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Giovedì, 21 Febbraio 2019

Nessuna “confisca” di figli alla criminalità. L’obiettivo? Tutelare i ragazzi soggiogati dalla cultura ‘ndranghetista. Parla Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria

"Tutelare e proteggere i figli e le donne delle famiglie mafiose che vivono una situazione di grande sofferenza”. Roberto Di Bella, magistrato siciliano, è presidente del Tribunale per i minorenni dal 15settembre 2011.

“A Reggio Calabria, il Tribunale per i minorenni non è considerato più da molti come un nemico, ma un baluardo, un punto di riferimento”. Giunto nel gennaio del 1993 come uditore giudiziario, dopo una breve parentesi a Messina, nel settembre 2011 è stato nominato presidente del Tribunale e si è trovato a giudicare il figlio e i fratelli minori di coloro che aveva giudicato anni prima. Una situazione vissuta come una sconfitta della giustizia e dello Stato.

Il presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria Roberto Di Bella Il presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria Roberto Di Bella



Da qui, la decisione di avviare percorsi per tutelare i minori che vivono in una condizione in cui esista una minaccia concreta alla loro integrità psicofisica.

In cosa consiste il percorso giurisprudenziale che ha intrapreso come presidente del Tribunale dei minorenni?

“Noi tuteliamo i minori che si trovano in una condizione di rischio per la loro integrità emotiva, per il loro corretto sviluppo psicofisico. Dal 2012 stiamo intervenendo con provvedimenti civili di decadenza o di limitazione della responsabilità genitoriale e nei casi più gravi, allontanamento dei minori dal nucleo familiare. Sono provvedimenti che adottiamo caso per caso, mai in via preventiva solo perché la famiglia è mafiosa, ma li impieghiamo soltanto quando il metodo educativo mafioso unito al contesto mafioso determina un grave e concreto pregiudizio a quella che è l’integrità psicofisica del minore. Ciò accade quando i ragazzi vengono coinvolti in reati da parte degli adulti, quando c’è un indottrinamento palese, oppure quando i ragazzi compiono una serie di reati che sono sintomatici di una escalation deviante, di una progressione criminosa e i genitori non fanno nulla per contenerla. Inoltre, se ci sono situazioni di faida, proprio per tutelare fisicamente il minore e ultimamente stiamo intervenendo nei casi di latitanza prolungata per reati di mafia. Un genitore che manca per dieci anni dalla famiglia viola quelli che sono i suoi obblighi di assistenza morale e materiale nei confronti del figlio”.

I ragazzi per cui si sceglie l’allontanamento temporaneo come vengono collocati?

“I provvedimenti in questo caso prevedono l’allontanamento dei minori anche fuori dalla Calabria e l’inserimento in strutture comunitarie o in altre famiglie affidatarie con un duplice obiettivo. Il primo èdi assicurare una adeguata tutela per una regolare crescita psicofisica agli sfortunati ragazzi delle ‘ndrine, nello stesso tempo vogliamo dare loro l’opportunità di sperimentare altre realtà, culturali, sociali, psicologiche, affettive diverse da quelle del contesto di provenienza. L’obiettivo è quello di eliminare le contaminazioni culturali per consentire a questi ragazzi di avere le conoscenze necessarie per poter scegliere liberamente”.

Per la ‘ndrangheta, però, i figli sono la prosecuzione naturale delle redini della famiglia?

“Quando sono tornato al Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria mi sono trovato a giudicare i figli di coloro che ho giudicato nei primi anni ’90. Tutti con gli stessi cognomi, appartenenti alle famiglie del territorio. La cultura di ‘ndrangheta si eredita. Se abbiamo sempre le stesse famiglie, con la stessa tipologia di reati, vuol dire che c’è una trasmissione di valori culturali negativi e di cultura di mafia da padre in figlio. Quello dei minori di ‘ndrangheta è un fenomeno endemico, a volte è sommerso, non emerge chiaramente, ma per troppo tempo è stato sottovalutato.

Il giudice Roberto Di Bella intervistato dal New York Times. Il giudice Roberto Di Bella intervistato dal New York Times.



Questa considerazione ha portato me e i miei colleghi del collegio a censurare il modello educativo mafioso nei casi in cui metta a rischio l’incolumità fisica, psicologica dei minori, nello stesso modo in cui si censurano le condotte dei genitori che sono maltrattanti, alcolisti, tossicodipendenti”.

La sua lunga esperienza le ha consentito di conoscere a fondo il territorio calabrese?

