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Mercoledì, 16 Ottobre 2019

Rapporto Svimez 2014. Sul Mezzogiorno “Splende il buio più totale”. Il sud al sesto anno di crisi: ancora emergenza sociale e produttiva

Dati tragici, quelli contenuti nel Rapporto Svimez 2014 sull'economia del Mezzogiorno (in fondo al pezzo pubblichiamo una esauriente sintesi del Rapporto edito da Il Mulino) presentato a Roma al Tempio di Adriano. ItaliaSe da molte parti si registra interesse per il riscatto del Mezzogiorno, attraverso libri, interviste e proposte, di fatto, oggi nel Mezzogiorno ed in particolare in Calabria, che risulta essere la regione più povera d’Italia, “splende il buio più totale”, come ha lucidamente affermato il saggista Francesco Delzio (“La Scossa”, Rubbettino editore).
La più derelitta d’Italia, la Calabria: con un “Pil” pro capite che, nel 2013, si è fermato a 15.989 euro; meno della metà delle regioni più ricche: Valle d'Aosta, Trentino Alto Adige e Lombardia.
L'anno scorso la Regione più ricca è stata la Valle d'Aosta, con 34.442 euro, seguita dal Trentino Alto Adige (34.170), dalla Lombardia (33.055), l'Emilia Romagna (31.239 euro) e Lazio (29.379 euro). Nell’Italia del Sud la regione con il “Pil” pro capite più elevato è stata l'Abruzzo (21.845 euro). A seguire: il Molise (19.374 euro), la Sardegna (18.620), la Basilicata (17.006 euro), la Puglia (16.512 euro), la Campania (16.291 euro), la Sicilia (16.152 euro) e la Calabria (15.989 euro). Restando sul “Pil” pro capite, il Mezzogiorno, nel 2013, è sceso al 56,6% del valore del Centro-Nord, tornando ai livelli del 2003, con un “Pil” pro capite pari a 16.888 euro. In valori assoluti, a livello nazionale, il “Pil” è stato di 25.457 euro, risultante dalla media tra i 29.837 euro del Centro-Nord e i 16.888 euro del Mezzogiorno. Di quanto è crollato nel 2013 il “Pil” del Mezzogiorno? Rispondono gli analisti dello Svimez: del 3,5% (dopo il -3,2% del 2012), “con un calo superiore di quasi due percentuali rispetto al Centro-Nord (-1,4%). Un dato allarmante, che ribadisce la spaccatura del Paese ancora più ampia negli anni di crisi. Tra il 2007 e il 2013, infatti, il Mezzogiorno ha perso il 13,3% della sua ricchezza a fronte del 7% del Centro-Nord. A livello regionale nel 2013 si ha segno negativo per tutte le regioni italiane, ad eccezione del Trentino Alto Adige (+1,3%) e della stazionaria Toscana (0%). Anche le regioni del Centro-Nord, sono tornate a segnare cali significativi, come l'Emilia Romagna (-1,5%), il Piemonte (-2,6%), il Veneto (-3,6%), fino alla Valle d'Aosta (-4,4%).Lavoro Nel Mezzogiorno la forbice resta compresa tra il -1,8% dell'Abruzzo e il - 6,1% della Basilicata, che, benché Matera sia assurta a capitale europea della cultura 2019, è il fanalino di coda nazionale, avendo registrato un calo così negativo a causa della crisi dell'industria meccanica e dei mezzi di trasporto. In posizione intermedia la Campania (-2,1%), la Sicilia (- 2,7%), il Molise (-3,2%). Giù anche Sardegna (-4,4%), Calabria (-5%) e Puglia (-5,6%). Negli anni di crisi in difficoltà soprattutto in Basilicata e Molise, che segnano cali cumulati superiori al 16%, accanto alla Puglia (-14,3%), la Sicilia (-14,6%) e la Calabria (-13,3%). Ha perso oltre il 13% di prodotto anche la Sardegna. Cali superiori al 12% in Campania, Marche e Umbria. Tra le regioni del Mezzogiorno è l'Abruzzo a registrare nel periodo in questione un calo del prodotto relativamente più contenuto (oltre il -8%), in linea con l'Emilia Romagna.
