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Giovedì, 19 Settembre 2019

Il patto Stato-mafie borbonico e liberale. Un saggio di Enzo Ciconte svela le connivenze nell'Italia risorgimentale

Enzo Ciconte svela in un saggio le connivenze Stato-malavita nell’Italia risorgimentale

Il saggio dello storico Enzo Ciconte, “Borbonici, patrioti e criminali” è un’opera che accontenta i seguaci di Garibaldi e dei Borbone, forze progressiste e conservatrici. Nel senso che svela le tresche inconfessabili di entrambi gli schieramenti. E sviscera accordi, patti segreti e loschi intrichi fra potere politico e poteri criminali, prima e dopo l’unità d’Italia.
CiconteCopertinaBorbonici_patrioti_criminaliProve documentali alla mano, in 175 pagine Ciconte analizza e racconta il reciproco fascino che attrasse il movimento risorgimentale e le forme criminali organizzate allora esistenti. Scandaglia le ragioni delle interazioni tra questi mondi, apparentemente cosí diversi. E non basta: ricostruisce passo per passo “il ricorso frequente alla risorsa della violenza o l’uso che della violenza hanno fatto soggetti privati per difendere o accrescere le proprietà e soggetti pubblici per garantire la sicurezza pubblica o far da puntello alle istituzioni dando vita ad una violenza di stato non sempre legale o giustificata dai fatti”.
Il cosiddetto patto Stato-mafia sembra avere, insomma, origini antiche. L’Italia unita nasce sotto l’egida di una sorta di peccato originale. E già ancora prima, nella fase pre-unitaria, erano emersi intrecci coinvolgenti e subdoli punti di saldatura.
“Borbonici e patrioti, la cui contesa caratterizzò la prima metà dell’Ottocento, e che erano in lotta tra di loro per la conquista del potere politico e la direzione dello stato – scrive Ciconte –  sembravano usare gli stessi metodi, lusingavano uomini, un tempo nemici, per cercare di trasformarli in preziosi alleati. Un groviglio che pur potendo apparire inestricabile rispondeva ad una precisa logica. Borbonici e patrioti, l’un contro l’altro armati in una lotta mortale, avevano un comune denominatore nell’uso di uomini violenti e facinorosi, ritenuti malfattori, assassini, selvaggi, mascalzoni, banditi, briganti, malandrini, criminali, camorristi, mafiosi”.
Secondo la ricostruzione di Ciconte, man mano nel tempo quelle pratiche hanno finito con lo stabilizzare un certo modo di far politica segnando nel profondo e connotando la formazione delle classi dirigenti e dello spirito pubblico in gran parte del Mezzogiorno. Così, prende piede l’uso spregiudicato della violenza nelle lotte sociali e di classe e finisce con l’entrare a pieno titolo nelle competizioni politiche e di potere.
In Calabria, già alla fine dell’800, gli intrecci politica-malavita organizzata non erano evidenti come nella situazione napoletana e palermitana, ma di sicuro c’erano, ed erano visibili per chi avesse avuto voglia di vederli. È un legame documentato: “per come emerge da alcuni significativi, seppur stringati, cenni che si trovano nelle carte processuali degli ultimi decenni dell’Ottocento  - scrive Ciconte – relative ad alcuni comuni prevalentemente in provincia di Reggio Calabria”. Non a caso nel distretto di Gerace, ricorda Gaetano Cingari, “il voto veniva rastrellato da alcuni boss e venduto o comprato quasi a base d’asta”.
Le lotte intestine che hanno caratterizzato i primi decenni dello stato unitario, non hanno fatto altro che consolidare commistioni già in corso. Al loro interno, le nuove classi dirigenti dell’Italia unita diffidano gli uni degli altri, esercitano il potere in modo discrezionale, spregiudicato e, stigmatizza Ciconte, “quando lo ritengono necessario usano la polizia per inventare complotti, per manovrare gaglioffi, infiltrati e gente poco pulita, disposta a tutto”.
Venivano addirittura creati sottobanco task-force, gruppi occulti di “Untouchables”: Silvio Spaventa, che nei primi decenni del Regno d’Italia era il principale ispiratore della politica di sicurezza interna dello Stato “aveva a sua disposizione una squadra riservata di uomini ai suoi ordini”. Insomma, com’era già capitato nel Regno di Napoli, con la direzione di Salvatore Maniscalco, amato e odiato direttore della polizia borbonica, “anche le autorità liberali usano i mafiosi per contrastare altri mafiosi perché l’idea che li guidava era che solo mafiosi ancora piú violenti potessero contenere e sconfiggere altri mafiosi”.
Sembra, per molti aspetti, cronaca recente. Del resto molte cose non erano sfuggite all’occhio attento di Alexandre Dumas che arrivò a Napoli con il suo amico, il generale Garibaldi e raccontò le gesta dei Mille e quelledegli odiati Borbone. “La camorra – scriveva nel 1862 l’autore dei Tre Moschettieri –  è una specie di società segreta che, come tutte le società segrete, ha finito per diventare una società pubblica... La camorra è l'impunità del furto e dell'omicidio, l'organizzazione dell'ozio, la remunerazione del male, la glorificazione del crimine. La camorra è il solo potere reale al quale Napoli obbedisca. Ferdinando II, Francesco II, Garibaldi, Farini, Nigra, Cialdini, San Martino, La Marmora, tutti costoro non sono che il potere visibile: il vero potere è quello nascosto, la camorra”.

Enzo Ciconte, Borbonici, patrioti e criminali – L’altra storia del Risorgimento. Salerno editrice, Roma – 175 pagine, euro 12

BOX

Uno storico dei poteri criminali
Enzo Ciconte insegna Storia della criminalità
organizzata all’Università di Roma Tre.
Si deve a lui il primo saggio storico sulla ’ndrangheta
in Italia, ’Ndrangheta dall’Unità a oggi (Roma-Bari 1992).
Tra le sue pubblicazioni si ricordano: Storia criminale.
La resistibile ascesa di Mafia, ’Ndrangheta e Camorra
dall’Ottocento ai giorni nostri
(Soveria Mannelli 2008);
Banditi e briganti. Rivolta continua dal ’500 all’800
(ivi 2011), e Politici (e) malandrini (ivi 2013).