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Martedì, 15 Ottobre 2019

«Il futuro verrà dal passato e avrà l’odore della terra. Solo così l’uomo potrà sopravvivere». Intervista a Francesca Prestia, voce dei vinti e delle donne che lottano

È la prima (e l’unica) cantastorie donna di Calabria. Narra la storia dei vinti, i travagliati fatti della sua terra, il coraggio delle donne che la popolano.

Risuona, nel lirismo dei suoi versi, una sviscerata saudade mediterranea. Passato e presente incalzano ballate struggenti.

La cantastorie Francesca Prestia
La cantastorie Francesca Prestia

E poi, la potenza del suo canto, che dà carica a sogni e speranze degli emarginati del Sud. Francesca Prestia è la voce della cultura popolare calabrese. Dai fasti magno-greci alla lingua arbëreshë, dai moti risorgimentali alle rivolte contadine: «il compito che mi sono prefissata è dire la storia della Calabria, la storia secondo me più gloriosa, che parla dei momenti in cui i calabresi si sono distinti per il coraggio, per la lealtà e per il rispetto delle regole e dei valori. E poi anche la storia che molto spesso gli storici omettono sui testi universitari e scolastici».

La causa dell’inesplicabile “gran rifiuto” a cui è costretta la nostra terra è da ricercare, chiosa la Prestia, in una più ampia e complessa forma di svalorizzazione dei Sud del mondo e, quindi, del meridione d’Italia.

«Si racconta quasi sempre il negativo della Calabria oscurando ciò che c’è di positivo; è una politica che tende a far brillare, in ambito nazionale, le regioni settentrionali, ma quando l’Italia viene considerata in ottica europea, la Germania, l’Austria e la Francia sono il Nord e noi, Spagna e Grecia siamo il Sud. A livello mondiale e non solo europeo, c’è un progetto preciso, finanziario ed economico, di mantenere sud il Sud per concentrare potere, investimenti e risorse finanziarie nelle mani del Nord. Sono tutte strategie che fanno risultare sud l’Italia e sud la Calabria. E io, in Calabria, resisto facendo la cantastorie». «Tante cose della mia regione non mi piacciono e tante cose vorrei cambiare – continua la Prestia – cerco di dare il mio contributo da musicista e un po’ anche da scrittrice di versi perché scrivere i testi di una ballata significa avvicinarsi all’essere poeta. È necessario che i versi abbiano un ritmo e una bellezza per attirare l’ascolto del pubblico e condurlo verso un percorso narrativo che, se risultasse poco interessante  fallirebbe nel compito di comunicare, attraverso la storia, i valori che noi vogliamo porre in risalto e non far dimenticare».

Ma nel celebrare tutto ciò che retoricamente, e con toni ormai litanici, viene svilito e abbandonato, Francesca Prestia, con il suo telo da cantastorie e la sua “chitarrina”, non è sola, e ci tiene a sottolinearlo:

«io metto a disposizione la mia voce, la mia passione, la mia competenza musicale però alle mie spalle ci sono sempre esperti, studiosi, storici e scrittori senza i quali i miei testi non potrebbero essere così fondati, così come mi seguono professori di grecanico e lingua arbëreshë. Piero Bevilacqua, Giovanni Sole, Daniele Castrizio sono alcuni dei professori universitari che mi forniscono le notizie esatte sugli avvenimenti storici che io poi trasformo in ballate, in maniera tale che chi non ha voglia o non ha l’occasione di incontrarsi con un libro di storia può, attraverso i miei spettacoli, sapere che è successa una determinata cosa. Sapere, ad esempio, che a Casignana, nel 1922, c’è stata la prima rivolta contadina calabrese e a Lungro, paese arbëreshë, ha avuto luogo la prima insurrezione operaia italiana nel 1903. Io ho la responsabilità di raccontare il vero: quando canto non devo prendere in giro la gente, non devo manipolare la loro mente, per cui devo avere intelligenze serie dietro, schierate come me dalla parte dei valori e rispettose dell’uomo e della donna. La mia piccola ambizione è cantare queste pagine di storia. È un modo per non sottrarre dall’oblio alcuni personaggi che hanno faticato molto nella loro vita per costruire un paese migliore».

Tre album all’attivo e numerose interpretazioni e sceneggiature di spettacoli musico-teatrali: i lavori di Francesca Prestia sono una sintesi del multiculturalismo calabrese, di cui scandaglia le disparate tradizioni e tramanda i dialetti e le lingue delle minoranze etniche.

«È una sintesi che nasce in maniera naturale e spontanea nel mio canto perché spontaneamente è avvenuta proprio sul territorio calabrese tra le persone. Sono storie e culture che si fondono nel tempo».

