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Mercoledì, 16 Ottobre 2019

Crisi e coesione sociale. 7 milioni di giovani “attaccati” alle famiglie

Eterni bamboccioni o vittime senza scampo di una crisi che rischia di rubare loro l’esistenza? Una domanda che è inevitabile porsi scorrendo i dati dell’ultimo rapporto sulla Coesione sociale realizzato dall’Istat, in collaborazione con l’Inps e il Ministero del Lavoro Eterni bamboccioni o vittime senza scampo di una crisi che rischia di rubare loro l’esistenza? Una domanda che è inevitabile porsi scorrendo i dati dell’ultimo rapporto sulla Coesione sociale realizzato dall’Istat, in collaborazione con l’Inps e il Ministero del Lavoro e che sono stati resi noti durante gli scorsi giorni. Sarebbero circa sette milioni i giovani italiani sotto l’età di 35 anni che continuano a vivere sotto lo stesso tetto di mamma e papà. Di questi circa la metà, oltre tre milioni di individui, ha abbondantemente superato i 25 anni. Praticamente un’intera generazione che, priva di sbocchi di lavoro, preferisce rimanere nella casa dei propri genitori in attesa che qualcosa si sblocchi o che la crisi economica smetta di essere così cruenta. Oltre a rinviare la partenza dalla casa di origine gli under 35 italiani rimandano anche altre scelte importanti come quella del matrimonio o di mettere su una famiglia propria. Incrociando i dati tra le due categorie di “soggetti riflessivi” si ottiene che un 61,2% dei giovani sotto i 35 anni non sposati continuano comodamente a vivere al fianco dei genitori.
I mammoni per eccellenza, e questa  non è certo una novità, si confermano gli uomini italiani che superano le donne con un netto 68.3% a 53,9%. Geograficamente, poi, la più alta percentuale di soggetti che non abbandonano la casa di origine è il Sud del Paese con il 68,3% rispetto al 31,7% del Nord. Anche questo può essere un dato che conferma l’influenza della crisi economica e della crescente disoccupazione sul fenomeno della permanenza dei giovani italiani all’interno del nucleo familiare originario. Nel Meridione del Paese la percentuale di disoccupazione è sempre più elevata rispetto al Nord e la mancanza di prospettiva porta i giovani del Sud a rimanere in casa o a emigrare verso il settentrione.
Ma ulteriori conferme sui morsi della crisi che influenzano il quadro d’insieme arrivano anche da altri dati. Intanto i dati Istat si riferiscono al 2012, segnano una netta crescita rispetto all’anno precedente e mettono in evidenza un vero e proprio boom di disoccupati nella fascia d’età presa in considerazione e cioè quella che va dai 15 ai 34 anni. All’interno di questa forbice di età, infatti, la disoccupazione interessa qualcosa come un milione e mezzo di soggetti.
Impietose sono poi le statistiche che riguardano retribuzioni di chi un posto di lavoro riesce ad averlo, giovane o anziano che sia. Il rapporto sulla coesione sociale diffuso dall’Istat parla di un irrisorio aumento dei salari degli italiani pari ad appena 4 euro, a fronte di 7,6 milioni di pensionati che sbarcano il lunario con circa mille euro di pensione.  In netto calo i contratti a tempo indeterminato, o come una volta si diceva il numero di coloro che possono beneficiare di un posto fisso. Quasi un 10% in meno che, ovviamente, va a colpire in maniera più evidente la fascia più giovane della popolazione italiana.
Un quadro d’insieme che regala un Paese sempre più povero nel suo complesso. Il rapporto sulla coesione sociale ha evidenziato che nel 2012 si trovava in condizione di povertà relativa il 12,7% delle famiglie residenti in Italia (+1,6 punti percentuali sul 2011) e il 15,8% degli individui (+2,2 punti). Si tratta dei valori più alti dal 1997, anno di inizio della serie storica. La povertà assoluta colpisce invece il 6,8% delle famiglie el’8% degli individui. Per quanto riguarda i poveri in senso assoluto sono raddoppiati dal 2005 e triplicati nelle regioni del Nord (dal 2,5% al 6,4%). A conferma di ciò il rapporto evidenzia che, sempre l’anno scorso, la retribuzione mensile netta e’ stata di 1.304 euro per i lavoratori italiani e di 968 euro per gli stranieri. Rispetto al 2011, il salario netto mensile e’ rimasto quasi stabile per gli italiani (4 euro in più) mentre risulta in calo di 18 euro per gli stranieri, il valore più basso dal 2008. E ancora. Quasi un pensionato su due (46,3%) ha un reddito da pensione inferiore a mille euro, il 38,6% ne percepisce uno fra mille e duemila euro, solo il 15,1% dei pensionati ha un reddito superiore a duemila euro.
Ed allora davanti ad un quadro così complesso il termine “bamboccioni”, coniato qualche anno fa dall’allora ministro Padoa Schioppa per descrivere l’atteggiamento inconcludente dei giovani italiani, forse non corrisponde in maniera del tutto aderente alla realtà di oggi. La realtà è che la crisi economica sta stringendo il suo morso come nessuno avrebbe potuto immaginare e un’intera generazione rischia di vedere rubato il proprio futuro. Più che “mammoni” i giovani italiani di oggi sembrano più simili a “prigionieri” di  famiglie e classi dirigenti che hanno spinto il Paese sull’orlo della bancarotta e di un pericoloso corto circuito sociale.