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Sabato, 07 Dicembre 2019

La prima “femme fatale” della letteratura calabrese

Nicola Misasi, scrittore cosentino di fine Ottocento associato per grandi linee al movimento verista, fu un autore molto prolifico che raccontò con fervente passione le vite e le vicende dei contadini e dei massari della Calabria rurale del suo tempo.
La sua attività letteraria da autodidatta cominciò nel 1870 con la pubblicazione del racconto Il povero saltimbanco e si fece via via più cospicua dopo la partenza per Napoli, dove collaborò per il «Corriere del Mattino» e conobbe personaggi del calibro di Matilde Serao e Edoardo Scarfoglio. Ancor più rilevante fu l’esperienza romana: non solo l’editore Angelo Sommaruga gli fece pubblicare alcuni racconti sulla rivista «Cronaca bizantina», ma frequentò il suo salotto letterario, lo stesso di, per fare alcuni nomi, Giosuè Carducci, Luigi Capuana, Giovanni Verga e Gabriele D’Annunzio.
Prendendo qualcosa dalle maggiori correnti letterarie del tempo, ma non identificandosi esplicitamente con nessuna, la scrittura di Nicola Misasi, prosegue autonomamente, spinta dal trasporto ardito del Romanticismo e dal bisogno di oggettività del Verismo; del connubio fra i due ismi, ne è esempio magistrale, la raccolta Racconti Calabresi, uscita nel 1881. L’obiettivo dello scrittore nostrano, definito da Pasquino Crupi il primo romanziere calabrese, non è quello di attenersi alla realtà dei fatti bensì quello di fotografare e indagare la natura degli uomini suoi conterranei.
Il popolo calabrese è spesso il personaggio principale delle opere di Misasi anche se, qualche volta, la voce della collettività rimane sullo sfondo per lasciare spazio ad un qualche personaggio che ha di per sé tutte le caratteristiche per ergersi a protagonista della storia. È significativo il caso di una delle ultime pubblicazioni dello scrittore, Devastatrice, uscito nel 1907. Misasi affida a Peppinella, conosciuta con il nome di Fosca (che fa eco, forse non a caso, all’omonimo personaggio di Iginio Ugo Tarchetti), l’arduo compito di essere la primadonna del suo romanzo e la prima femme fatale della letteratura calabrese.
Da figurante in una compagnia di operette, la donna acquisisce il titolo di marchesa con il matrimonio con don Salvatore di cui è ora rimasta vedova. Senza più risorse e preceduta dalla sua fama di seduttrice impenitente, si reca nel paese d’origine dell’uomo tanto per valutare la casa appena ereditata quanto per abbindolare la sua nuova preda, il barone di Montalto.
L’arrivo in treno della donna in un paesino della valle del Crati, riecheggia nella mente del lettore contemporaneo quello della ben più nota Bocca di Rosa nel paesino di Sant’Ilario, cantata da Fabrizio De André, con la differenza sostanziale  che Fosca viene accolta con calore non solo dagli uomini ma anche dalle donne, desiderose di confrontarsi con una signora dell’alta società e persuase che le dicerie sul suo conto siano tutte fasulle.
Grazie alla sua abilità di affabulatrice, Fosca riesce a farsi strada nel cuore del povero barone, ma la civetteria che tanto ostenta, e che pagherà a caro prezzo, la porta a farsi largo anche in altri cuori, soprattutto in quello del giovane impavido Stefano, che divengono un ostacolo al completamento del suo disegno.
Un romanzo dai forti contrasti: a partire da quello “spaziale” che vede contrapporsi il suntuoso salotto della donna dove si svolge gran parte della storia, alla realtà rurale del luogo; i suoi modi mondani della marchesa cozzano con i costumi bigotti e castrati del luogo; dietro la sua macchinosa vicenda, numerose altre si intrecciano, storie di amori veri, adulteri e vendette, storie di altre donne, tutte in egual misura peccatrici e tutte, ciascuna a modo suo, punite.
È questa, forse, la contraddizione più forte del romanzo, nonché il suo punto debole: l’autore ci presenta questa serie di donne coraggiose che spinte dai loro personali interessi, economici o sentimentali che siano, riescono provvisoriamente ad ottenere quello che vogliono, ma poi la loro audacia viene perseguita; gli uomini invece seppur peccatori, ma inconcludenti, rimangono incolumi di fronte al giudizio dell’autore.
Lo scrittore non osa, ripiega il suo romanzo su se stesso e condanna quelle donne di cui parla e che mette in prima fila.