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Mercoledì, 16 Ottobre 2019

“Lu pisce spada” e il suo tragico destino…

E’ una struggente storia d’amore quella narrata da Domenico Modugno nella famosa canzone “Lu pisce spada”che risale a  tanti anni fa. Il maschio del pesce spada  che cerca di soccorrere la sua compagna appena arpionata e colpita al cuore dai pescatori. Tenta in tutti i modi di liberarla dalle corde che la imbrigliano. Cerca di incoraggiarla a resistere. Ad “arrischiare” il tutto per tutto per liberarsi. Le sta accanto offrendosi  a sua volta come nuovo facile bersaglio  dei pescatori.

La feluca: tipica imbarcazione per la pesca del pesce spada


Morirà anche lui arpionato dall’uomo che incombe minaccioso dalla passerella. Si farà uccidere per amore.

Non è una storia inventata. E’ una storia maledettamente vera che nel basso tirreno si ripropone intatta da millenni. Lo sanno bene i pescatori dello Stretto di Messina, tra Scilla, Bagnara Calabra, Palmi e Torre Faro.  E’ sempre la femmina che va colpita per  prima, non solo perché di stazza maggiore. Ma perché solo  così si potrà essere sicuri di catturare anche il maschio, che non abbandona mai la compagna scelta per la stagione dell’accoppiamento.  E’ qui, infatti,  che nel periodo maggio-agosto di ogni anno i maschi di pesce spada vengono a cercare gli esemplari dell’altro sesso ed emergono in superficie. E’ così da millenni. Ed ogni anno è una mattanza.

Sicuramente c’è anche questo motivo tra i tanti che nei secoli hanno spinto i cacciatori di pesce spada ad avere rispetto ed ammirazione di questo splendido animale, romantico e temibile al tempo stesso. Con  la sua lunga spada, in passato, è riuscito a perforare lo scafo di robuste barche, solo per difendersi.

La tradizione vuole che uno dei pescatori, ed esclusione del lanzaturi, cioè di colui che ha lanciato l’arpione, faccia la “cardata da cruci,  segni cioè con le unghie della mano, quattro croci accanto al foro dell’orecchio destro del pesce appena issato sulla barca. Si ritiene fosse un segno augurale, di prosperità o una sorta di riconoscimento “dell’onore delle armi” al pesce per il suo nobile valore di combattente.

Oggi è tutta un’altra storia; la tecnologia aiuta molto. Ma non sono venute meno le tradizioni e i riti secolari che accompagnano questa pesca, sulla quale si sofferma anche Omero che affida alla testimonianza di Ulisse il racconto di una battuta di pesca al pesce spada la cui origine si perde nella notte dei tempi.

Quella al pesce spada è sempre stata considerata una “caccia”. Un tempo l’avvistamento veniva segnalato da terra. Ogni barca aveva il controllo su un tratto di mare assegnato per sorteggio, ed un proprio avvistatore che dalle scoscese e ripide coste calabre o dalla rupe di Scilla, controllava il proprio tratto di mare, cercando di individuare una improvvisa variazione della superficie dell’acqua in grado di indicare la presenza del pesce spada, che ha anche l’abitudine di fare improvvisi e fortunosi salti fuor d’acqua. Spesso l’attesa era lunghissima e silenziosa. Ma veniva improvvisamente rotta dall’agitazione e dal grido degli sbandieratori a terra e dal vociare degli uomini in barca che anche oggi usano termini antichi e cantilene irriconoscibili per “incantare” il pesce da catturare. Guai ad usare termini diversi – ne sono convinti i pescatori dello Stretto – il pesce fuggirebbe. .

La feluca nello stretto di Messina


Quando il pesce spada veniva avvistato veniva segnalato da urla e sbandieramenti,  diventando  proprietà dell’equipaggio che l’aveva individuato, e la barca guadagnava  così il diritto di “sconfinare” nei settori assegnati alle altre barche, fino alla eventuale cattura. Fino agli anni 50’ per la pesca al pesce spada si usava il “luntre”.  E’ un nome di origine greca e latina, “linter” (barca navicella), per indicare una imbarcazione di sei metri e mezzo, sulla quale trovavano posto 6 uomini di equipaggio: quattro ai remi, un avvistatore che stava appollaiato sul “farere”, un albero di tre metri posto al centro della barca, e il lanzaturi, cioè il fiocinatore. Era costruita in legno di pino, gelso, quercia e lo scafo veniva dipinto di nero per renderlo invisibile al pesce.

