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Lunedì, 18 Novembre 2019

Circular economy: la politica comune dei rifiuti secondo Stefano Ciafani

Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente, di ritorno da New York, dove si è tenuta la Conferenza mondiale dell’Onu sugli oceani, è entusiasta, la Commissione dell'Onu ha accolto la proposta dell'associazione sulla necessità di affrontare il problema del marine litter, Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente, di ritorno da New York, dove si è tenuta la Conferenza mondiale dell’Onu sugli oceani, è entusiasta, la Commissione dell'Onu ha accolto la proposta dell'associazione sulla necessità di affrontare il problema del marine litter, i rifiuti galleggianti nel Mediterraneo.

Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente. Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente.


Una delle aree più ricche di biodiversità al mondo, il Mediterraneo, si candida ad essere tra le sei zone di maggior accumulo di rifiuti galleggianti del Pianeta. Ai dati dell’Unep, il Programma ambientale delle Nazioni Unite, si aggiungono, infatti, i dati di Clean Up the Med, la campagna di volontariato coordinata da Legambiente che ha svolto tra le diverse attività: un monitoraggio scientifico sul beach litter, realizzato su 105 spiagge di 8 Paesi (Italia, Algeria, Croazia, Francia, Grecia, Spagna, Tunisia, Turchia). Secondo i dati elaborati da Legambiente l’82% dei rifiuti spiaggiati è risultato di plastica.
In quest’intervista, rilasciataci al suo ritorno dal Palazzo di vetro, approfondisce alcuni dei nodi cruciali e delle battaglie di civiltà portate avanti da Legambiente: dai risultati prodotti dalla legge sugli ecoreati all’esistenza di una green society, passando per Goletta Verde salpata dalle nostre coste pochi giorni fa e l’attuale dibattito sull’ economia circolare.


A sostegno di un accordo ambizioso sulla riforma della politica europea dei rifiuti, Legambiente presenta #circulareconomy made in Italy. A che punto è la discussione a livello internazionale?

“A marzo scorso, l’Europarlamento ha approvato a larga maggioranza il cosiddetto pacchetto sull’economia circolare, adottando un testo che migliora la proposta del 2015 fatta dalla Commissione Europea, in particolare per quanto riguarda i target di riciclaggio al 2030 innalzati al 70% per i rifiuti urbani e all’80% per gli imballaggi. Ora tocca al Consiglio intraprendere la strada di una politica europea finalmente in grado di trasformare l’emergenza rifiuti in una grande opportunità economica e occupazionale. Ed è fondamentale che in sede di Consiglio l’Italia sostenga una riforma ambiziosa della politica comune dei rifiuti, facendo la sua parte affinché si realizzi quella che è una strategia moderna e sostenibile per uscire dalla crisi, senza nascondersi dietro le posizioni di retroguardia di alcuni Stati membri che contrastano gli obiettivi sostenuti dal Parlamento. Serve adottare immediatamente nuovi obiettivi europei di riprogettazione dei prodotti e di prevenzione, riuso e riciclo dei rifiuti per ridurre gradualmente il ricorso al recupero energetico, per archiviare lo smaltimento in discarica e per essere meno dipendenti dalle importazioni di materie prime”.

Legambiente si è battuta per 21 anni, dalla pubblicazione del primo Rapporto Ecomafia, affinché venisse approvata la legge 68/2015 sugli ecoreati. Ci evidenzia i punti essenziali?

golettanotrivelle.jpg_“Con l’introduzione degli ecoreati nel Codice penale l’Italia ha dichiarato finalmente guerra agli ecocriminali; questa legge è una riforma di civiltà, perché è prima di tutto una legge che fa svoltare il nostro Paese, per dargli un orizzonte diverso e più pulito, e che tutela l’ambiente, la salute, le imprese virtuose e l’economia sana. Attraverso il nostro Codice penale il sacrosanto principio “chi inquina paga” diventa realtà; in un colpo solo ci si lascia alle spalle decenni di disastri ambientali senza colpevoli. La parola ambiente è entrata nel codice penale con i cinque nuovi delitti di inquinamento, disastro ambientale, traffico di materiale radioattivo, omessa bonifica e impedimento del controllo. Sono previste, inoltre, aggravanti ecomafiose, nei casi di lesione o morte, il raddoppio dei tempi di prescrizione, la confisca dei beni e sconti di pena per chi si adopera per bonificare in tempi certi. Ci sono voluti 21 anni e molto impegno, ma da martedì 19 maggio 2015 la storia italiana delle vertenze ambientali impunite è chiusa, finalmente, e questa legge è davvero un esempio da seguire a livello internazionale”.

