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Venerdì, 24 Gennaio 2020

Dopo anni di silenzi un corposo studio sul Sud di un appassionato meridionalista: Pasquino Crupi.

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, l’introduzione al volume di Pasquino Crupi. Una disamina scrupolosa di tutto il “sapere” che ruota intorno all’irrisolta questione meridionale. Un linguaggio asciutto e lucido per confutare le menzogne sul Sud.

INTRODUZIONE

IL MEZZOGIORNO SENZA LA BUSSOLA DEL MERIDIONALISMO

1.           Lo Stato unitario inizia il suo cammino con una menzogna calcolata

L’Italia postunitaria inizia il suo cammino con una menzogna calcolata fino al millimetro contro il Mezzogiorno, le Isole, la Calabria. Questa prima menzogna calcolata è che il fausto sistema fiscale, esteso tal quale dal Piemonte al Sud, fu dettato, determinato, necessitato, anche sul piano morale, dal fatto chela savoiarda regione s’era indebitata per finanziare le liberatrici guerre d’indipendenza nazionale, e per ciò stesso i fratelli del Sud, che si erano limitati per il «bene inseparabile»  dell’unità italiana a un salasso di sangue, dovevano contribuire all’opera di risanamento delle disastrate finanze. Ma vero era piuttosto che, secondo quanto scrive Guido Dorso, “il primo atto della tragedia si aprì con l’unificazione del debito pubblico nazionale. Il Piemonte, il paese più tassato e indebitato d’Europa, con un disavanzo annuo di cinquanta milioni ed un debito pubblico di 640 milioni, quattro volte superiore a quello dell’intero Regno di Napoli, rovesciò sul nuovo Stato questo enorme carico finanziario. Si disse che tutta l’Italia aveva obbligo di rimborsare le spese che il piccolo Stato subalpino aveva sostenuto per finanziare l’indipendenza nazionale, e non era vero perché il debito pubblico piemontese in massima parte derivava da lavori pubblici, specialmente ferroviari” .
Non è a dire che le regioni meridionali, che dopo l’unità d’Italia non ebbero più una classe dirigente la quale era divenuta “un ceto a rimorchio del resto della società” , accolsero la menzogna calcolata come una splendida verità. E, tuttavia, si rassegnarono a pagare. Il sentimento di gratitudine per lo stato piemontese, artefice dell’indipendenza e dell’unità della Patria, era grande, e a divenire sempre più grande era destinato appena dopo la proclamazione del Regno unito d’Italia il 17 marzo 1871, quando si scoprì che il Mezzogiorno era funestato dalla piaga del brigantaggio, che il Mezzogiorno era, perciò, un grande corpo criminale, e bisognava sanarlo con la cura del ferro e del fuoco. Come avvenne, coprendo questa seconda menzogna calcolata — essere il Mezzogiorno il regno della più feroce barbarie - con il formalismo del voto parlamentare che approvava la legge eccezionale, promossa dal deputato abruzzese Giuseppe Pica, il 5 agosto 1863. A vigorosa e ulteriore prova, come scriveva Francesco Saverio Nitti, che “fatta eccezione di pochissimi casi [i parlamentari meridionali] sono stati gli uomini più dannosi al Mezzogiorno” .

Pasquino Crupi


Fu il secondo regalo recapitato con lo stato d’assedio che Benedetto Cairoli bollò in Parlamento come “marchio di vergogna che va alla storia [...] sospensionedi ogni libertà, impero della forza sostituito a quello della legge, calamità che lascia dietro di sé rigagnoli di sangue” . Previsione azzeccata, salvo il particolare che i “rigagnoli di sangue” ingrossarono potentemente, si trasformarono in un bagno di sangue, significato dalla tremenda cifra di 13.853 tra giustiziati e morti in galera nella guerra contro il brigantaggio . Ma 13.853 cadaveri sembrano pochi, e, secondo un calcolo aggiornato e non documentato, sarebbero sessantamila le vittime imputabili alla legge Pica . E pare - il parere è meglio dell’essere, osservava Francesco Guicciardini - che l’esercito piemontese abbia concimato le campagne meridionali con un milione e passa di trucidati: cifra, garantita dalla «Civiltà cattolica», notoriamente amica dei Padri risorgimentali e del Risorgimento italiano. La quale «Civiltà cattolica» (gennaio 1861), pedissequamente copiata e riciclata dai neoborbonici odierni, issatisi a storici, è stata artefice del più prolungato mendacio storico nei riguardi del governo postunitario con l’invenzione dell’eccidio del forte di Fenestrelle (Torino) dove migliaia di prigionieri meridionali furono segregati e, poiché rifiutarono l’arruolamento nell’esercito piemontese, fatti morire di fame, di sete, di stenti. Ma Alessandro Barbero, attraverso documenti d’archivio, ha dimostrato nel suo recente saggio laterziano I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle che i decessi di quei reclusi avvennero per cause naturali e che i pochi militari accusati di complotto contro lo Stato furono assolti per “deficienza di sufficienti indizi”. Argomenti tanto arbitrari quanto inutili per il riconoscimento del fausto biglietto da visita con cui l’Italia liberal si affaccia sul Mezzogiorno.

