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Venerdì, 13 Dicembre 2019

La Torre saracena di Palmi e la leggenda di donna Canfora

In su la vetta della torre antica, passero solitario alla campagna , esordiva il Leopardi in una delle sue più famose poesie, intitolata "Il passero solitario", riuscendo a descrivere in un solo verso, l'immagine simbolica di questa costruzione medievale, sulla cui cima merlata vola un passero verso l'eterea campagna del tramonto. La torre, come costruzione architettonica, affonda le sue radici sin dai tempi dell'Impero Romano, quando veniva concepita come punto di osservazione strategica in corrispondenza dei tracciati di mura e fortificazioni.

Torre Saracena di Palmi


Tuttavia, il maggior periodo di diffusione in Europa di questa costruzione risale al Medioevo, quando veniva utilizzata sia per scopi difensivi, che per esigenze abitative. A Palmi, in località San Fantino, nei pressi di Taureana, si erge una di queste torri, la cui storia si fonde con la leggenda, dando così vita ad un bellissimo ed affascinante mistero, che arriva fino alle placide onde del mare, eclissando lo spazio ed il tempo, che diventano a loro volta metafore di essi stessi, concedendo a noi posteri di poter respirare la storia stessa, non soltanto con gli occhi della vista, ma anche con quelli della mente e del cuore.
Si tratta della famigerata Torre saracena, una delle più antiche costruzioni cinquecentesche sorgenti sul litorale della Costa Viola. Essa venne costruita nel 1565, ed anticamente era denominata , per distinguerla dalla Torre di San Francesco di Palmi.
Fu costruita da parte delle popolazioni locali, allo scopo difensivo di contrastare gli attacchi dei corsari che avvenivano frequentemente durante quel periodo. Grazie ad essa si potevano avvistare le navi in lontananza, in modo da poter avvisare la città del loro imminente arrivo. La sua storia inizia però nel 1549, anno in cui avvenne la distruzione di Palmi da parte del corsaro turco.
Dragut Rais, il quale si volle vendicare dello smacco subito tre anni prima da parte degli abitanti, che lo avevano sorpreso a riposare in una grotta,e successivamente l'avevano ributtato in mare. Successivamente, il duca di Seminara Carlo II Spinelli, decise di riedificare la città, con l'aggiunta di alcune fortificazioni. Pertanto, fece costruire le due fortificazioni chiamate di San Francesco e di Pietrenere, dal nome della marina sottostante.

Torre saracena di Palmi


Quando una delle due torri avvistava una nave, ne segnalava l'arrivo per mezzo di fumate oppure dei fuochi. Il comando della torre era affidato ad un caporale torriero, il quale doveva godere della cittadinanza spagnola ed avere una regia patente, segno che era alfabetizzato. L'anno impresso sulla torre, ovvero il 1565, coincide con la ricostruzione di Palmi.
Si narra che la torre stessa, fosse stata abitata, ed è proprio qui che la storia lascia il posto alla leggenda, in un passaggio di testimone davvero unico ed ineguagliabile. Secondo il mito infatti, ad abitare la torre era una gentildonna ricchissima, di nome donna Canfora. Essa possedeva sia le più rare virtù che una bellezza suprema. Rimasta vedova da giovane, volle dedicare la sua vita alla devozione verso il marito morto. Essa era amata da tutti, e si diceva che avesse una predilezione per i tessuti pregiati. La sua fama giunse alle orecchie dei Saraceni, i quali erano soliti fare incursioni e scorrerie sulle coste tirreniche del reggino, ed un giorno, essi decisero di rapire donna Canfora. Approdati a Pietre nere, imbandirono un sontuoso mercatino dove esposero le loro merci più pregiate, come stoffe, spezie e tappeti di primissima qualità. Tutte le donne della zona si fermarono ad ammirare queste merci pregiate, che si trovavano esposte appositamente sul ponte della nave, in modo da attirare Donna Canfora verso l'imbarcazione. Donna Canfora ivi si recò, convinta dalla propria governante, e salì sul ponte della nave, ad osservare le merci pregiate. Non appena cadde in trappola, il capitano ordinò di mollare gli ormeggi, e la nave cominciò ad allontanarsi dalla spiaggia. La giovane donna, sentendosi disonorata, si gettò oltre il parapetto, ingoiata dal mare della sua amata terra, morendo così annegata. Secondo un'altra versione invece, la donna sarebbe stata trasformata in una sirena, tant'è vero che il suo canto ancora oggi, viene udito dalle barche dei pescatori locali.
Sempre un'altra versione della storia, riporta che l'ubicazione della casa di donna Canfora sia da collocarsi nel tempio di cui oggi sorge soltanto l'alto podio, nell'antichissima città dei Bretti, i cui resti oggi si ritrovano nel parco archeologico dei Tauriani. A questo punto la domanda da porsi è: Esiste un legame fra la storia e la leggenda? Effettivamente, il nome rimanda al greco  kánephoros cioè, letteralmente, “portatore di cesta”. Le cànefore, nella Grecia classica, erano le fanciulle addette, appunto, al trasporto delle ceste durante le processioni religiose in onore di divinità femminili – Atena, Artemide, o Demetra/Persefone – in genere connesse ai riti di fecondità e rigenerazione stagionale, a loro volta rapportabili al culto protostorico della Grande Madre, universalmente diffuso nel bacino del Mediterraneo.
Il topos (luogo comune) del rapimento, evidente nella leggenda di Donna Canfora, rimanda, del resto, al ratto di Persefone da parte del dio del mondo sotterraneo Ade, episodio a sua volta collegabile a diverse vicende mitiche del mondo orientale riferibili al ciclo stagionale, come quella sumera legata alla coppia Inanna-Domuzi, o gli anatolici Cibele-Attis.
Sembra dunque probabile che, per quanto concerne Donna Canfora, la tradizione popolare palmese abbia manipolato il corpus originario della vicenda mitica, adattandola al periodo delle incursioni saracene nel Sud della Calabria, trasformando la divinità alla quale era dedicato il tempio di Taureana nella bellissima vedova protagonista di questa triste storia di rapimento e morte.
Sulla storia di Donna Canfora si sono proferiti alcuni cronisti locali, come Crisafulli, Natale Zappalà ed Agostino Pantano, il quale colloca l'ubicazione di Donna Canfora a Torre Ruffa, a Ricadi.
La leggenda di Donna Canfora, fa parte del processo di intersecazione storica con in ricordi ancestrali degli abitanti della provincia reggina. Le memorie divengono frammentate, refrattarie, ed i ricordi si modificano durante il passaggio da un orecchio all'altro, come successe per i poemi omerici. Il tutto, si configura pienamente con la realtà del popolo reggino, che ha bisogno, anche attraverso una storia come questa, di riscoprire la propria identità e tradizione, che va sempre più scomparendo col tempo. Donna canfora è una storia mitica,che si perde tra le onde increspate dell'eterno mare, che con i suoi misteri affascina chi è in grado di ascoltarlo accostando il proprio orecchio, anche soltanto per una volta.