A distanza di due anni dall’approvazione della riforma avete realizzato un dossier, qual è il bilancio?

“La legge funziona: i nuovi delitti sono stati utilizzati in tutta Italia per sequestrare depuratori malfunzionanti, per fermare l’inquinamento causato da attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (il primo delitto ambientale della normativa italiana approvato nel 2001), per intervenire su situazioni di inquinamento pregresso che continua ancora oggi a causare enormi danni ambientali in assenza dibonifica o per fermare attività illegali di vario genere, dalla pesca illegale a Taranto agli scarichi industriali non trattati a Chieti fino all’estrazione abusiva di inerti dalle cave o dai fiumi.
Secondo i numeri elaborati da Legambiente sull’azione repressiva svolta dalle forze di polizia e dalle Capitanerie di porto, nel 2016 la legge 68/2015 ha consentito di sequestrare 133 beni per un valore di circa 15 milioni di euro e di sanzionare 574 ecoreati - più di uno e mezzo al giorno - di cui 173 hanno riguardato specificamente i nuovi delitti (30% del totale). Ma sono altre ancora le fonti dei dati messi a confronto nel dossier: ci sono anche i numeri sul lavoro delle Procure e dei Tribunali pubblicati dal ministero della Giustizia, le statistiche delle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente e la relazione sull’attuazione della legge approvata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. E tutti testimoniano tutte l’incisività delle novità contenute nella legge”.

La questione agromafie ci spinge a riflettere sul valore della giusta terra e di un’alimentazione sana e politically correct. Un po’ il pensiero di Slow Food: buono, giusto e pulito. Che ne dice?Ciafani_Onu

“Legambiente è da molti anni impegnata nel denunciare le frodi nella filiera agroalimentare, quella in cui si riscontra il maggior numero di infrazioni a opera della criminalità ambientale. Nel 2015, per esempio, sono stati commessi più di 20 mila reati e sono stati sequestrati beni per un valore di oltre mezzo miliardo di euro. La maggior parte dei reati comprendono la contraffazione dei prodotti a marchio protetto - come l’olio extravergine d’oliva e il parmigiano - ma numerosi sono anche i casi di coltivazione su terreni inquinati, che danno vita a prodotti nocivi e velenosi. Si pensi, anche, alle truffe per ottenere finanziamenti pubblici a sostegno di alcune colture, piuttosto che alla piaga sociale del caporalato che sfrutta la manodopera in nero, al trasporto della merce, fino alla vendita dei prodotti sui banchi dei supermercati e al business legato alla ristorazione. Le mafie hanno le mani sui mercati ortofrutticoli più importanti del Paese e, insomma, controllano il settore dal campo al piatto, con una presenza forte anche nella commercializzazione di alcune produzioni tipiche pregiate, spesso utilizzando l’imbroglio del “falso made in italy” o dell’”italian sounding” per conquistare importanti fette del mercato internazionale. Per questo è importante continuare la battaglia in difesa della legalità, dell’ambiente e delle nostre produzioni alimentari. La strada è difficile, ma non è impossibile da percorrere, come stanno dimostrando molte esperienze positive di prodotti a marchio registrato, di terreni recuperati, di produttori virtuosi”.

Dark economy e green economy si danno battaglia, quali immagina possano essere i modelli di sviluppo sostenibile?

