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Domenica, 20 Ottobre 2019

“The Third Island”: in Calabria un Osservatorio sulle grandi opera in Europa

“La terza isola” è la Calabria. Veniva chiamata così quando raggiungerla era complesso tanto da farla sembrare staccata dal continente. Poi sono subentrate le grandi opere e le infrastrutture che hanno modificato profondamente il paesaggio. Sia quello reale che quello “La terza isola” è la Calabria. Veniva chiamata così quando raggiungerla era complesso tanto da farla sembrare staccata dal continente. Poi sono subentrate le grandi opere e le infrastrutture che hanno modificato profondamente il paesaggio. Sia quello reale che quello poi appartenuto al futuro immaginario collettivo.THETHIRDISLAND Sono passati cinquant’anni dall'avvio dei lavori per il tronco A3 Salerno-Reggio Calabria (1964) e venti dall'apertura del porto di Gioia Tauro (1994), entrambi residui incompleti del "Pacchetto Colombo". Compleanni significativi che hanno ispirato un progetto dedicato alla Calabria come “movente e campione emblematico per un’analisi dello stato contemporaneo del paesaggio inteso non solo in senso fisico ma antropologico del termine”. Questo progetto si intitola “The Third Island” La terza isola, appunto e, dopo essere stato presentato a giugno alla 14° Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, è stato inaugurato a Reggio Calabria, dove si svolgerà un ciclo annuale di attività ed eventi. Il programma si rivolge al paesaggio attraverso i linguaggi dell’architettura, del cinema, del giornalismo, della fotografia e della letteratura, per stimolare e promuovere una riflessione storica, ampia e interdisciplinare, in materia di grandi opere in Italia. Argomento quanto mai attuale anche alla luce degli ultimi dati ufficiali sulle incompiute sparse su tutta la Penisola.
In base ai dati censiti dal “Sistema informatico di monitoraggio delle Opere incompiute” (Simoi) del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti le incompiute in Italia sono 670. A queste si aggiungono le 63 della Calabria, così suddivise: 32 cantieri fermi in provincia di Cosenza, 22 a Reggio Calabria, 7 a Catanzaro e 2 a Vibo Valentia. Il censimento è stato attuato con segnalazione obbligatoria da parte dei comuni ai sensi della legge del 6 dicembre 2011, varata sotto il Governo Monti. L’ultima regione a consegnare il report è stata la Calabria, che ha adempiuto solo il 10 Ottobre di quest’anno. E non è escluso che l’elenco non sia incompleto dato che non risultano segnalazioni in provincia di Crotone. Opere incompiute in ItaliaI cantieri aperti sono sparsi per tutta la Penisola e riguardano opere di vario tipo. Dalle piazze, alle dighe, ai palasport. La regione con il maggior numero di incompiute è il Lazio. Segue la Sicilia, poi la Sardegna e poi la Calabria. Il valore economico delle opere non fruite dai cittadini italiani è stato stimato in circa quattro miliardi di euro. Se andiamo oltre il dato, l’utilità sociale ed il vantaggio economico del completamento dei lavori sospesi è considerata dubbia da parte di alcuni esperti. Così come il valore delle opere rimaste incompiute. Come dire oltre il danno la beffa. (fonte www.mit.gov.it). “The Third Island” è quindi un’occasione molto significativa per interrogarsi sulle potenzialità di un paesaggio mediterraneo che si evolve e che si vuole evolvere in un contesto europeo, nonostante l’immobilismo dei cantieri a cielo aperto. Ne parliamo con il curatore del progetto, l’architetto e fotografo documentarista Antonio Ottomanelli.

Vorrei partire dalla fine. Tu hai un obiettivo, quello di creare un osservatorio.

Si, un osservatorio nazionale sullo stato delle grandi opere in Europa.

Perché qui a Reggio Calabria?

Perché è una città strategica di una regione nodale nel sistema dello sviluppo delle grandi opere in Europa. Basti pensare alla A3, la Salerno-Reggio Calabria, che è legata ad un corridoio intermodale in fase di realizzazione che interviene nella linea Torino-Lione. Grandi opere europee partono da questa terra e sono legate alla storia di questa terra. Inoltre, ad esempio, la realizzazione del tratto Torino-Lione potrebbe incidere nelle sorti del porto di Gioia Tauro posto che parte del train shipment potrebbe essere spostato su Genova, perché più comodo per un certo versante dell’Europa. Qui ci sono radici storiche di progetti di grandi opere di infrastrutture continentali che sono ancora in corso. Per comprenderle al meglio è necessario studiarle dal principio. Da dove sono nate. Dove ancora si giocano alcuni meccanismi decisionali.

Cosa è “la terza isola” da cui il nome al progetto?

Antonio Ottomanelli. curatore del progetto “The Third Island”. Antonio Ottomanelli. curatore del progetto “The Third Island”.


