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Venerdì, 17 Agosto 2018

“L’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alle mafie, così com’è attualmente, non funziona”. Intervista al procuratore Nicola Gratteri

Nella maggior parte delle operazioni portate a termine con la DDA di Reggio Calabria da pubblico ministero prima, da procuratore aggiunto dopo ed oggi, da Procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri

ha sempre cercato di indebolire le cosche di ‘ndrangheta in primis confiscando e sequestrando il patrimonio accumulato da proventi illeciti.
Il 18 giugno 2013, l’allora Presidente del Consiglio dei ministri Enrico Letta, lo nominò componente della task force per l’elaborazione di proposte in tema di lotta alla criminalità organizzata. Nel febbraio del 2014 Rosy Bindi, in qualità di presidente della Commissione parlamentare antimafia, annuncia la nomina di Gratteri a consigliere della Commissione e a distanza di pochi mesi, anche il governo guidato da Matteo Renzi, volle nella Commissione formata da 15 membri – tra cui magistrati, avvocati e docenti universitari di diritto penale - l’attuale procuratore della Repubblica di Catanzaro, presidente. Perché potesse elaborare grazie alla sua trentennale esperienza sul campo, delle proposte di riforma in merito alle norme per potenziare ulteriormente la lotta alle mafie.
Tra le 266 pagine presentate dalla Commissione a gennaio del 2015 - che prevedono tra le altre cose ‘la modifica di 150 articoli, tra codice penale, codice di procedura penale e ordinamento giudiziario, per inasprire la lotta alla criminalità’ - grande attenzione è stata dedicata al tema inerente i beni confiscati alle mafie. 
Tema ampio e farraginoso con leggi che negli anni non sempre hanno dato i risultati sperati e che, con i tanti tentativi di modifiche, hanno portato ad una disciplina nel complesso disorganica. Soprattutto se si considera che il totale del patrimonio di tutti i beni confiscati o sequestrati alla mafia, è stimato approssimativamente intorno ai 30 miliardi di euro – costituito, secondo gli ultimi aggiornamenti risalenti a maggio 2017, da circa 11.604 immobili e 876 imprese – che se ben gestiti potrebbero rappresentare un volano per le regioni italiane. Soprattutto per la Calabria.
Abbiamo chiesto al fautore delle proposte di fare una sintesi dei punti più importanti di questa riforma che “a distanza di due anni resta ancora solo una proposta che si potrebbe approvare con un decreto legge. Consentendo in tal modo alle modifiche legislative di poter dare i primi risultati visibili e concreti nel giro di quattro o cinque anni”. Come lo stesso procuratore Gratteri sostiene.

Procuratore Gratteri, lei è considerato uno dei massimi esperti di antimafia in Italia come all’estero, tanto da aver presieduto, qualche anno fa, una Commissione. In quel periodo consegnò all’allora governo presieduto da Matteo Renzi, circa 267 pagine di proposte rimaste inascoltate. Tra queste ce ne erano anche alcune riguardanti la confisca e il sequestro dei beni illeciti alla criminalità organizzata. Ogni Paese europeo ha una sua legislazione a tal proposito, qual è la situazione italiana in merito?

<<Analizzando il sistema di gestione dei beni e la strutturazione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata così come ideati dal Codice antimafia attuale, si evidenziano varie problematiche che attengono sia alla gestione dei beni che al funzionamento della stessa Agenzia.
In più di un’occasione ho manifestato le priorità da affrontare evidenziandole con i colleghi facente parte della Commissione nella proposta depositata nel gennaio del 2015.
Ad esempio, abbiamo previsto per la misura patrimoniale della confisca che la competenza vada ai soli uffici del pm. Per quanto riguarda i provvedimenti relativi alla gestione dei beni sequestrati o confiscati, si è previsto che la competenza venga attribuita a una sezione specializzata a composizione mista. Mentre, per la destinazione anticipata di aziende e immobili è prevista la possibilità di vendere il bene già dal provvedimento di confisca di primo grado e restituzione del prezzo ricavato in casi di mancata confisca definitiva.
Il ruolo dell’Agenzia anche nella fase del sequestro, dovrebbe essere valorizzato programmando l’assegnazione provvisoria dei beni e delle aziende ed assistendo l’amministratore giudiziario nella gestione del bene fino alla confisca definitiva>>.