“Per noi ambientalisti è diventato ineludibile trovare risposte alla crisi economica che sappiano affrontare le emergenze: dalle disuguaglianze che generano povertà ai profughi in fuga da guerre, i disastri climatici, l’impoverimento delle risorse naturali, l’accesso all’acqua e all’energia, la precarietà occupazionale, la rifondazione della coesione sociale intorno a un disegno condiviso di cambiamento che, escludendo il ricorso alla guerra, faccia della cooperazione internazionale lo strumento per risolvere i grandi problemi globali. Non basta garantire una buona distribuzione della ricchezza, occorre garantire una buona produzione della stessa, che oggi non è possibile se non si mettono in campo prodotti e stili di vita fossil free. E già oggi esiste un’Italia della green society - disponibile a muoversi, produrre, spostarsi, consumare in maniera più equa, sostenibile, giusta - che realizza, dal basso, nuovi modelli di welfare, di cura del territorio, di produzione di beni e servizi, di utilizzo dei beni comuni, e si profila come una delle possibili via d’uscita dalla crisi economica e sociale. Ma occorrono anche scelte politiche ben precise. Per questo, qualche mese fa, in previsione della legge di bilancio 2017, abbiamo avanzato una serie di proposte che riteniamo sempre valide: 15 interventi chiari fattibili e nell'interesse generale, che riguardano l’economia circolare e i beni comuni, la riqualificazione edilizia e la manutenzione del territorio, il clima e la mobilità sostenibile. Proponiamo, ad esempio, di fissare un canone minimo in tutta Italia per l’attività estrattiva, di eliminare tutte le esenzioni dalle royalties sulle trivellazioni, di penalizzare lo smaltimento in discarica per favorire il riciclo, di adeguare i canoni per le concessioni balneari e quelli per il prelievo di acque minerali. E ancora di rimodulare le accise sui prodotti sulla base di criteri ambientali, di ridefinire le politiche per il settore dell’autotrasporto cancellando i sussidi in vigore. 4_foto_Tutti interventi che premiano gli investimenti in innovazione e che consentirebbero di ricavare quasi 2 miliardi di euro l'anno, tornando a creare lavoro e opportunità. Un capitale che può essere usato come volano di un'economia più competitiva e più sostenibile: incentivi per la riqualificazione energetica e antisismica del patrimonio edilizio, Iva ridotta per i prodotti a basso impatto ambientale, recupero dei terreni agricoli abbandonati, fondo nazionale per le bonifiche”.


Cosa ci dice dei viaggi di goletta verde lungo le coste calabresi?

“La nostra Goletta Verde è salpata di nuovo pochi giorni fa; ci dirà se ci sono novità rilevanti e se la giunta regionale ha preso in considerazione l’emergenza depurativa che da troppo tempo minaccia gravemente le coste della Calabria, una delle maggiori risorse di quel territorio che rischia di essere compromessa irrimediabilmente. La vera grande opera pubblica di cui necessita la Calabria per il suo litorale è un attento monitoraggio degli impianti di depurazione esistenti, sia dei comuni costieri che dell’entroterra, il loro corretto funzionamento e un programma di interventi di efficientamento e adeguamento che consenta una volta per tutte di uscire dalla situazione di mancata depurazione, che Goletta Verde ha continuato a rilevare anno dopo anno.
L’estate scorsa, su ventiquattro punti monitorati ben diciotto presentavano cariche batteriche elevate, anche più del doppio dei limiti imposti dalla normativa. Nel mirino ci sono sempre canali, foci di fiumi e torrenti che continuano a riversare in mare scarichi non adeguatamente depurati. Una situazione ben nota che in alcuni casi raggiunge record assoluti. Alcuni dei punti monitorati da Legambiente risultano ormai inquinati da anni: da addirittura sette consecutivi la foce del torrente Caserta, nei pressi dello scarico del depuratore sul lido comunale a Reggio Calabria, dov’è alta la presenza di bagnanti, e lo scarico presso il lungomare Cenide a Villa San Giovanni; da sei anni, invece, la foce del canale sulla spiaggia di “Le Castella” a Isola Capo Rizzuto e la foce fiume Mesima a San Ferdinando. In molti dei punti monitorati, e il caso del lido comunale di Reggio Calabria ne è l’esempio, la frequenza dei bagnanti è alta o potenzialmente tale e, di conseguenza, la carica batterica che arriva in mare rappresenta non solo un problema ambientale ma anche un rischio per la salute umana”.