Un attaccamento alla terra viscerale, quello della cantastorie catanzarese. Che respinge futili stereotipi, facendo crollare quel granitico sistema di pregiudizi che, ormai da secoli, scalfisce e dilania l’essenza di un luogo straordinario.

«Non è vero che il futuro sia lontano da qui. Molti mi chiedono come mai non sia andata via. Sono tanti, infatti, i cantastorie calabresi che vivono a Milano, a Firenze, a Reggio Emilia, e se fossi andata via probabilmente avrei lavorato sin da subito. Ma io sono troppo legata alla mia terra. Tutti quelli che sono tornati dicono che qui in Calabria si vive meglio. Ed è vero: affacciarsi alla finestra e guardare le colline, sapere che in pochi minuti si è in riva al mare… c’è una vivibilità che altrove difficilmente trovi».

Insomma, contro il luogo comune della terra promessa lontano da casa, contro la convinzione diffusa che si debba necessariamente scappare per garantirsi un futuro dignitoso, si solleva la voce di una donna che “rompe le scatole” in un ambiente fortemente maschilista qual è quello della musica popolare calabrese, ricevendo il plauso del maestro Otello Profazio:

«il mio sogno – confida la Prestia –   posso realizzarlo anche qui; la gran parte della vita è lavoro e sacrificio e io voglio farlo qui perché voglio che ricada qui il bene che faccio. Quando sento il bisogno di confrontarmi con realtà diverse e, per certi versi, più avanzate, prendo un aereo e vado nelle grandi città d’Europa. Ma poi torno in Calabria perché è in Calabria che voglio svolgere il mio ruolo. La soluzione è questa, non è che tutti dobbiamo vivere a Roma, Milano o Firenze: viviamo nelle campagne durante la settimana e quando ci va andiamo in città. Va anche pensata così perché quando stai in provincia leggi di più, ti incontri con le persone, fai una vita più umana, più lenta, che però ti riempie e ti mantiene il corpo in un buono stato di salute. Quella fretta, quella frenesia del fare, gli orari estenuanti logorano, io non saprei vivere così».

Il problema, però, è il lavoro, che oggi sembra un’arcana utopia.

0«Se non si trova lo si inventa, cercando di partire dalle richieste e dai bisogni della società. È importante avere un grande spirito di adattamento e non sottovalutare tutti quei mestieri secondari che permetterebbero di vivere e di guadagnare onestamente. Per esempio, i giardini sono abbandonati, perché non mettere su una cooperativa di giovani che si occupi del verde pubblico? Oppure pensare a cooperative che si dedichino agli anziani e ai bambini. La gente dice “ma io sono laureata in tutt’altra cosa”, pazienza, ci si adatta. Dobbiamo essere più flessibili, capire cosa richiede il mercato ed essere disponibili a lavorare. Poi nel tempo libero si fa ciò che si vuole, ognuno coltiva i propri hobby, la vita non è solo lavoro. Io sarei per il part-time per tutti. È un’utopia però dobbiamo ragionare in questi termini per cambiare».

C’è un’idea che ricorre nelle parole della cantastorie catanzarese: il futuro verrà dal passato e avrà l’odore della terra.

«Non c’è altra soluzione, nessun’altra via d’uscita: non l’asfalto, non il cemento, ma i frutti della terra ci faranno sopravvivere. Noi esseri umani abbiamo sempre bisogno di toccare il fondo, altrimenti le decisioni sagge non le prendiamo. Molti dei nostri ragazzi che hanno vissuto per anni nelle grandi metropoli sono tornati perché si sono accorti che il lavoro era disumano e che lo smog li faceva ammalare: chi aveva allergie, chi la bronchite, molti avevano iniziato ad avere tic nervosi, momenti di ansia, di angoscia, di tristezza, tutte quelle problematiche dovute a uno squilibrio tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e il suo habitat. Questi ragazzi hanno vissuto sulla loro pelle gli inganni dell’habitat cittadino, un habitat alienante che provoca l’insorgere di malattie. Credo che se una persona stia male debba trovare un posto dove stare bene e loro si sono accorti che tornando alla terra stanno bene».

Le chiedo cosa rimane, oggi, nel tessuto socio-culturale calabrese, dello spirito e del coraggio contadino di un tempo. Se ci sia ancora qualcosa da recuperare o se tutto sia ormai andato perduto.