Secondo lei perché l’Agenzia per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata costituita sette anni fa - e diretta oggi dal prefetto Umberto Postiglione - ha difficoltà nell’amministrare tali beni in Italia?

<<Per la grande confusione che esiste tra gli stessi uffici dello Stato che si occupano della materia>>. 

Dal giorno del suo insediamento alla Procura di Catanzaro ad oggi sono trascorsi due anni, nel corso dei quali ha condotto diverse e importanti operazioni della Dda nel campo delle indagini di carattere patrimoniale, che hanno portato alla confisca e al sequestro di numerosi beni ai clan locali anche fuori dalla Calabria. Non ultime “Stige” - con 169 arresti e confische di beni tra Italia e Germania – e “Pietranera”.  Da quali attività derivano questi patrimoni?

<<Sostanzialmente le attività economiche delle quali ci siamo interessati per proporre il sequestro dei beni di provenienza illecita e provenienza mafiosa sono - naturalmente oltre ai beni classici quali ville di lusso, appartamenti, macchine - anche attività imprenditoriali quali imprese edili, o ditte di trasformazione prodotti agricoli. Anche perché le famiglie di ‘ndrangheta sono sempre più interessate alle attività che ruotano attorno all’agricoltura, all’acquisto e/o all’affitto di latifondi che riescono ad avere dai legittimi proprietari attraverso minacce, vessazioni e boicottaggi nella vendita dei prodotti. Così da indebolire e sfiancare il proprietario per poi acquistare o direttamente o attraverso un prestanome, il terreno ad un prezzo minimo.
Acquistato il bene si inizia la procedura per richiedere i fondi comunitari per ottenere i contributi per la trasformazione, il miglioramento del fondo, per l’acquisto di nuove attrezzature agricole, avendo bene in testa l’idea di accaparrarsi più fondi comunitari possibili. Una vera e propria truffa. Parlo di truffa perché spesso i soldi accumulati vengono spesi solo in minima parte nel fondo, il resto viene incassato presentando in seguito false fatturazioni. Questo serve anche per riciclare denaro sporco. Proprio come successo con l’indagine inerente l’operazione “Pietranera” effettuata lo scorso mese di dicembre>>.

Lo scorso anno ad aprile a Reggio Calabria ha presieduto ad un importante riunione della Conferenza regionale delle autorità di pubblica sicurezza per fare il punto sulle iniziative in corso contro la ‘ndrangheta e per la gestione di tali beni. Quali sono le sue proposte?

<<A questa domanda non posso rispondere perché quanto riferito in quella sede fa parte di una riunione interna>>.

Si stima che nel nostro Paese i beni confiscati e sequestrati alla criminalità organizzata (destinati nella maggior parte dei casi al patrimonio degli enti territoriali per fini sociali, usi governativi, all’amministrazione della Giustizia e per fini istituzionali) valgano circa 30 miliardi di euro. Quale vantaggio trarrebbero la Calabria e lo Stato se questi beni fossero ben gestiti?

<<Si stima che in Italia la presenza delle mafie fa perdere il 2% del PIL. Questo significa ancora una volta che la presenza della mafia è asfissiante, opprimente e tarpa le ali allo sviluppo  economico, alla ricchezza dell’intero Paese e, in particolare, alla vivibilità dei calabresi. Perché tutte le ricchezze della ‘ndrangheta sono il latte, il sangue succhiato a questa terra e ai suoi abitanti. Se si riuscisse a recuperare per intero il valore dei beni sequestrati e poi confiscati, e ad immetterli nel circuito della legalità i vantaggi derivanti da ciò sarebbero enormi e gli stessi calabresi ne godrebbero.E’ però difficile che ciò avvenga perché l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alle mafie, così com’è attualmente, non funziona>>. 

Considerato che la maggior parte delle aziende sequestrate e confiscate non sono sopravvissute, con pesanti ripercussioni sui lavoratori e sul tessuto economico generale e locale, non sarebbe opportuno istituire nuovamente una sorta di “Ministero delle Partecipazioni Statali” creando un’attività imprenditoriale gestita direttamente dallo Stato per il tramite di manager di comprovata esperienza?