La terza isola è la Calabria. Veniva chiamata cosi prima della costruzione del tronco A3 Salerno-Reggio, perché aveva una conformazione molto difficile ed era difficile raggiungerla. Come una terza isola, un continente a parte. Con questo titolo abbiamo presentato il progetto il 7 giugno alla Biennale di Venezia. Alla luce del 50° anniversario della costruzione della Salerno-Reggio e dei 20 anni di porto di Gioia Tauro abbiamo ritenuto opportuno spostare l’asse dell’attenzione sulle grandi opere portando l’esempio del Pacchetto Colombo di cui queste grandi opere fanno parte. Quello che abbiamo mostrato è soprattutto un’indagine fotografica documentarista, ma sapevamo che dovevamo tornare nel territorio oggetto della ricerca sia per condividere il progetto che per mettere in discussione il nostro punto di vista.

Qual è l’obiettivo del progetto nel medio periodo?

La Biennale di Venezia è un luogo di vetrina. Noi abbiamo deciso di andare oltre e di approfondire il tema con un percorso strutturato e multidisciplinare. Questo è un promo di quello che potrebbe essere un osservatorio autonomo, che non dobbiamo immaginare come un luogo che abbia una struttura fisica ma un appuntamento che può essere biennale in cui si fa il punto sullo stato delle grandi opere attive in Europa, magari partendo proprio dall’Italia.

Il progetto è articolato nelle sezioni di architettura, fotografia, cinema e giornalismo. Perché e quali sono stati i criteri delle scelte dei moduli?

Il nostro interesse è quello soprattutto nei confronti dei processi di trasformazione del paesaggio. Non consideriamo solo il paesaggio fisico, ma una dimensione molto più complessa antropologica, culturale e sociale. E’ questa la grande differenza da comprendere: alcuni meccanismi di trasformazione non hanno una natura fisica ma raggiungono una forma fisica solo all’ultimo stadio.THETHIRDISLAND222 In realtà sono processi che hanno a che vedere con strutture e sistemi resilienti di ordine antropologico e sociale che possono essere capiti con strumenti che non competono all’architettura ma a modelli di indagine e rappresentazione di un territorio in tutta la sua complessità. Ecco che in questa visione anche la grande opera assurge ad un significato che non è sono nella sua definizione di infrastruttura ma è proprio della ricerca culturale. Perciò abbiamo deciso di rendere questa rassegna interdisciplinare con discipline che vadano a sovrapporsi l’un l’altra.

È stato facile organizzare un evento di questo tipo a Reggio Calabria?

No. Ma forse non sarebbe stato facile da nessun’altra parte. Un po’ perché è complesso, un po’ perché non siamo di qua. C’è anche una difficoltà logistica ovviata con i partner territoriali. Penso che non sia stato facile non per la Calabra in sé, ma per il tema. Perché è poco indagato e c’è una precisa volontà in tal senso.

Alla luce della tua ricerca, c’è, secondo te, la possibilità di intervenire nelle decisioni che riguardano le grandi opere infrastrutturali dal basso, da parte di chi vive i territori?

È necessaria una visione macroscopica. Io non sono molto vicino alla retorica meridionalista coatta, sono molto più vicino ad un approccio meridionalista propulsivo, che si senta parte di un Europa mediterranea, non continentale. Secondo me c’è bisogno di uno sguardo capace di comprendere le trasformazioni che non dipendono da noi. Uno sguardo che riesce ad inserire determinate progettualità in un contesto storico che verrà prima e dopo di noi. Successivamente, questo sguardo deve investirele realtà molecolari che attengono alla ricostruzione dei territori. Questa ricostruzione è stata sempre fatta dal basso.THETHIRDISLAND10 Quello che manca è proprio questa visione macroscopica del ruolo dell’Italia e del nostro paesaggio Mediterraneo. Il paesaggio è un enciclopedia. È la prima forma di educazione. Abbiamo smesso di investire nella nostra educazione, abbiamo perso coscienza dei nostri dispositivi di educazione all’interno di un sistema mediterraneo e continentale. Abbiamo bisogno di uno sguardo macroscopico e dialogare con chi la ricostruzione l’ha sempre fatta. Quindi in qualche modo imparare dalle autonomie. Dalle informalità. Il che non vuol dire cadere nell’altra retorica dell’approccio romantico, autonomo, informale e radicale. Perché poi succede che le istituzioni lo imitano malamente. Invece le istituzioni dovrebbero diventare qualcosa di più informale, ma estremamente lungimirante e preparato.

Hai scelto la tua fotografia del porto di Gioia Tauro come immagine simbolo delle Terza Isola e del progetto.