“Sono qui dal 1993 e tranne una breve parentesi di 5 anni a Messina, la mia carriera si è svolta sempre al Tribunale per i minorenni e quella di Reggio Calabria è una realtà che conosco molto bene. Ho avuto la possibilità di lavorare in questo territorio ed avere una prospettiva di lungo periodo. L’appartenenza, la cultura di ‘ndrangheta da molti ragazzi non è percepita come disvalore negativo perché intrinseca all’educazione, alla cultura familiare. Molti minori non sono in grado di scegliere una alternativa perché non sanno che c’è una realtà diversa”.

Lei, ha sottolineato più volte che questi ragazzi e le loro madri vivono in condizioni di sofferenza?

“Iprovvedimenti che adottiamo sono di tutela dei minori che si trovano in una grossa condizione di sofferenza perchè respirano una cultura mafiosa da quando sono nati. Una cultura che si sviluppa attraverso le relazioni familiari e che esercita sugli adolescenti un forte potere attrattivo perché li immette in un ruolo di leadership, dà loro carisma, nei loro paesi sono rispettati anche dagli adulti, hanno disponibilità economica. Una cultura che distorce il rapporto con le istituzioni che sono viste come nemici. A questi ragazzi è negata l’adolescenza. Sono giovani che hanno, però, una grande sofferenza, spesso sono emotivamente soli perché il padre è stato ucciso o in carcere o è latitante. Sono abituati a contenere le loro emozioni, portati emotivamente a non tradirsi per non tradire la famiglia che ignora tuttavia il disagio emotivo dei ragazzi. La rigidità della struttura familiare comprime la formazione della coscienza individuale e non consente di esprimere quella esigenza di libertà, di espressività che questi ragazzi hanno. Molti, nonostante l’atteggiamento spavaldo sono rassegnati ad una vita che per loroè già assegnata. Provano un forte senso di angoscia per loro e per i loro familiari, hanno incubi notturni e poi, si sottraggono al rischio di contrarre relazioni all’esterno del loro mondo”.

Una linea sottile in cui provare ad inserirsi per una partita che non è solo giuridica, ma anche psicologica e culturale?

“I provvedimenti sulla responsabilità genitoriale stanno intercettando un bisogno sociale, una richiesta di aiuto che è rappresentata dalla sofferenza di molte donne. Quasi il 90% delle madri dei ragazzi di cui ci stiamo occupando sono provate dai lutti, dalle carcerazioni loro e dei loro familiari, quindi dopo una prima fase di opposizione verso i provvedimenti quando comprendono che la logica non è punitiva ma di tutela dei loro figli, non si oppongono più nella speranza inconfessabile di sottrarli ad un destino al quale non hanno la forza di contrapporsi. Il nostro intervento le solleva talvolta dalla responsabilità di scelte educative che sono laceranti da assumere nel contesto in cui sono inglobate. Negli ultimi anni alcune donne hanno avviato percorsi di collaborazione con la giustizia, qui nei locali del Tribunale, con l’obiettivo di salvare i loro figli, altre ancora si presentano in segreto chiedendoci di allontanare i ragazzi o diessere aiutate loro stesse ad andare via, magari dopo un lungo periodo di carcerazione, al seguito dei loro figli che avevamo precedentemente allontanato”.

Il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria è diventato per queste persone un punto di riferimento?

Una foto di Carlo Paone Una foto di Carlo Paone



“Abbiamo intercettato un bisogno sociale e cercato di rispondere alle richieste di aiuto. Molte di queste donne hanno 30-40 anni e sono vedove bianche perché hanno figli in età adolescenziale, i mariti all’ergastolo, sono prive di poter avere altre relazioni,sono imprigionate dalla famiglia, vengono qui per i loro figli, ma anche per loro perché nel cuore coltivano una speranza di riscatto. A Reggio Calabria, il Tribunale per i Minorenni non è considerato più da molti come un nemico, ma un baluardo, un punto di riferimento”.

Quali i risultati conseguiti?

“I risultati sono assolutamente positivi. I dati ci dicono che quasi tutti i ragazzi riprendono a frequentare la scuola, dimostrano di avere talenti, qualità, potenzialità che sono repressi nei contesti di appartenenza. Alcuni di loro, soprattutto le ragazze ci hanno chiesto aiuto, al compimento del diciottesimo anno, per restare nella località dove sono state mandate, a riprova di una integrazione sociale insperata. Un percorso che stiamo portando avanti grazie al supporto dell’Associazione Libera di Don Ciotti. Abbiamo fatto andare via anche interi nuclei familiari per cui i risultati sono positivi. E’ ancora una esperienza artigianale, la costruiamo quotidianamente con l’aiuto del volontariato, ma avremmo bisogno di ulteriori risorse”.

L’implementazione degli organici garantirebbe una maggiore qualità e quantità del lavoro?

