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Domenica, 08 Dicembre 2019

Il Papa in Bolivia. L’omaggio di Morales e l’urgenza di non trascurare “Nessuna forma di saggezza”

Commenti a iosa, sul viso tirato del Papa nel ricevere da Evo Morales, presidente della Bolivia, una casula e un Crocifisso nel quale l’asse verticale della Croce è l’impugnatura del martello di una falce e martello. L’attenzione, in particolare, cade Commenti a iosa, sul viso tirato del Papa nel ricevere da Evo Morales, presidente della Bolivia, una casula e un Crocifisso nel quale l’asse verticale della Croce è l’impugnatura del martello di una falce e martello. L’attenzione, in particolare, cade sulla sorpresa di Papa Francesco.

Pappa Francesco con il presidente della Bolivia Evo Morales Pappa Francesco con il presidente della Bolivia Evo Morales


E c’è chi si spinge a chiosare che “Il Papa è velocissimo nel prendere il crocifisso ligneo intagliato in una falce e martello e porgerlo in orizzontale a un commesso, quasi a evitare - a scanso di equivoci - che lo ritraggano con quell’oggetto tra le mani”. Forse non hanno capito. Pensano sia tutto un gioco per lisciare il pelo alla folla. Che il Papa “venuto dall’altro mondo”, stia brigando per recuperare la fiducia perduta della Chiesa, forse per alzare l’asticella dell’audience e riassettare uno dei totem della società liquida. Non intendono che dietro la semplicità del linguaggio e l’umanità affabile che rendono popolare questo Papa formidabile, c’è un pensiero forte, fondato sul vecchio ed il nuove Testamento in chiave latinoamericana, che è dalla parte dei poveri e contro le oligarchie economiche e finanziarie: “L’alleanza tra economia e tecnologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati”. Non siamo al cospetto di un pensiero annacquato da scaricare con disinvoltura nell’ingranaggio mediatico che, contando sulla bulimia di informazioni, suscita indifferenza piuttosto che consapevolezza: “L’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi puntidi vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano” (i virgolettati sono tratti dall’ultima Enciclica). E neppure accomodante coi poteri della “logica globalizzata”. Ma ha una direzione: “la libertà umana deve orientare la tecnica, metterla al servizio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale”. Quando Francesco si sofferma sui disastri ambientali, è tagliente: “C’è bisogno di uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico”. Ricorda il Gesù di Matteo (10,34): "Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada!". Non si dimentichi, inoltre, che con Lui (non con altri), l'arcivescovo di San Salvador, Romero, ucciso nel marzo del 1980 dagli squadroni della morte, è diventato beato, perché (ha commentato) “si è distinto per una particolare attenzione ai più poveri e agli emarginati”. Stupore per lo stupore del Papa dinanzi alla falce e martello? Suvvia, s’incominci a diradare il superfluo e a riflettere sulla sostanza delle cose. Sentite cosa dice ancora: “Si rende necessario creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia”. E poi: “In diversi modi, i popoli in via di sviluppo, dove si trovano le risorse più importanti della biosfera, continuano ad alimentare lo sviluppo dei paesi più ricchi a spese del loro presente e del loro futuro. La terra dei paesi poveri del sud è ricca e poco inquinata, ma l’accesso allaproprietà dei beni e delle risorse per soddisfare le loro necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commerciali e di proprietà strutturalmente perverso”. Per evitare che le solite anime candide possano equivocare, si puntualizza che questi due ultimi concetti non sono stati espressi da un populista e demagogo magari comunista del Sudamerica. Non sono il commento di Evo Morales (Juan Evo Morales Ayma) sindacalista e politico dal 2006 presidente della Bolivia e soprannominato el Indio, mentre consegna la falce e il martello a Francesco. Ma è il Papa che scrive. Attraverso la disamina delle emergenze ambientali del pianeta, sferra, con l’Enciclica “Laudato sì -sulla cura della casa comune-”, un attacco poderoso all’economia globale in mano alle corporation e alle grandi banche. Con cognizione di causa e glissando su ogni mediazione culturale, questo Papa sorridente e molto amato dai media punta l’indice contro “la sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza”, che si ravvisa nei vertici mondiali sull’ambiente: “ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti”. Ne ha anche sul debito estero dei Paesi poveri “che si è trasformato in uno strumento di controllo”. Concetto che, Europa permettendo, è pertinente con la questione Grecia di questi giorni. Pone in discussione il modello economico e politico su cui l’Occidente ha costruito le sue fortune, questo Papa. Che spiega: “Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti senza compromettere le generazioni future”. Insomma, va giù chiaro e duro. E poi, per stare sulla visita in Bolivia, date un’occhiata a quest’altra riflessione: “Bisogna pensare a modelli diversi di società rispetto al capitalismo. Non è accettabile che nel XXI secolo alcuni paesi e multinazionali continuino a provocare l'umanità e cerchino di conquistare l'egemonia sul pianeta. Sono arrivato alla conclusione che il capitalismo è il peggior nemico dell'umanità, perché crea egoismo, individualismo, guerre mentre è interesse dell'umanità lottare per cambiare la situazione sociale ed ecologica del mondo”. Questa volta non è Francesco che stigmatizza i potenti, ma el Indio (Evo Morales). Tanto per dare un’idea di come s’intreccino le questioni dei popoli dinanzi alla complessità della crisi in atto che esige, scrive Francesco, “che nessuna forma di saggezza sia trascurata”. Il dono di Morales al Papa è carico di simboli e significati. Ci dice che è tempo di “cercare insieme cammini di liberazione”. Mentre il Papa e l’Enciclica suggeriscono l’urgenza di un pensiero lungo e profondo, “perché non ci sono barriere, politiche e sociali, che permettano di isolarci”. Un pensiero meno avvinghiato sul “qui e subito” e che, “avvalendosi delle ricchezze culturali dei popoli” può darci la speranza di uscire dal “disperante caos di un mondo governato dalla pura casualità o da cicli che si ripetono senza senso”. Insomma, altro che il sotteso compiacimento per lo straniamento colto per un istante sul volto del Papa dinanzi alla falce e martello.