<<Uno dei motivi per i quali ho insistito a che la sede principale dell’Agenzia venisse trasferita a Roma a Palazzo Chigi è proprio quella che per poter funzionare deve interagire con tutti i ministeri.
Metterla nelle condizioni di poter agire davvero, con personale nuovo, più numeroso e altamente qualificato. Il direttore dovrebbe essere scelto non più solo tra i prefetti ma anche tra i magistrati e dirigenti dell’Agenzia del demanio. Valorizzarne il ruolo anche nella fase del sequestro, programmando l’assegnazione provvisoria dei beni e dell’aziende ed assistendo l’amministratore giudiziario nella gestione del bene fino alla confisca definitiva. Per far sì che società, imprese, aziende che vengono sequestrate e che, ad esempio, producono bulloni, attraverso l’Agenzia possano rivolgersi a Finmeccanica per avere le commesse e rimettersi sul mercato. Non tutte queste aziende, però, possono reggere e resistere in un mercato legale, perché in realtà vengono create per fare riciclaggio. Per immettere sul mercato i proventi di attività illecite, come il traffico di cocaina. Solo nel momento in cui si recide il cordone ombelicale che porta i soldi dalla stanza alla cassa, è ovvio che quella attività non si regge più in piedi, proprio perché l’attività è un’anomalia del mercato legale>>.

Ritiene che i beni confiscati possano essere un’occasione di lavoro per i giovani al Sud, e in che termini?

<<Si, ritengo che possano essere una buona se non ottima occasione di lavoro per i giovani del sud. Nel momento in cui, ad esempio, delle aziende agricole vengono affidate a cooperative di giovani, ecco che diventano opportunità lavorative. Il problema sta nel fatto che queste aziende gestite da giovani devono essere collegate tra loro in rete e ad una filiera così da poter vendere i prodotti anche da Roma in su. Altrimenti non sarebbero competitive. Tenendo soprattutto conto che in altre aziende la manodopera è assunta in nero - quindi persone sottopagate, spesso immigrati - riescono a vendere gli stessi prodotti a prezzi nettamente inferiori. Mentre, al contrario, le aziende affidate alle cooperative di giovani se assumono operai devono pagarli regolarmente con tanto di contributi versati e necessitano di una forte presenza sul mercato. Ecco perché si deve riuscire a vendere da Roma in su per restare concorrenziali>>.

E’ stato mai fatto uno studio sull’impatto che avrebbe la corretta gestione dei beni confiscati sul PIL delle regioni coinvolte e dell’Italia?

<<Si, lo studio è stato svolto e si calcola che l’impatto sul Pil delle regioni coinvolte e dell’Italia sarebbe intorno al 9% per cento.
Da qui l’importanza di rimettere in un circuito legale i proventi di origine illegale una volta che lo Stato se ne sia appropriato definitivamente>>.

Considerata la presenza in Calabria di tutti gli istituti di credito nazionali, potrebbero essere coinvolti nella corretta gestione delle imprese e dei beni sequestrati, con programmi di venture capital o di credito agevolato?

<<Certo, questo potrebbe avvenire, ma non riesco proprio ad immaginare una banca che fa “beneficenza” e offre mutui con tassi d’interesse agevolati.
Questo perché le banche ragionano in termini di guadagno non ragionano certo in termini di banco di una società di mutuo soccorso.
Troppo spesso queste ultime bloccano i finanziamenti una volta che le imprese passano in mano all’amministrazione giudiziaria>>.

Quali carenze ha dimostrato la politica rispetto ai beni confiscati alla criminalità organizzata?

<<Più che carenza, l’incapacità dello Stato di provvedere anche solo alla conservazione e al mantenimento di tali beni>>.

Un segnale importante, di massima attenzione, quello sottolineato dal procuratore verso un territorio – la Calabria - dove è evidente e marcata la presenza di una ‘ndrangheta di “serie A”, come definita più volte dallo stesso Gratteri, il quale in più di un’occasione tiene ad evidenziare come “i beni nonostante la confisca e il sequestro, troppo spesso continuano ad essere gestiti dalle cosche e, di conseguenza, ad essere nella disponibilità dei mafiosi, attraverso prestanomi, intestazioni fittizie e asserviti ai clan” che a loro volta ricorrono all’uso di sistemi fraudolenti per conseguire i finanziamenti pubblici, innescando una sorta di business e affare sui fondi europei.