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Mercoledì, 16 Ottobre 2019

La letteratura negata

Alla Calabria è stato  negato tutto.  Della Calabria tutto s’è tentato di cancellare. Se aprite uno dei tanti manuali di storia, che ronzano come moleste zanzare nelle scuole, v’accorgete chela Calabria  non c’è. Se aprite  uno dei tanti manuali di Alla Calabria è stato  negato tutto.  Della Calabria tutto s’è tentato di cancellare. Se aprite uno dei tanti manuali di storia, che ronzano come moleste zanzare nelle scuole, v’accorgete chela Calabria  non c’è. Se aprite  uno dei tanti manuali di letteratura italiana, che fan  posto solo ai magniloquenti, anche qui la sorpresa è che la Calabria non c’è.

Il critico letterario Pasquino Crupi


Le colonie  sono senza storia e senza civiltà culturale. E la Calabria è colonia. Si vuole che così sia, ma così non è.

Un grande  maestro e pedagogo  piemontese dell’Ottocento, Giovanni Cena,  ebbe idea di scrivere una storia della letteratura del Piemonte. Vi rinunciò ben presto, constatando amaramente: più vado indietro e piùnon trovo niente. E si capisce che senza passato  non c’è storia.Diverso è il destino dello studioso  di letteratura calabrese. Più va indietro e più trova, ed ha di fronte a sé  solo il problema  di dove iniziare la sua narrazione. Io, nella mia Storia della letteratura calabrese, voll. 4 (Periferia, Cosenza 1992- 1997), ho deciso di cominciare da Cassiodoro.  Un gigante del pensiero  che salva due civiltà, e  a mezzo delle  sue Varie  anticipa i tre stili  dei quali si avvarrà Dante  nella Divina comedia. Ma ci sarà anche un altro calabrese  che influenzerà  il Ghibellin fuggiasco, Gioacchino da Fiore.

Posso sul punto concludere  rapidamente che la letteratura calabrese ha una antichità maggiore  della letteratura italiana , e che nei primi secoli del suo avviarsi e svolgersi è tutta scritta in lingua latina e in lingua greca. Ciò che le assicura un carattere trasnazionale, un movimento  dall’universale al loco. Altro che letteratura  dell’aia dove riposano  le bestie del lavoro  contadino.

Proseguiamo.

Come è noto, la letteratura italiana si distribuisce, cresce, si sviluppa attraverso  correnti letterarie, almeno a partire dal Duecento: Scuola poetica siciliana, Dolce stil novo, Umanesimo, Rinascimento, Barocco, Illuminismo, Arcadia, Classicismo, Romanticismo, Scapigliatura, Verismo, e via seguitando fino al neorealismo. Orbene, in nessuna di queste correnti letterarie, fatta eccezione per il Dolce Stil Novo- riserva di caccia dei fiorentini-  i letterati calabresi sono assenti. Il che dice  che lo svolgimnto della letteratura calabrese è fortemente intrecciato con lo svolgimento  della letteratura italiana. E già questa capacità dei letterati calabresi d’avere antenne sensibili per quel che di inedito e di  nuovo , anche  d’inaspettato, avviene fuori della Calabria  sarebbe fatto assai importante. A dimostrazione ulteriore che  culturalmente due Italie non vi furono mai.

Ma vale di più mettere in evidenza che  delle svolte  radicali, delle rotture, del cambio di passo di cui  è stata capace la letteratura italiana  protagonisti più volte sono stati i lettterati e i pensatori calabresi.

L’Umanesimo  sarebbe rimasto a lungo azzoppato, cioè privo dei classici greci,  senza l’apporto del calabrese Barlaam, che  immette Francesco Petrarca nella conoscenza di  parecchie opere di Platone, e senza l’apporto decisivo di Leonzio Pilato, che, primo nell’Occidente, traduce dal greco  in lingua latina  l’Iliade e l’ Odissea  di Omero, l’ Ecuba  di Euripide, la Fisica di Aristotele, le Pandette del Codice di Giustiniano. E per questo un grande studioso tedesco, il Voigt,  definisce Barlaam e Leonzio Pilato come i protagonisti del Risorgimento degli Studi classici. Con quel che ne consegue.

Nel Cinquecento  la filosofia  era in catene. Ridotta sotto  l’imperio degli aristotelici, le mancava la libertas philosophandi, la libertà di indagare. Sarà un cosentino, Bernardino Telesio, che la libererà dai ceppi, ingaggiando una grande battaglia di idee  contro gli aristotelitici, ma in efftetti prendendo di mira lo stesso Aristotele, che aveva fatto della  natura   un regno dei fini. Il Grande Cosentino con i nove libri del De rerum natura iuxta propria principia – scrive Nicola Abbagnano (  Storia della Filosofia, vol. 2, Gruppo editoriale L’Espresso, 2005, pag. 638)-  “ segna una svolta  decisiva nella storia  del Rinascimento. Per la prima volta nasce, ad opera sua, un naturalismo  rigoroso, egualmente lontano dalle vecchie concezioni aristoteliche e dalle chimeriche pretese della magia , una concezione che non vede nella natura  altro che forze naturali e intende spiegarla  con i suoi stessi principi”.

Proseguiamo.

Il Seicento è il secolo del Barocco, della non poesia, si disse. Una peste che ammorbava la letteratura. Occorreva liberarsene, spegnere il contagio. A metà del Seicento è il cosentino Pirro Schettini insieme al sardo Carlo Buragna a determinare l’inversione di tendenza, il ritorno alla poesia  regolare, alla poesia petrarchesca. Ma quel moto di reazione necessitava di una nuova poetica, di nuove regole. E l’una e le altre furono pensate e teorizzate  da Gian Vincenzo Gravina, di Roggiano,  con i due volumi Della Ragion Poetica ( Roma 1708), che danno fondamento e nascita all’Arcadia.

Non c’è dubbio, però, che il secolo della maggiore elevazione della letteratura calabrese è l’Ottocento, il secolo del Romanticismo. Che in tanto è in quanto è caratterizzato dalla figura diabolica, la cui gioia sta nello spargere sangue e vivere di sangue. Se si guarda al Padre del Romanticismo italiano, ad Alessandro Manzoni, alle sue opere, a I Promessi sposi, è assai difficile poter parlare dell’esistenza di un Romanticismo italiano, essendo evidente in lui come in altri romantici  l’assenza del satanismo.  Ed è solo grazie ai calabresi  Vincenzo Padula e Carlo Massinissa Presterà che il  Romanticismo italiano ha tutte le carte in regola per dirsi tale.  Sono loro  che  vi aggiungono il capitolo della figura diabolica.

E il Novecento offre una sorpresa ancora.

Mancava alla letteratura italiana  il romanzo  organico sull’emigrazione. Questo vuoto è risarcito  da Francesco Perri con Emigranti. È un nuovo  ceto sociale che entra nelle pagine della letteratura italiana. Un’operazione epocale quale quella  del Manzoni che per primo introduce  gli umili.

Continuare a negare  una letteratura, come questa calabrese, avrebbe oggi solo il significato di ridurre la letteratura italiana a un  troncone.  Non capire che la letteratura calabrese è dentro la letteratura italiana, che la letteratura  calabrese è letteratura italiana. Una grande cultura del Mediterraneo. Della quale traccerò il racconto tappa dopo tappa. Cominciando da Cassiodoro.

 

 

Pasquino Crupi è un intellettuale, storico, giornalista e critico letterario.
Numerosissimi i suoi studi meridionalisti tra i quali si ricorda la puntuale Storia della letteratura calabrese.