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Venerdì, 17 Agosto 2018

Walter Cordopatri racconta perché 'la notte non fa più paura'

C’è una parte di cinema in Italia che racconta storie della nostra vita, a volte piccole, della nostra quotidianità e di come si intrecci con quelle che sono le notizie che ascoltiamo al telegiornale. “La notte non fa più paura”, candidato ai David di Donatello, ci parla

di come vite normali siano finite in una notizia, in prima pagina. Ci racconta una ordinaria vita tranquilla di provincia scossa dal terremoto e di come tutto possa cambiare.  Abbiamo incontrato uno dei protagonisti, l’attore calabrese Walter Cordopatri, per farci raccontare del film ed anche un po’ della nostra terra.

Come nasce l’idea de “La notte non fa più paura”?

Il film nasce da una idea di Samuele Govoni e Stefano Muroni, ed è ambientato in Emilia, nell’agosto del 2012, durante il periodo in cui le scosse di terremoto colpirono quella zona. E’ l’opera prima di Marco Cassini, insieme al quale io e Muroni abbiamo scritto poi la sceneggiatura. E’ un film che racconta la storia di Giulio, giovane calabrese, che deve emigrare con la sua famiglia, proprio in Emilia e che si troverà, insieme ai suoi colleghi di fabbrica, difronte alle catastrofi causate dal terremoto.

Una volta visto, il film richiama alla mente sotto molti aspetti il “vecchio” cinema italiano, risulta molto  neorealistico ed anche “operaio”, laddove con questa parola si fa riferimento sia alle tematiche che ai costi di produzione minimi, solo € 30.000. E’ corretto dunque, definirlo così?

Molte sono le motivazioni che ci hanno spinto a fare questo film: innanzitutto l’esigenza di raccontare una storia, quella di Giulio che abbandona la propria terra per cercare lavoro e si trova lontano da casa, in un’altra regione, visto ancora come il “diverso” che viene dal sud, in una condizione precaria. C’è un incontro di mondi e di cultura diverse che coesistono tra stessi connazionali, c’è la diffidenza ma anche l’accoglienza, l’integrazione. Sono molte le tematiche che si intrecciano.

 E’ un film operaio e degli operai? Assolutamente si.

E’ il film della fabbrica, del precariato, del popolo e della gente di strada. Raccontiamo le vicende drammatiche, che si sono verificate durante il terremoto dell’agosto 2012,  durante le due scosse, ma non è solo una storia emiliana, è una storia italiana, che riguarda tutti noi.

Pensa che ci sia ancora l’esigenza di raccontare una storia come questa in un mondo dove ormai sembra ci si racconti tutto, attraverso foto patinate sui social?

Sicuramente si. Perché nonostante sembri un mondo sempre connesso ed appunto, patinato, in realtà ci sono sempre storie non raccontate, dettagli tralasciati. E la nostra storia è una di quelle. Forse è per questo che il  film non è stato ancora distribuito in Italia – cosa invece successa all’estero, grazie a TVCO -  ed è anche paradossale che un film del genere sia stato proiettato su Sky cinema 1 e non nelle sale cinematografiche in maniera dipendente. Forse perché è un film che racconta qualcosa che vogliamo nascondere, non far vedere. E forse anche perché  si ritiene che un film, realizzato con budget ridotto, con attori non tutti famosi,  che affronta una tematica così delicata, possa essere in qualche modo scomodo.

Effettivamente è un film che suscita molte riflessioni: sulla sicurezza sul lavoro, sulla precarietà, sul nostro paese per molti versi ancora spaccato in due, sulla condizione “operaia” che ancora esiste . Forse è per questo che la Rai decise di non acquistarlo?

Non lo so, forse è per questo, ma di contro abbiamo avuto molte soddisfazioni: abbiamo vinto molti premi, il film è stato proiettato all’Istituto Europeo di Bruxelles, è stato presente alla Berlinale, a Cannes ed alla Festa del Cinema di Roma, ed oggi è candidato ai David di Donatello. Se ce l’avessero detto, non ci avremmo mai creduto. I David sono un sogno che si realizza, non so se ce la faremo ad essere nella cinquina ufficiale, ma già essere candidati è un bel traguardo.

Direi un bellissimo traguardo perché  il fatto che un piccolo film stia diventando così grande nei cinema di tutto il mondo, vuol dire che il cinema indipendente italiano può, e deve, dire la sua.

E’ proprio vero. La cosa bella da raccontare e da scrivere affinché i giovani possano leggerla, è che è sbagliato pensare che per dire qualcosa con un film è necessario avere per forza un grosso budget, attori famosi ed un soggetto divertente. Bisogna raccontare quello che c’è nelle viscere e non conta se provieni come me da Rizziconi, o da un piccolo paese del nord o centro Italia, l’importante è vere la voglia di dire qualcosa e andare contro corrente, Ricordo che Giorgio Colangeli, l’attore più famoso del nostro cast, fatto da attori professionisti diplomati nelle migliori scuole,  quando lesse la sceneggiatura si mise a piangere. Ci disse “è un film necessario”,  e detto da un attore che ha vinto un David di Donatello e un Nastro D’argento fa un bell’effetto.

Quanto ha messo di suo nel raccontare la storia e nell’essere Giulio?

Direi che c’è tanto di nostro, perché eravamo e siamo ancora una squadra unica. Un particolare ringraziamento va alla nostra produttrice, Maria Rita Storti, a tutti coloro che hanno creduto in noi e soprattutto al Comitato vite scosse, fondamentale nel lavoro di sceneggiatura. Le famiglie del Comitato ci hanno raccontato le loro vicende, ci hanno aiutato ad inserirci nel contesto, a immaginare il set.

Di mio c’è la scrittura e c’è il personaggio. C’è Giulio, il giovane calabrese emigrato, che parla con un accento calabrese, a volte anche in dialetto, che viene da un paese vicino Gioia Tauro, e c’è tanta Calabria. E tutto questo è dedicato al mio piccolo paesino e alla mia terra.

 

Dalle sue parole emerge l’entusiasmo durante la realizzazione del film, che pur affrontando argomenti difficili, è riuscito a creare un legame fra tutti voi.

Nella realizzazione del film, nel confronto con gli altri, ho trovato un’Italia che ci accomuna, che non ha voglia di dimenticar ed ha ancora qualcosa da dire che non necessariamente deve essere nazional-popolare. Ho trovato la professionalità con la quale è stato realizzato questo film, perché spesso ci si dimentica che far cinema è un  mestiere così come fare l’attore, altrimenti non esisterebbero le accademie e le scuole di recitazione.

 

E’ per questo che lo scorso anno ha deciso di tornare in Calabria ed aprile la SRC – Scuola Recitazione Calabria?

La SRC è un sogno che si realizza, un’avventura iniziata per caso, ma che continua giorno dopo giorno. E’ nata per dare soprattutto un’opportunità ai giovani calabresi: poter studiare recitazione senza dover andare necessariamente fuori regione. E per questo devo ringraziare tutti i miei docenti ed i collaboratori della SRC e l’amministrazione comunale di Cittanova. che ci ha permesso di essere al Polo Solidale per la Legalità. Se si pensa che fino a qualche anno fa eravamo l’unica regione a non avere una scuola di recitazione e che oggi invece esiste, significa che è indispensabile pensare in grande ed avere la necessità raccontare una storia, anche dal proprio piccolo paesino.