È l’esempio di una infrastruttura eccezionale che può essere pensata e ripensata a livelli diversi. Può svolgere un ruolo di sviluppo del sistema infrastrutturale Mediterraneo, nello specifico del Sud Italia. La fotografia è lo strumento di dialogo tra chi interviene nei processi di trasformazione del territorio ed il paesaggio stesso. L’architettura ti permette di fare questo, avere punti di vista diversi sulle cose, dialogare con il paesaggio fisico, scardinare una determinata immagine preconcetta che abbiamo di quel luogo. La fotografia è un’immagine simbolo ma anche il modo per ricostruire un immaginario diverso da quello che viene associato a determinati fatti di cronaca. Un paesaggio, cioè, che può essere letto in maniera propulsiva come luogo di cui ci potremmo appropriare per trasformarlo nel simbolo dello sviluppo, in grado di trasportare cultura. Anche il container ha per noi questo significato simbolico. Occupiamoci del contenuto e non solo del contenitore e facciamolo viaggiare. Lanciamo dei messaggi diversi.

Il progetto, le partnership, il programma e tutte le info sugli eventi su www.thethirdisland.com

Biennale di VeneziaLe iniziative in programma sono di quattro tipi:

Residenze: una prima parte più personale e riservata in cui gli ospiti invitati verranno accompagnati in un percorso attraverso i luoghi del "Pacchetto Colombo", in modo che venga esplorato il paesaggio locale e si instauri una relazione critica con il territorio, una conoscenza anche in forma principiante.
Tavole Rotonde/ Lectio Magistralis: incontri di approfondimento e discussione pubblica. Lectio Magistralis sono occasioni dedicate al racconto di quanto l'ospite ha visto e attraversato durante la propria “residenza”. Le tavolo rotonde sono momenti di discussione alla pari tra i diversi invitati aperte al pubblico.
Mostre: a partire dall’esposizione in Biennale a Venezia in cui il progetto The Third Island viene messo in luce, così presso il Museo Archeologico Nazionale si vuole approfondire ulteriormente il tema con una mostra a fine febbraio ricca di contenuti inediti;
Workshop: L’obiettivo è di raccontare il territorio calabrese. La partecipazione è aperta a tutti, l’intenzione è poter raccontare un territorio con l’occhio e la visione di persone diverse e realizzare un prodotto audiovisivo, il tutto diretto dall’esperienza del regista calabrese, Fabio Mollo.

Il chi è Antonio Ottomanelli

(Bari, 1981). Studia Architettura a Milano e Lisbona. Fino al 2012 è professore aggiunto presso il Politecnico di Milano. Nel 2009 fonda IRA-C, piattaforma pubblica per la ricerca nel campo delle strategie urbane e sociali. Ha realizzato reportage in contesti di crisi in Italia e all’estero ed è attualmente impegnato nello studio e nella documentazione della condizione delle città e dei territori in stato di conflitto, con particolare attenzione agli effetti del rapporto contemporaneo tra le strategie di tutela della sicurezza collettiva e le forme di tutela della libertà privata. Negli ultimi quattro anni ha lavorato in Afghanistan, Iraq e Palestina. I suoi lavori sono stati pubblicati in riviste di architettura e fotografia quali Area, Abitare, AR, Domus, Ojo de Pez e altre come Internazionale; suoi scritti sono stati pubblicati su riviste di arte e politica come Alfabeta2. Il suo lavoro è stato presentato in numerosi festival internazionali: Berlino 2010, circuito ARIA project; Perugia 2011-12, Festarch II e III edizione; Sao Paulo – Brasile 2012, São Paulo Calling; Biennale di Dallas 2012; Istanbul 2012, I Biennale del Design. Ha ricevuto due menzioni d’onore - Architettura e Arte - all’Internatonal Photography Awards Lucie Foundation 2011. È stato recentemente pubblicato da Endless Delight Publishing, con un testo introduttivo di Joseph Grima, un volume che raccoglie le opere della serie Big Eye Kabul. Ha esposto in diversi musei e gallerie, in forma collettiva o personale (“Cartography of the unseen”, a cura di Yael Eylat Van-Essen, Research Gallery, Holon Institute of technology, Holon, Israel, 2013; “Aldo Rossi, idea dell’abitare”, a cura di Claudia Tinazzi, Casa Testori, Milano, 2013; “Primavisone”, a cura di Grin gruppo redattori iconografici nazionale, Galleria Belvedere, Milano, 2012). Nel maggio 2013 è stata presentata alla Triennale di Milano la prima personale italiana dell’autore, dedicata al progetto “Collateral Landscape”. È tra gli autori segnalati per l’edizione 2014 dell’International Award for Excellence in Public Art e per il Future Generation Art Prize - Victor Pinchuk Foundation. È tra gli autori invitati all’esposizione MONDITALIA alla XIV Biennale Internazionale di Architettura di Venezia curata da Rem Koolhaas. Vive tra Milano e Bari.