Come possa il Mezzogiorno, recessione galoppante e austerità europea irremovibile ed incentrata sui taglia scapito della crescita e del welfare, uscire dall’agonia documentata dal Rapporto Svimez, al momento rimane un mistero reso ancora più drammatico dalla presenza di masse di disoccupati senza speranza e dallo scandalo del lavoro precario che coinvolge migliaia di “vite rinviate”, come scrive Luciano Gallino.
Ma non è tutto. Il Rapporto segnala il rischio desertificazione, l’aumentano di poveri e dei nuovi emigrati: “Un Mezzogiorno a rischio desertificazione umana e industriale, dove si continua a emigrare (116 mila abitanti nel solo 2013), non fare figli (anche nel 2013 ci sono stati più morti che nati), impoverirsi (le famiglie povere sono aumentate del 40% nell'ultimo anno) perché' manca il lavoro (perso l'80% dei posti di lavoro nazionali tra il primo trimestre del 2013 e del 2014)”. Secondo il rapporto, l'industria continua a soffrire di più (-53% gli investimenti in cinque anni di crisi, -20% gli addetti); i consumi delle famiglie crollano di quasi il 13% in cinque anni; gli occupati arrivano a 5,8 milioni, il valore più basso dal 1977 e la disoccupazione corretta sarebbe del 31,5% invece che il 19,7%”.
sudIl Sud è quindi irredimibile? Dimenticati gli anni (1996-2002) in cui il “Pil” del Mezzogiorno era cresciuto “in media tre decimi di punto all’anno in più rispetto a quello del Centro-Nord” e il tempo in cui (lo ricorda Delzio nel suo saggio del 2010) i più importanti parametri economici mostravano nel Sud trend di crescita migliori che nel resto del Paese e che autorizzavano la speranza che fosse iniziata finalmente la grande rimonta del Mezzogiorno, la “questione meridionale” oggi si presenta con asprezze tali da sconfortare i più ottimisti. L’abisso che divide Nord e Sud, come eloquentemente rappresentato dallo Svimez, tuttavia non è frutto di una maledizione e, quindi, non è vero che di per sé il Sud sia irredimibile. Naturalmente il Rapporto non si esaurisce nell’analisi dei guai del Mezzogiorno, ma propone sbocchi assai interessanti, come il “rilancio degli investimenti, una politica industriale nazionale specifica per il Sud, fiscalità di compensazione. Di fronte all’emergenza sociale con il crollo occupazionale e a quella produttiva, con il rischio di desertificazione industriale, serve una strategia di sviluppo nazionale centrata sul Mezzogiorno con una ‘logica di sistema’ e un'azione strutturale di medio-lungo periodo fondata su quattro drivers di sviluppo tra loro strettamente connessi in un piano di ‘primo intervento’: rigenerazione urbana, rilancio delle aree interne, creazione di una rete logistica in un'ottica mediterranea, valorizzazione del patrimonio culturale.” Ciò che serve, inoltre, con la massima urgenza, è una diversa politica economica ed una nuova stagione d’impegno che veda le tante forze positive e le élite culturali riprendere il dibattito sulle criticità del Sud. Ma soprattutto che si ponga fine al clamoroso silenzio che avvolge la questione meridionale, perché l’affermazione secondo cui “il Mezzogiorno è stato abolito” (parafrasando il felice titolo di un saggio dell’economista Gianfranco Viesti, Laterza editore), è contraddetta da una realtà che, nelle città del Mezzogiorno e in specie in realtà svantaggiate come la Calabria, si fa sempre più cupa e mette a repentaglio la tenuta stessa della democrazia.

In allegato la sintesi del rapporto Svimez 2014

Sintesi rapporto Svimez 2014