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Domenica, 15 Dicembre 2019

Come falliscono i Comuni e chi paga il conto?  Dalla  normativa sul dissesto (1989) alla “zero tollerance”

L’ultimo in ordine di tempo a comparire sulla Gazzetta Ufficiale è stato il comune di Badolato che a febbraio di quest’anno si è arreso all’evidenza e ha deliberato il “ricorso alle procedure di risanamento finanziario previste dall'art. 246 del decreto-legislativo 18 agosto 2000, n. 267”. Di altri si è in attesa della pubblicazione del comunicato del Ministero dopo che i quotidiani regionali hanno dato la notizia dell’avvenuta deliberazione.

Il Titanic mentre s'inabissa Il Titanic mentre s'inabissa


Fra i tanti record non proprio invidiabili anche quello dei comuni in default è appannaggio della Calabria. Nella voragine dei conti che non quadrano emerge prepotente una ennesima questione meridionale ma sono i comuni calabresi ad essere saldamente ai primi posti come numero tra i comuni dissestati.
Per un municipio il dissesto è l’equivalente del fallimento per una impresa. Ma poiché non è pensabile che un comune possa fermare la sua produzione e quindi interrompere i servizi ai cittadini, la legge prevede il commissariamento dei conti dell’ente tramite l’organo straordinario di liquidazione per sottrarli alle mani di quanti - politici e dirigenti - non hanno saputo amministrarlo.
Le radici di una situazione che i numeri evidenziano come sempre più difficile affondano nella storia, a partire da alcuni elementi mai corretti di grave inefficienza del sistema tributario locale che caratterizzano gli enti locali calabresi. Le nuove regole contabili, che costringono gli amministratori a ripulire i documenti finanziari dagli artifici usati per far quadrare i bilanci, hanno disvelato “buchi” sempre più difficili da richiudere. Amministratori e burocrati che per decenni hanno messo a bilancio entrate che si sono rilevate solo virtuali perché mai riscosse o impossibili da riscuotere per scelte politiche o per inefficienza, si sono ritrovati ad accumulare montagne di deficit.
Il meccanismo che ha condotto a questa situazione non è nemmeno troppo complicato, anzi si può definire straordinariamente semplice. Si prevedeva di incassare 100 e si procedeva a spendere per tale importo senza averli materialmente in cassa per poi accorgersi, a consuntivo, che si era incassato realmente 50, 60, quando andava bene. Con l’aggravante che ogni anno la differenza veniva contabilizzava nel bilancio successivo come ancora da incassare però spendibile. Un po’ come la rete idrica calabrese che consuma più acqua di quella che entra nelle case.
E’ il fenomeno dei residui attivi che in Calabria sono cresciuti di anno in anno raggiungendo cifre monstre. Tra titolo I e titolo III la capacità di riscossione del sistema delle autonomie calabresi è passata dal 60% del 2012 al 54% del 2015, il che significa in soldoni da 570 a 760 milioni di euro di residui. Sono questi i dati che oltre all’inevitabile crack finanziario producono quel carente stato dei servizi che i cittadini calabresi ben conoscono e, last but no least, una educazione fiscale non propriamente di stampo nordeuropeo.
Dall’altro lato spesa fuori controllo, lavori pubblici gonfiati magari perché si avvicinano le elezioni, i consulenti che impazzano, le spese di rappresentanza allegre, le spese correnti che lievitano e tutta l'anedottica locale che come fantasia spesso supera le favole.
La normativa sul dissesto ha origine nel 1989 ma solo nel 2015, su pressione dell’UE, avviene la svolta all’insegna della “zero tollerance”. Il nuovo regime normativo introduce una serie di principi che obbligano di fatto i comuni a spendere solo quanto effettivamente incassato e non già quanto prevedono di incassare. Solo i contanti si possono spendere i crediti no. Creare uno stato di dissesto viene inoltre sanzionato penalmente per amministratori e funzionari e, in caso di accertata responsabilità, subentra l’ineleggibilità per cinque anni degli amministratori colpevoli.
Si spera così di rendere  più difficile oltre che rischioso per gli amministratori truccare i conti, favorendo la programmazione e la cautela nella gestione del denaro pubblico.
Tutto bene dunque? Scongiurato il rischio di nuovi dissesti?
A guardare i crudi dati non si direbbe. Complice anche il sostanziale azzeramento dei trasferimenti statali agli enti locali, il fenomeno dei dissesti si è riaffacciato prepotente negli ultimi anni. Nel 2016 i comuni che hanno deliberato il crack sono stati 31 in Italia (7 in Calabria), il numero più elevato dal 1994.
Complessivamente dal 1989 ad oggi ben 572 municipi italiani hanno dichiarato il default e di questi il 28% (163) sono calabresi. La lista però è parziale. Molti enti hanno già deliberato il dissesto ma ancora non è stata pubblicata sulla GU la nomina dell’organo di liquidazione mentre altri sono ad un passo dal crack.