La palamitara, viene ancora usata per la pesca notturna. La si usava in zone prestabilite, dove venivano calate reti lunghe anche mille metri, le palamitare, appunto, che davano il nome alla barca. Ma le reti hanno l’inconveniente di catturare anche pesci non ancora maturi, che per il loro aspetto goffo e sgraziato vengono chiamati dai pescatori “puddicinedda”.

Evoluzione delle antiche “luntre” sono oggi le “passerelle” caratterizzate da un alto traliccio, sul quale prende posto l’avvistatore che ha anche il comando del timone della nave, e una lunga passerella che si estende per circa 45 metri oltre la prua.  E’ il punto più avanzato dal quale “u fureri”, il fiocinatore ha il vantaggio di raggiungere il pesce spada non ancora “allertato” dalla vicinanza di un’imbarcazione e dal rumore dei motori, che altrimenti lo farebbero subito inabissare.

D’estate è normale ammirare dalla spiaggia di qualsiasi località della Costa Viola, le passerelle andare su e giù dello Stretto. Durante la stagione degli “amori” il pesce spada segue percorsi prestabiliti. I primi avvistamenti avvengono nel mese di aprile ed a maggio appare di frequente nel basso Tirreno, tra Cannitello, Scilla, Bagnara Calabra e Palmi. Nel mese di luglio si avvicina alle coste siciliane dove vi rimane anche fino a settembre inoltrato.  Il periodo di cattura distingue così le diverse varietà dei pesci  che i pescatori dello Stretto definiscono di volta in volta, “pisci iùsu”, “pisci i San Giuvanni”, “pisci niru” e persino “pisci invisibili”.

Il fiocinatore detto "u fureri".


Seguire la cattura di in pesce spada è un’emozione straordinaria. Non solo per i termini dialettali, di sicura origine greca, ma oggi indefinibili,  che i marinai usano per  comunicare tra loro e dare comandi, ma anche per la spettacolarità della lotta tra l’uomo ed il pesce, contro esemplari che possono raggiungere anche i 500 kg di peso. E allora tirare in barca un gigante del genere diventa un’impresa non comune. Un grosso pesce spada arpionato è in grado di resistere in acqua per molto tempo. Ma la sua è solo una lenta agonia; sfinito e dissanguato dalle mortali ferite cederà le armi ai suoi predatori. Al pesce appena arpionato i pescatori danno “kaloma”, cioè allungano la corda che lo tiene legato alla barca, per dargli l’illusione di potersi allontanare.  E’ solo un diversivo. I pescatori lasciano al pesce ogni possibilità di dibattersi e nuotare. Ma la micidiale ferita provocata dall’arpione non gli darà scampo. Il suo destino è ormai segnato: morirà dissanguato. I pescatori non tralasciano mai i secolari rituali della cattura. Nel tirarlo in barca inneggiano “San Marcu è binirittu”, (per i pescatori siciliani San Marco è considerato il protettore dei lanciatori), lo segnano con le “croci”, e la carne attorno al punto di penetrazione dell’arpione, detta “bbotta”, viene tagliata; una volta toccava, di diritto, al ferraiolo che aveva costruito la lancia, che in genere veniva data in affitto all’equipaggio”.

Il suo destino è finire, maestosamente bello ed imponente, sui banchi delle pescherie calabresi e siciliane, dove spesso viene esposta come trofeo la testa del pesce con la sua lunga spada. Quale migliore richiamo per i fanatici del pesce spada, la cui carne in cucina è molto ricercata. Sono diverse decine le ricette di ogni località marina che lo riguardano, soprattutto nell’area dello Stretto dove le prelibatezze più ricercate da turisti e residenti locali sono gli involtini e gli spaghetti con il pesce spada, ma anche le fette di pesce spada arrosto, o alla ghiotta.

Abbiamo il dovere di riconoscere ancora una volta il valore del pesce spada attorno al quale ruota, ancora oggi, un complesso sistema collettivo di attività che coinvolge migliaia di persone e rappresenta una delle caratteristiche più esclusive del nostro territorio.