«Da qualche anno, girando per i paesi della Calabria incontro giovani laureati che hanno deciso di tornare a casa mettendo su cooperative agricole, agriturismi, attività innovative. Questa cosa mi lascia piacevolmente colpita perché credo che siano loro il futuro della Calabria. Sono giovani che fanno tanta fatica a inserirsi nel mondo del lavoro e ripartono dalla terra, dall’agricoltura biologica, dal rispetto delle piante e dell’alimentazione. Il ritorno alla terra credo che lo potranno fare solo i giovani, vittime dei loro avidi padri che hanno accumulato tanta ricchezza e continuano ad accumularla. Hanno triplici, persino quadrupli incarichi. Ma dico: accontentati di uno, sei anziano, sei stanco, ti lamenti sempre, riposati e lascia spazio ai giovani. Hanno inquinato il mondo, il mare, il cielo, hanno pensato di investire non sulla terra ma sul cemento, sulle fabbriche, non sono stati attenti allo smaltimento dei rifiuti né all’affondamento delle navi. Ma cosa pensano, che queste cose non ci torneranno contro? Quindi l’approccio rispettoso della natura ormai non me lo aspetto più da questa generazione di politici ma dai giovani, perché i trentenni di oggi, è vero che sono nati e cresciuti in un periodo di grande benessere, però adesso devono rimboccarsi le maniche perché solo una piccola parte potrà avere un accesso al mondo del lavoro facilitato, il resto se lo dovrà inventare.

Nei momenti di crisi gli esseri umani sono sempre tornati alla terra e anche la Calabria dovrà tornare alla terra e io dico anche al turismo, che è sempre natura, perché il mare, la montagna e le campagne sono una nostra risorsa: noi dobbiamo tornare là per proporre ai turisti la nostra bellezza, per poter entrare nel mondo dell’economia e non esserne tagliati completamente fuori».

Tornare alla terra significa anche ripopolare borghi antichi e centri storici ormai deserti ma culturalmente ricchissimi.

«Sono stata spesso a Camini, in provincia di Reggio. Ho visto rinascere un paese. Ci sono tante famiglie siriane che hanno preso mano con calce e mattoni e hanno rimesso su le case e i tetti di un paese che era completamente abbandonato. Hanno voglia di coltivare la terra, di coltivare il loro cibo. È vero anche che una parte di loro è attratta dal modello abbagliante delle società industriali, delle grandi metropoli dove c’è vita, quindi questi paesi gli sembrano morti. Ma si stanno accorgendo che vanno sì a Milano però molto spesso dormono sotto i ponti, perché la metropoli può assorbire fino a un certo punto. Ce l’hanno insegnato anche le grandi metropoli latino-americane, come Rio de Janeiro, dove gran parte della gente vive nelle baracche e nel fango. Non può una città assorbire tanta gente, si deve comunque vivere nell’altra parte del territorio, altrimenti si vive di spazzatura. Quindi anche gli immigrati devono smontare il loro sogno e confrontarsi con una realtà che non è proprio rosea. Noi dobbiamo aiutarli a comprenderlo nella maniera meno traumatica possibile perché non è giusto, da esseri umani a essere umani, che delle persone patiscano così tanto. Non so quanto si potrà fare perché siamo limitati, siamo esseri umani. Se affonda una nave e loro muoiono, noi guardiamo impotenti. Non possiamo fare niente».

Dall’incontro con una donna eritrea, oggi cittadina italiana, nasce l’ultimo album della Prestia, “Mare Nostrum”. È un album sulle donne che lottano per la libertà contro la fatica e l’incertezza dell’estrema traversata, contro atavici soprusi, contro la sopraffazione del profitto a scapito dell’ambiente, contro la morsa crudele della ‘ndrangheta. Con “La ballata di Lea” e “Lu bene re la mamma sì tu, figghja”, dedicate alle collaboratrici di giustizia Lea Garofalo e Giuseppina Pesce, la cantastorie catanzarese dimostra che attraverso il canto si può riscattare un popolo dal flagello e dall’etichetta asfissiante della criminalità organizzata, perché quello che resta non è la protervia dei poteri criminali ma il coraggio, esiziale nel caso della Garofalo, di due donne che per il bene e per la giustizia hanno sacrificato ogni cosa.

«Scrivere una ballata per Lea è stato per me il momento più forte. Studiando il repertorio della tradizione popolare calabrese mi sono imbattuta in ballate che riguardano il passato e persone che non ci sono più. Quando racconti episodi antichi non fai male a nessuno. Scrivere invece una ballata che parla di un personaggio appena ucciso, con una figlia ancora viva e con un processo ancora in atto, perché quando l’ho scritta Denise stava accusando il padre per omicidio, significa cambiare il senso dell’essere cantastorie. Sono diventata una cantastorie che canta le storie di oggi, correndo anche dei rischi. Ho fatto questa scelta inconsciamente. Ci sono dei momenti in cui non stai troppo lì a pensare, se vuoi fare una cosa la fai. Cantare per Lea significa renderla immortale. 

