stato di accusa del Capo dello Stato ex art. 90 Cost. – anche quelli che hanno fortemente contestato l’operato del Presidente della Repubblica – riconoscono, magari a denti stretti ma unanimemente, non solo che non ci sono gli estremi perché il Parlamento in seduta comune accusi il Capo dello Stato di fronte alla Corte costituzionale, ma anche che rientra fra i poteri del Quirinale la facoltà di esprimere perplessità, fino al veto, sul nome di un ministro propostogli dal Presidente del Consiglio incaricato. L’unico, vero, motivo di dissenso espresso da una minoranza di giuristi (V. Onida, M. Villone, L. Carlassare, G. Cerrina Feroni…) attiene alle ragioni – considerate “politiche” e non di “garanzia” costituzionale – che hanno portato Mattarella a porre un veto sul Prof. P. Savona al MEF (Ministero Finanze ed Economia).

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nella foto del primo piano: l’aula del Parlamento europeo

Per converso chi scrive, insieme alla maggioranza dei costituzionalisti, reputa che il Presidente della Repubblica non sia entrato nel merito dell’indirizzo politico-economico, certo di spettanza del Governo, ma si sia limitato ad esercitare un potere di veto sul ministro, rientrante nelle sue funzioni di garanzia, fondato su solide basi giuridico-costituzionali. Per comprendere il comportamento del Capo dello Stato, bisogna ricordare che il Prof. Savona, anche con le sue ultime e vaghe dichiarazioni, non ha derogato espressamente dalle precedenti posizioni – sia consentito l’ossimoro – di un “europeista euroscettico”, che aveva fatto, senza mai alcuna smentita, dure dichiarazioni anti-tedesche e addirittura espresso l’idea della necessità di prevedere un piano “b”, più o meno segreto, per l’uscita dall’euro. Il rifiuto, dunque, di Mattarella di nominare Savona al MEF (Ministero Economia e Finanza) è fondato su una serie di principi costituzionali che andavano ricordati e difesi: per tacer d’altro e senza scomodare l’art. 2 (vincoli di solidarietà), l’art. 47 (tutela del risparmio), gli artt. 11 e 117, I c. (rispetto degli obblighi internazionali e dei vincoli comunitari), gli artt. 81 e 119 (equilibrio di bilancio e vincoli economico-finanziari derivanti dall’adesione all’UE). Esplicitamente il richiamo più evidente – così almeno appare dalla sua dichiarazione pubblica – sembra quello al risparmio (art. 47). Il fatto che non siano stati invocati espressamente gli altri articoli della Costituzione è stato forse un elemento di debolezza della dichiarazione di Mattarella, ma gli impellenti motivi economico-finanziari che, certo non a cuor leggero, hanno indotto il Presidente alla dichiarazione trovano fondamento proprio negli articoli costituzionali prima ricordati.

Sottolineo anche che ormai è stato costituzionalizzato – oltre il rispetto degli obblighi internazionali – il processo di integrazione europea, di cui l’euro (almeno per 19 Paesi su 27) è fattore decisamente determinante, anche se la moneta unica, in sé, non è stata costituzionalizzata. Per quanto tale processo sia stato e sia imperfetto, esso rientra – soprattutto dopo le revisioni costituzionali del 2001 e 2012 (artt. 81, 117, I c., e 119 Cost.) – fra i principi inviolabili che nemmeno la revisione costituzionale ormai può rimettere in discussione, caratterizzando nettamente la nostra forma di Stato. Lo scontro che si è verificato fra Mattarella e due partiti politici populisti e sovranisti che in questo momento rappresentano la maggioranza dei seggi in Parlamento (anche se hanno conquistato il 37% del voto degli aventi diritto), evidentemente va al di là della piccola Italia e non è né fra destra e sinistra, ricchi e poveri, Nord e Sud, ecc. C’è ormai una frattura amplissima fra una buona parte del mondo intellettuale e buona parte del popolo, aizzato ottusamente da agitatori di professione, talora ingenui e ignoranti, ma più spesso furbi, pressapochisti, sprovveduti, improvvisatori, dilettanti. Purtroppo lo scontro oggi assume drammaticamente connotati antropologico-politici: fra popolo ed élites colte, populismo e razionalità, sovranismo e internazionalismo, società chiuse e società aperte, semplificazione della propaganda e complessità della realtà, giacobinismo e liberalismo, massimalismo e riformismo, ecc.

L’aula del Parlamento europeo

Come si diceva all’inizio di queste brevissime osservazioni, la situazione rimane molto grave sul piano politico e istituzionale, perché – con le accuse rivolte al Capo dello Stato – abbiamo assistito agli effetti inevitabili del “populismo sovranista”: un colossale caos politico ed una strisciante politica eversiva, che mira irresponsabilmente a screditare le istituzioni costituzionali, unico, o quasi, baluardo rimasto a difesa del poco buon senso che ancora residua in un Paese in preda a pericolose pulsioni irrazionali.

Ho qui solo accennato a una crisi molto complessa. Per chi volesse approfondire, cfr.: A. Spadaro, Dalla crisi istituzionale al governo Conte: la saggezza del Capo dello Stato come freno al “populismo sovranista”, in forumcostituzionale.it (1 giugno 2018).