 

Tab. 1 – Comuni dissestati in Italia e Calabria per anni. Val. assoluti e %






































Anni dissesti totali % sul totale in Italia dissesti in Calabria % Calabria sul totale di riga
1989-1995 394 69.0 119 30.2
1996 - 2006 34 6.0 5 14.7
2007 - 2017 144 25.0 39 27.0
Totale 572 100.0 163 28.4

Fonte: Gazzetta Ufficiale, ns. elaborazione al 13/06/2017

Negli ultimi dieci anni  finora per ogni quattro comuni che in Italia hanno dichiarato il dissesto almeno uno è calabrese e in valori assoluti la provincia italiana che ha visto più comuni fallire è quella di Cosenza.

Tab. 2 – Comuni dissestati per province - 1989-2017.






















































































































Prov. dissesti totali % sul totale in Italia
Cosenza 74 13.0
Caserta 49 8.6
Napoli 26 4.5
Salerno 31 5.4
Reggio Calabria 30 5.2
Catanzaro 30 5.2
Benevento 28 4.9
Lecce 28 4.9
Roma 21 3.6
Avellino 18 3.1
Crotone 16 2.8
Potenza 15 2.6
Catania 14 2.4
Frosinone 14 2.4
Vibo Valentia 13 2.3
L’Aquila 12 2.2
Messina 12 2.2
Taranto 9 1.5
Campobasso 8 1.4
Isernia 8 1.4
Altre 116 20.3
Totale 572 100.0

Fonte: Gazzetta Ufficiale, ns. elaborazione al 13/06/2017

Se a questi dati si aggiungono i comuni che hanno aderito alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale, ilcosidetto predissesto, i numeri e la situazione esprimono una situazione ancora più difficile.
C’è poi da segnalare il fenomeno dei bis-dissesti, municipi che hanno già sperimentato per ben due volte il crack finanziario. Sono 34 in Italia e di questi 13 (38%) sono calabresi.
Ma chi paga il conto di questa situazione? Le soluzioni, una volta imboccata la stradadel dissesto, sono obbligate, una strada a senso unico con un’unica cura: meno servizi al massimo prezzo.    Dal lato spesa quella corrente necessariamente subisce una sforbiciata il che significa, manutenzione delle strade più carente, illuminazione pubblica ridotta, asili nido a singhiozzo, blocco del turn over sul personale, dismissione degli immobili pubblici, apertura ridotta dei beni culturali, meno servizi sociali. Sul lato delle entrate le tariffe vengono portate al massimo con l’obbligo della tassa rifiuti di coprire completamente il costo del servizio, così come per quanto riguarda l'acquedotto. Mensa scolastica, asili nido, servizio scuolabus e tutti i servizi a domanda individuale ritoccati al rialzo così come l’addizionale Irpef che viene portata all'aliquota massima consentita. I fornitori, gli appaltatori e tutti quelli che avanzano dei crediti costretti a fare i conti con l’Organo straordinario di liquidazione, struttura nominata dal Presidente della Repubblica, che ha il compito di gestire tutti i debiti dell’ente in dissesto. E allora proposte di transazioni, avvocati, discussioni e crisi economica locale.
Naturalmente la situazione risulta molto differenziata nei singoli comuni. Ma a fronte di poche oasi di virtuosità non c’è dubbio che la stragrande maggioranza degli enti locali calabresi annegano in un mare di difficoltà crescente.
Quando le cose vanno male è difficile distinguere tra amministratori virtuosi e non virtuosi; anzi, sono proprio i primi a pagare il prezzo delle inefficienze altrui, costretti a fare i conti con misure generali che travolgono anche i loro piccoli sforzi di buon governo che non possono approdare a nulla in un quadro generale di crisi che ci dice che non c’è futuro nelle comunità senza solidità ed equilibrio finanziario.
La Calabria è ancora alla ricerca di un modello competitivo di governo locale e questo perché su quattro punti invece di dare risposte ci siamo creati degli alibi che hanno fatto cronicizzare i problemi: sulla autonomia finanziaria; sull’idea del governo locale e sui suoi compiti; sulla mancanza di riforme istituzionali e gestionali regionali tese al raggiungimento di ambiti territoriali adeguati per l’attività sia di programmazione che di erogazione dei servizi pubblici locali; sull’incapacità di liberare risorse da investire nei servizi piuttosto che al funzionamento delle strutture.
E’ vero che negli ultimi decenni il ruolo degli enti locali è stato mortificato da un quadro legislativo confuso e raffazzonato. Ma non possono pesare sempre sugli altri responsabilità che siamo chiamati ad esercitare e che hanno condotto a questi risultati economici attraverso l’autonoma capacità di governo.
Inutile girarci intorno. Non è sostenibile ancora a lungo questa situazione degli enti locali. I crack formali che hanno coinvolto alcuni Comuni sono solo la classica punta dell’iceberg rispetto alla situazione reale.