La ballata è stata visualizzata online in tutto il mondo, addirittura dalla Cina e dall’Australia, da migliaia di persone. Mi sarei meravigliata già di dieci! Significa che l’operazione ha funzionato, che Lea, la sua storia e il suo coraggio non moriranno mai. Non potranno mai dire alle donne calabresi “voi non siete coraggiose”, perché dopo Lea sono uscite fuori tantissime donne. Significa che le donne calabresi hanno una voce, non è vero che abbassiamo la testa. Hanno sempre voluto dire questo di noi ma non è stato così perché molte donne hanno alzato la testa ma sono state uccise e sepolte sotto le olivare della piana di Gioia Tauro e del vibonese. Avevano avuto il coraggio ma lo Stato non le credeva, quindi dire questa cosa, cantarla, pubblicarla sui CD e farla girare dà coraggio alle altre donne che stanno iniziando a collaborare. Lo Stato e i magistrati finalmente non le lasciano sole. Il problema è questo: se le lasci sole, le sparano. È vero che molta gente è finita nei pilastri dei palazzi a Roma, come Emanuela Orlandi, perché così ti fa sparire la mafia. Anche una parte dello Stato e della Chiesa (la parte marcia della Chiesa, quella che amministra il denaro e quindi non è voce di Dio) sono conniventi altrimenti la mafia non avrebbe tanto potere. Lo sanno benissimo tutti».

Sin dai tempi antichi, la Calabria è nota come terra dalle ingenti risorse naturali e ambientali, sapientemente gestite dai coloni greci per realizzare importanti opere urbanistiche, agronomiche e selviculturali. Oggi, dissesto idrogeologico e insana gestione del territorio deturpano il Gran Bosco d’Italia. Che fare per ripristinare il primordiale equilibrio della natura calabrese?

«Per cambiare le cose darei maggiore spazio alle donne e ai giovani. Perché le donne sono radicali, fanno sempre le cose fino in fondo, tutelano molto gli interessi dei figli e per il bene dei figli son capaci di fare grandi sforzi. Giuseppina Pesce e Lea Garofalo ne sono l’esempio. E credo che i giovani siano più preparati e più coscienti del momento di crisi che stiamo vivendo a livello ambientale. Il problema è la salute: se moriamo tutti di tumore, se l’ambiente è completamente invaso da buste di plastica e da sostante nocive, non c’è prospettiva. Se l’inquinamento dell’aria pare che stia indebolendo gli spermatozoi maschili, vuol dire che stiamo alterando tutti gli equilibri. I giovani sono gli unici ad aver voglia di migliorare il mondo e non di “sprupparlo”, come diciamo noi in dialetto. Se imbocchiamo questa strada, le cose cambieranno in meglio, ne sono sicura».

Alcuni brani di “Mare Nostrum”, ispirati da opere narrative di Corrado Alvaro e Mario La Cava, rivelano un forte legame con la tradizione letteraria calabrese. Inoltre, lei ha ideato e preso parte a “Muse calabresi”, un’iniziativa musicale e letteraria dedicata alle figure femminili che hanno ispirato, oltre ai già citati Alvaro e La Cava, anche Leonida Répaci, Franco Costabile e Saverio Strati. Cosa mi dice degli scrittori calabresi contemporanei?

«Recentemente ho scelto di comporre una ballata su un personaggio di Domenico Dara, scrittore di Girifalco che ha vinto il premio Stresa con “Appunti di meccanica celeste” (Nutrimenti editore, ndr), ambientato nel suo paese natale. Finalmente Girifalco è uscita dall’oblio: dacché era la città del manicomio adesso è la città di Domenico Dara. Vedi cosa può fare un artista? Come con Camilleri: ormai tantissima gente conosce il siciliano perché ha letto la saga del commissario Montalbano. Ho scelto di scrivere su uno dei sette protagonisti del romanzo di Dara, Venanzio, ispirato a un uomo realmente esistito e che, dotato fisicamente sin dalla nascita, diventa da adulto un incallito Don Giovanni, amante di tutte le donne del paese. Io, che solitamente mi occupo di fatti storici, questa volta ho espresso, attraverso Venanzio, i desideri e i bisogni delle donne. Mi son detta “De Andrè può cantare Bocca di rosa, donna desiderata dagli uomini perché sa fare l’amore, e io non posso cantare Venanzio che è la gioia delle donne?” Ed ecco che finalmente anche le donne avranno, in questo senso, una loro canzone. Presto sarà incisa e la porterò nei miei concerti!»