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Martedì, 10 Dicembre 2019

Regioni: serve un autorevole controllo interno

La questione della bontà della “produzione normativa” è solo uno dei problemi istituzionali che andrebbero affrontati in una Regione difficile come la Calabria. Ma l’importanza e l’incidenza pratica della produzione normativa regionale – e segnatamente delle leggi – è fuori La questione della bontà della “produzione normativa” è solo uno dei problemi istituzionali che andrebbero affrontati in una Regione difficile come la Calabria. Ma l’importanza e l’incidenza pratica della produzione normativa regionale – e segnatamente delle leggi – è fuori discussione.

Basti pensare che ogni operatore pratico del diritto degno di questo nome (magistrato, avvocato, funzionario amministrativo..) non si cura/preoccupa di prendere visione solo degli atti normativi per eccellenza dello Stato – le leggi della Repubblica – attraverso l’uso della G.U.

Prof. Antonino Spadaro docente dell'Universita Mediterranea


(Gazzetta Ufficiale), ma ormai da qualche decennio consulta e cerca di conoscere anche gli atti normativi regionali, attraverso il B.U.R. (Bollettino Ufficiale della Regione), e quelli dell’Unione Europea, grazie alla G.U.C.E. (Gazzetta Ufficiale Comunità Europee).
Sorvolo sugli altri atti normativi (regolamenti) e vengo alle leggi regionali, per quanto possibile nello spazio consentitoper un breve intervento. Naturalmente l’effetto, benefico o meno, che esse hanno sulla comunità regionale dipende essenzialmente dal loro contenuto, ossia dalle concrete scelte politiche di volta in volta operate attraverso l’atto legislativo. Ma dipende anche, ed è questione tecnico-giuridica tutt’altro che trascurabile: a) da “chi” sono presentate (dunque da chi esercita l’iniziativa legislativa); b) da “come” sono redatte; c) “per chi” sono state scritte; e d) “se e come” vengono, in concreto, attuate.
Sia consentito dire – senza alcun intento polemico e men che meno politico, posto che la questione prescinde dalle maggioranze consiliari che si sono susseguite negli anni – che la storia della produzione legislativa calabrese vede: a) rarissimi casi di iniziativa legislativa popolare o degli enti locali (fatto indice di un certo distacco fra società civile e istituzione regionale); b) diverse leggi scritte male, oscure e spesso viziate di illegittimità; c) poche leggi di grande riforma e troppe leggine scritte invece per pochi destinatari-beneficiari (c.d. leggi-provvedimento e/o leggi-fotografia); d) non poche leggi rimaste inattuate/inapplicate (per mancanza di regolamenti di esecuzione, per  carenze/inefficienze amministrative o per precise scelte politiche).
Ovviamente anche in Calabria ci sono state, e ci sono, eccellenti esempi di produzione legislativa (in qualche caso oggetto persino di imitazione da parte di altre Regioni) e, a  tal fine, di sicura utilità è stata l’istituzione del Comitato consiliare per la qualità e fattibilità delle leggi (art. 26, c.2, St. Cal.). Ma, a parte tali significative eccezioni, le problematiche accennate in gran parte restano, come conferma l’alto numero di leggi regionali calabresi impugnate dal Governo di fronte alla Corte costituzionale, in qualche caso forse per un inaccettabile pregiudizio verso la nostra Regione.
È evidente che gli snodi decisivi siano la qualità (non la quantità) della produzione legislativa e il c.d. seguito applicativo. Tuttavia – a differenza delle altre Regioni Italiane – incredibilmente in Calabria manca chi, in posizione di indipendenza, controlli l’uno e l’altro. Manca, in altri termini, un rigoroso controllo “interno” regionale indipendente (perché al servizio del, ma  esterno al, Consiglio) – affidato a un collegio di tecnici ed esperti di valore – che accerti preventivamente la legittimità costituzionale e statutaria degli atti, non solo normativi, della Regione.
In realtà, quest’organo – la Consulta statutaria – era previsto dallo Statuto (art. 57 St. Cal.) ed esisteva anche una legge che ne dava adeguata attuazione (l.r. n. 2/2007), legge persino passata pressoché indenne al vaglio della Corte costituzionale che ne aveva espunto solo le parti necessarie (sent. cost. n.200/2008). Purtroppo, inspiegabilmente, l’art. 57 dello St. è stato abrogato (l.r. n. 3/2010) e, con esso pure la l.r. (cfr. art. 2, c. 1, l.r. n. 28/2011).
Occorre dunque ripristinare la disposizione statutaria in esame e riproporre la connessa legge di attuazione, migliorandola (per es., riducendo fortemente i costi dei componenti della Consulta). In tal modo si renderebbe più equilibrata la forma di governo calabrese – in cui il peso degli organi di indirizzo politico (Consiglio, Presidente e Giunta) attualmente è privo di un contrappeso di garanzia (Consulta statutaria) – e si affronterebbero “in radice” i problemi legati alla normazione regionale calabrese.
Si noti che è una questione che la Calabria è in grado, se vuole, di risolvere da sé, disponendo delle risorse necessarie: umane (sicure competenze professionali esterne al Consiglio), finanziarie (potendosi immaginare rimborsi simbolici – semplici gettoni di presenza – per gli esperti) e amministrative (potendosi “stornare”, a costo zero, quali supporti alle competenze esterne, poche e qualificate unità di personale del Consiglio).
Il controllo giuridico-statutario sull’attività politico-istituzionale della Regione, non ultima quella di normazione, non è solo un’opportunità, ma una necessità. Basta volerlo, del resto in conformità a quanto fatto dalle altre Regioni.

Antonino Spadaro docente di diritto costituzionale, Università di Reggio Calabria