2.           La legge Pica, stella polare di come si governa il Sud barbaro

Comunque, fatto certo - ed è questo da rimarcare - è che la legge Pica è una legge-paradigma, assunta a teorema del Sud criminale e a stella polare del comportamento dello Stato nei confronti del Mezzogiorno, delle Isole, della Calabria, infestati dal brigantaggio, dalla mafia, dalla camorra. Triplice mostro a cui ben s’addiceva la chirurgia governativa delle amputazioni. Contro la quale sobbalzava Pasquale Villari:

Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi; ma ai «rimedi radicali» abbiamo poco pensato. In questa, come in molte altre cose, l’urgenza dei mezzi repressivi ci ha fatto mettere da parte i mezzi preventivi, i quali soli possono impedire la produzione di un male, che certo non è spento e durerà un pezzo• In politica noi siamo stati buoni chirurghi e pessimi medici. Molte amputazioni abbiamo fatte colferro, molti tumori cancerosi estirpati col fuoco, di rado abbiamo pensato a purificare il sangue .

Sembra ieri, ma è oggi. Oggi come ieri la cultura politica dei governanti e dei governativi non cambia. Ieri come oggi il Mezzogiorno, nel tutto insieme, perde il suo vero volto di corpo di civiltà e di pensiero, storicamente documentato da Benedetto Croce, e gli viene appiccicata la forsennata maschera di grande corpo criminale con grave sgarro storico. Scriveva Benedetto Croce:

Nella vita ormai bisecolare della terza Italia, Napoli [e, per estensione, il Mezzogiorno] non solo entrò anch’essa, e non ultima né tarda, ma precedette sovente le altre parti d’Italia, così all’inizio dell’età del razionalismo e delle riforme come in quella delle rivoluzioni, coi suoi cartesiani e illuministi, coi suoi giacobini e patrioti. Anzi, si può dire che precorresse in generale l’età nuova coi suoi grandi ed entusiastici filosofi, coi Bruno e coi Campanella, e con l'immenso Vico, nei quali tutti balenò un pensiero non più scolastico né semplicemente platonico o platoniz^ante, ma concreto, immanente e dialettico.

Né l’origine e l'andamento che ebbe questo processo di rigenerazione mentale, sociale e politica, e che fu d’individui o minoranze, mal seguite e sovente contrastate e più di sovente tirate in giù dalle moltitudini col loro peso, è poi particolare dell’Italia meridionale; e talvolta, mentre io affondavo senza pietà il mio coltello anatomico negli avvenimenti della sua storia e nelle condizioni del suo popolo e delle sue classi sociali, mi tornavano alla mente i simili fatti e le simili condizioni di quasi intera l’Italia, e dicevo, non certo con sentimento di consolazione: De te fabula narratur, e ricordavo che non per lItalia meridionale solamente era stato coniato il motto, che il risorgimento dItalia fu opera della (prepotenza eroica di una minoranza», o l'altro che, (fatta lltalia, bisognava fare gl’italiani». In alcune parti dltalia, le cose procedettero alquanto meglio, favorite dalla posizione geografica dalle condizioni economiche, e anche dai frutti di più lunga civiltà e da non del tutto perdute attitudini politiche: ma in altre, anche peggio .

Abbiamo così esaurito il libro nero delle menzogne calcolate contro il Mezzogiorno? Nient’affatto. E ne era ben consapevole Antonio Gramsci il quale così:

È noto quale ideologia sia statadiffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile deU’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitaista o di qualsivoglia altra causa storica., ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l’esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto .

Antonio Gramsci


È nel novembre 1926 che Gramsci scrive queste sue parole, che riconsolidavano e riportavano alla memoria le posizioni di Napoleone Colajanni, di Ettore Ciccotti, di Gaetano Salvemini sulla inferiorità del Mezzogiorno, storicamente determinata dalla sua storia infetta e non già dagli infetti cromosomi.

A che pro?

3.           La diceria dell’untore

Contro i «sudici», barbari, primitivi, neghittosi, a fronte dei «nordici» progrediti, illuminati, generosi con le province meridionali, riprende fiato la diceria dell’untore, il mito e il rito, risorgente dalle sue stesse ceneri, come l’Araba Fenice, della razza maledetta, della razza inferiore. Con qualcosa di più maliziosamente avverso al Mezzogiorno se la sua resurrezione come corpo d’inferiore civiltà avviene almeno ogni 20 anni, in ogni fase ciclica della crisi del sistema, tassativamente addebitata ai meridionali. E anche qui, in questa chiamata sul palco, meglio sul patibolo, dei meridionali per anagrafe, cioè senza distinzione tra i meridionali dominanti e governanti e i meridionali dominati e governati, c’è della malizia: il Mezzogiorno è una pigna, come uno, così tutti. Il Mezzogiorno è uno. Cosa che non riuscì neppure a Dio, che è uno e trino. E, dunque, non le classi proprietarie, non le classi governanti, non la borghesia stracciona e la piccola borghesia, non gli imprenditori politici, ma la popolazione meridionale, nel tutto insieme, diventa responsabile della degradazione e della mancata equazione tra Nord e Sud. Una conferma del suo carattere di razza maledetta, infetta, inferiore. Mezzogiorno come palla di piombo, palla di fango, mangiatore e dissipatore.
Né è a dire che contro quella mirata confusione terminologica, che fa un tutto unico di classe dirigente e classe subalterna, di governo e governati, non si fossero levati da tempo i magni spiriti del pensiero meridionalista. Aveva scritto così Gaetano Salvemini nel 1952:

Quando si dice «meridionali», si devono intendere le classi superiori e medie meridionali: specialmente la piccola borghesia in-tellettuale: avvocati, medici, insegnanti secondari ed elementari, piccoli impiegati locali, medi e piccoli proprietari cittadini odiosi. Gli operai delle scarse industrie, gli artigiani, i piccoli coltivatori diretti, i piccoli fittavoli, i giornalieri agricoli, che cosa potrebbero fare da sé? Hanno bisogno di guide. E queste vengono quasi tutte dalla piccola borghesia intellettuale: specialmente dalla solita genia degli avvocati}1.

Ma inutilmente. La confusione terminologica ha proseguito il suo cammino e, cammin facendo, ha acquistato lo spessore indimostrabile dell’assioma. E, tuttavia, la classe governativa non cessa l’amore per il Sud: tutto quello che si fa, si fa in nome del Mezzogiorno, se non per il Mezzogiorno.
In nome del Mezzogiorno e per il Mezzogiorno furono dichiarate la guerra di Libia (1911) e la guerra d’Africa (1936).
In nome del Mezzogiorno e per il Mezzogiorno, in mano alla criminalità organizzata, è stato decretato e delibato il 41 bis.
In nome del Mezzogiorno e per il Mezzogiorno, a cui i neri tolgono lavoro e onore, mare e sole, è stata varata la legge sull’emigrazione clandestina.
In nome del Mezzogiorno e per il Mezzogiorno persino Nostro Signore Iddio scatena terremoti e alluvioni, che procurano pietà, carità, compassione dai grandi giornali e dalle televisioni.
In nome del Mezzogiorno e per il Mezzogiorno i valpada- ni e i lambrosiani — più lombrosiani che lambrosiani — intesero propugnare e varare il federalismo fiscale. Riforma d’una audacia massima, visto che si tratta di affondare definitivamente il Mezzogiorno, che con la sua sola esistenza ci disonora agli occhi di tutto il mondo. E a cui si darebbe, però, l’ultima definitiva occasione storica di dimostrare che sa bene amministrare le risorse finanziare, come fin qui non ha fatto, pur avendo determinato un vero e proprio «sacco del Nord», che tra la fine del Novecento e i primi anni del nuovo secolo ha ceduto annualmente qualcosa come cinquanta miliardi allo Stato per le sue competenze fiscali, e altrettanti miliardi sono assorbiti dalle regioni meridionali come trasferimenti ordinari e straordinari .
Ed è ancora una volta in nome e per il Mezzogiorno, invero per la sua classe dirigente cleptocratica, che l’Europa manda fiumi di denaro, in gran parte inutilizzato.
Torniamo da dove abbiamo smosso la ruota.

