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Lunedì, 16 Dicembre 2019

Tra giudaismo ungherese e hardcore reggino: la Calabria che fa arrabbiare Luca Manzi…

«La Calabria è il cuore più sano ed elementare della mia esistenza» dice Luca Manzi, un tipo schivo e divertente. Lo trovi che ti aspetta per l’intervista seduto in un bar del Quadraro, suo quartiere romano di adozione. Un bar di una volta, con le sedie rosse e i tavolini di ferro, le insegne delle gassose arrugginite attaccate al muro e dove il barista non ti chiede: “Desidera?”, ma un più semplice, diretto e romano: “Che vòi?”.
Manzi, visto da lontano, potrebbe sembrare un docente universitario un po’ bohémien, ma è anche uno scrittore, autore televisivo e un comunicatore politico.
Dal suo curriculum variegato sappiamo che vive a Roma, ma insegna all’Università Cattolica di Milano, è stato direttore editoriale della Lux, produttore creativo della fiction “Don Matteo” e tra gli ideatori della serie culto “Boris”. Si è poi cimentato con David Seidler (che ha vinto il Premio Oscar per “Il discorso del re”) nella sceneggiatura del film “The Games of 1940” che verrà prodotto da Frank Marshall e, recentemente, ha scritto il libro “Il destino è un tassista abusivo” (Einaudi). Un libro, questo, fatto di tagliente ironia e che alterna sapientemente i registri narrativi: dal cinematografico al flusso di coscienza. Un affresco poetico e popolare sulla condizione di una generazione divisa tra assegni di ricerca, amori labili, città in evoluzione e dove la narrazione asciutta e organica trasporta il lettore in una godibile lettura per tutte le 360 pagine del volume. Luca, come tanti, è un migrante calabrese di seconda generazione e la sua verve mista a testardaggine ne è forse la carta d’identità migliore.

Sei un romano di origini calabresi, come molti. Ci racconti la storia delle tue radici e il tuo legame  con la Calabria?

Ho la fortuna di avere radici molto diverse, in particolare da parte materna sono un incrocio di giudaismo ungherese e hardcore reggino, il che mi dona in partenza una situazione di felice inconciliabilità, naturale e intrinseca, una frattura spero feconda. La Calabria è stata la terra calda e felice delle mie estati di bambino; la vecchia casa di famiglia conteneva zii e cugini che provenivano da tutta Italia, era una sensazione bellissima, sentirsi parte di una famiglia così grande, stare per ore a tavola a mangiare robe pesantissime e buonissime e storditi dormire in riva allo Jonio. Sento profondo l'atteggiamento di mio nonno, amore profondo e viscerale, ma anche di mia nonna che se ne stava sotto l'ombrellone, e con un enorme cappello di paglia ad ogni buon conto, di timore verso qualcosa di incomprensibile e violento.

Faresti una migrazione di ritorno, da Roma alla Calabria, visto che in altri Paesi, sia per la crisi che per lo spopolamento, si passa dal globale al locale?

Mi piacerebbe tantissimo; mi sento legato a quella terra e la trovo bellissima; ma lavorare in Calabria è davvero difficilissimo, è una terra che ti fa arrabbiare, che potrebbe avere tutto e per accidia non ha niente. La Calabria ha risorse naturali ed artistiche meravigliose ha un mare a tratti splendido ed è un luogo ancora non sfruttato; è piena di persone, in particolare giovani di grande determinazione e coraggio, persone che hanno la marcia in più di avere la Magnagrecia che scorre nel loro sangue e  quell'acume, distaccato e fulminante, che essa dona ai suoi figli; ma è tenuta in coma indotto, poiché queste eccellenze non riescono a prendere le redini del potere a livello politico, economico, accademico.

Un pezzo di Calabria, la racconti anche nel tuo libro "Il destino è un tassista abusivo". Che affresco hai voluto dare al lettore calabrese  che, per tanti giovani, è  terra di vacanza o di emigrazione?

Al lettore ho voluto far capire che è la terra dell'identità, della parte più profonda di me, del cuore elementare e più sano della mia esistenza, è il posto in cui sai chi sei. La Calabria nel libro c’è come una parentesi importante e decisiva. L’ho descritta con passione e bellezza, una bellezza struggente che cambia necessariamente il punto di vista sul mondo.

Giorgio Correnti, il protagonista del tuo libro, è un precario, un talento sprecato, storico dell'arte che disegna coreografie sui videopoker. Ci racconti i nodi concettuali del tuo libro, diviso tra precarietà esistenziale e amori vissuti in maniera troppo effimera?

In Italia ormai il merito non solo non è valutato e ricompensato, ma di fatto è un ostacolo; se sei più bravo, se emergi dalla mediocrità, sei pericoloso e vai castrato. Le persone eccellenti per sopravvivere devono spesso fingere di essere mediocri, per non attirarsi invidia e malevolenza. La cosa più tragica è che i partiti politici di qualunque schieramento, si riempiono sistematicamente la bocca di parole come merito e concorrenza per accaparrarsi le illusioni e i voti degli italiani disperati, mentre continuano imperterriti a spregiare il merito e la concorrenza tesi solo a perpetrare il loro potere. Tra breve non si potranno più usare queste parole, che è in ultima analisi il peggior danno che questa classe politica sta facendo al Paese: pervertirne la cultura.

Sei anche un autore televisivo, tra tutte le produzioni ricordiamo "Boris", una delle serie tv più amate e virali degli ultimi anni. Cosa ti ha lasciato quell'esperienza?

E' stata un'esperienza meravigliosa, che ho avuto la fortuna di condividere con colleghi di altissimo livello; è stato un episodio fortunato  - e purtroppo poco replicato  - di coraggio culturale  da parte di una rete televisiva - Fox; siamo riusciti a raccontare l'Italia pusillanime, mafiosa, invigliacchita che egemonizza da più di vent'anni quasi tutti gli ambienti di lavoro.

Abbiamo rubato lo spazio di questa intervista ad un pomeriggio di scrittura. Cosa c'è in cantiere?

Sto scrivendo la mia prima opera per il teatro, una commedia che si chiama "Diversamente Giovani" e racconta dell’incontro tra due quarantenni caduti nella crisi e due ventenni che nella crisi ci sono. I personaggi si ritrovano in un mondo senza certezze, confini e morale, in cui tutti possono stare con tutti e non ci sono più vincoli di età o estrazione sociale, un mondo dove forse solo l’amore può sistemare le cose, a patto che si riesca a riconoscerlo. Lo spettacolo debutterà al Golden di Roma a metà novembre, sono molto emozionato ed impaurito perché ritengo il teatro la più alta, nobile, e difficile delle forme di racconto e spero di esserne all'altezza, ma sono anche felicissimo di potermi cimentare in una dimensione nuova ed affascinante.