“In un Tribunale di frontiera nel contesto a più concentrazione di criminalità siamo appena quattro giudici togati, due alla corrispondente Procura della Repubblica per i minorenni. Gli organici sono molti ridotti. Anche il personale di cancelleria non è più in grado di affrontare la mole di lavoro, non solo la quantità ma anche la qualità del lavoro ne risentono. E’ necessario costruire delle reti di supporto. I ragazzi che vanno via devono essere aiutati, soprattutto quando raggiungono la maggiore età, a trovare una sistemazione lavorativa, hanno bisogno di programmi di inserimento sociale, lavorativo. Lo stiamo facendo principalmente con Libera, ma servirebbe una copertura governativa, ministeriale, regionale”.

Gli enti come la Regione come potrebbero intervenire?

La sede del Tribunale dei minori di Reggio Calabria La sede del Tribunale dei minori di Reggio Calabria



“La Regione può fare molto. Abbiamo bisogno sul territorio di un maggior numero di assistenti sociali che siano qualificati, ci sono alcuni territori che ne sono privi, ad esempio San Luca. Abbiamo bisogno di psicologi che siano formati in relazione a quelle che sono le esigenze dei ragazzi che provengono da contesti mafiosi. Va creata una rete di supporto per arrivare ad avere dei canali collaudati. E’ necessario che ci siano esperti in psicologia mafiosa, assistenti sociali con una diffusione capillare sul territorio, psicologi nelle scuole per cogliere situazione di disagio. Una rete difamiglie affidatarie che siano preparate in modo da accogliere i ragazzi. I nostri provvedimenti sono temporanei. Non facciamo confische di figli. Vorremmo dare l’opportunità a questi giovani di vivere delle esperienze diverse, arricchirli culturalmente, i risultati sino ad ora raggiunti con poche risorse sono incoraggianti”.

L’intervento può riguardare anche i familiari detenuti?

“Credo si possa lavorare anche con i detenuti in carcere. Adesso, c’è un boss detenuto che mi ha scritto, mi ha incoraggiato su questa strada, è d’accordo su quello che abbiamo fatto con i suoi figli e lui stesso ha detto che se avesse avuto lui questa opportunità forse non si sarebbe trovato in carcere. La rete che si deve formare deve essere in grado di interloquire anche con i familiari dei detenuti con l’obiettivo iniziale di stemperare l’impatto emotivo dei provvedimenti, spiegare le motivazioni, le finalità e l’obiettivo finale di cooptarli nei processi educativi”.

Qual è la finalità?

“Tutela e protezione preventiva e l’allontanamento temporaneo quando è necessario. Cerchiamo sempre alleanze con i genitori che mostrano segnali, vogliamo cooptare i genitori nel processo educativo. Si può incidere tantissimo, chiaramente bisogna costruire una rete, abbiamo bisogno di risorse, di implementazione degli organici e sul territorio occorre costituire delle equipe educative antimafia con operatori, assistenti sociali, psicologi formati in modo mirato a quelle che sono le esigenze di queste famiglie.Abbiamo bisogno di politiche sociali, occupazionali, mirate anche a questo tipo di percorsi”.

E’ necessario che ci siano più soggetti coinvolti?

“Come Tribunale per i Minorenni facciamo una prevenzione secondaria. Sul territorio la prevenzione primaria la devono fare le agenzie educative che sono alternative alla famiglia come la scuola, la chiesa, le associazioni di volontariato. Il vuoto delle prime determina una esposizione maggiore del Tribunale in questo momento, invece noi dovremmo intervenire in via residuale. Inoltre, abbiamo bisogno di una scuola più presente anche con educatori e professori preparati a questi fenomeni.”.

Ci sono stati segnali importanti anche da parte della chiesa?

“Ci sono segnali importanti, prese di distanza come quella della chiesa,abbiamo strumenti giuridici molto efficaci, abbiamo la possibilità di incidere profondamente sul tessuto sociale ma dobbiamo essere messi in condizione di esprimere le potenzialità. Abbiamo avviato dei protocolli, dei progetti, anche con la Prefettura di Reggio Calabria e cerchiamo di razionalizzare le risorse che ci sono”.

Segno anche di un cambiamento culturale?

“Questa società deve crescere ma deve essere aiutata a crescere con l’immissione di risorse. Abbiamo colto il disagio e la sofferenza dei ragazzi, delle loro madri ma anche dei loro padri. La gente cerca aiuto consapevolmente o inconsapevolmente, molte donne, ritornano, hanno bisogno di garanzie, ma sanno che nel Tribunale per i minorenni c’è un interlocutore che le ascolta e nel limite del possibile è pronto ad aiutarle”.