Quali erano, dunque, nell’albo nero le altre menzogne calcolate? Questo l’elenco del Nitti, mai aggiornato dalle classi dominanti, luminose ed egregie nella loro pigrizia mentale, ripetenti, come uno studente bocciato, naturalmente meridionale. Poiché il Mezzogiorno, palla di piombo e palla di fango, non merita neppure il sudore della fronte dei governanti. Ma scriveva Francesco Saverio Nitti:

Fino a qualche anno fa è stato ammesso quasi come un assioma una serie di affermazioni del tutto contrarie alla verità. Le leggi unitarie e uniformi han giovato sopra tutto al Nord d’Italia; si è detto che il Sud ne avesse più grande vantaggio. Il Mezzogiorno ha accettato il debito del Nord, ha venduto i suoi demani, ha ceduto le sue ricchezze monetarie: e pure è stato detto che l’antico reame di Napoli avesse molto guadagnato nell’unità. Per oltre trent’anni lItalia del Nord ha invaso d’impiegati lo Stato: qualche paese del nobile Piemonte si è dopo il 1860 quasi spopolato: si è ripetuto che i meridionali invadono tutto. Alcune fra le più povere province del Sud pagano per imposte più che molte fra le più prospere del Nord: e per molti anni si è detto che i meridionali quasi non pagano imposte. Le spese per i lavori pubblici sono state fatte principalmente nel Nord; si è detto invece che le ferrovie del Sud hanno rovinato il bilancio [...]. La massa degli intraprenditori di Stato è venuta fuori quasi esclusivamente dal Nord; pure il Sud ha avuto tutte le colpe dell’affarismo17’.

Queste parole di colore non oscuro furono stampate da Francesco Saverio Nitti nel 1903. In effetti, sembrano scritte oggi, e non c’è da cambiare una virgola, considerata l’ondata crescente degli antimeridionalisti di governo e all’opposizione fittizia, che per fotocopia del passato solennizzano il Mezzogiorno mostruoso.
Dopo il Nitti un contributo decisivo alla demolizione della calcolata menzogna, perdurante, pervicace, insulsa, del Mezzogiorno, graziato dal pagamento delle imposte, era venuto da Giustino Fortunato, con il formidabile saggio La Questione meridionale e la riforma tributaria (1904) dalla cui lettura i detrattori del Mezzogiorno, gli aselli mentis iniquae, più di oggi che di ieri, avrebbero dovuto trarre ragione almeno per starsene zitti. E Gaetano Salvemini si era misurato anche lui con la detta menzogna calcolata, diventata un ritornello, e, che, come ogni ritornello, accarezza tra passato e presente le orecchie “calate” dei ministri del Governo del Nord, insensibili alla verità, persino alla meno accademica delle verità, la verità aritmetica, così detta dal Grande Pugliese:

L’alta Italia possiede il 48%, della ricchezza totale e paga meno del 40% del carico tributario; l'Italia media possiede il 25% e paga il 28%; l’Italia meridionale possiede il 27% e paga il 32%. Nel dare, il Meridione è all’avanguardia, nel ricevere è alla re-troguardia [...]. La rete ferroviaria statale, costruita a spese di tutti, si è sviluppata magnificamente nell’Italia settentrionale; al Mezzogiorno ogni volta che si è concesso un tronco ferroviario, la concessione è stata fatta sempre di malavoglia ed ha avuto l’aria di un’elemosina; basta ricordare che la importantissima linea Foggia-Napoli si fece aspettare tredici anni e che la linea circumsidliana è ancora un sogno1A.

C’è solo bisogno d’una attualizzazione: adesso non si tratta più d’aspettare. Più semplicemente, i treni verso il Sud e dal Sud sono stati soppressi.

4.           L’orizzonte teorico e politico fu della massima elevazione

Ma questa è una sola parte del problema. L’altra parte riguarda i meridionali, ovviamente anche i meridionali con la cresta intellettuale, che sanno leggere e scrivere, ma - scrive il Salvemini - “si dedicano... alla filosofia. Tengono sulla punta delle dita Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Giovan Battista Vico, Giovanni Bovio, Giovanni Gentile, Benedetto Croce. Ma nessuno si occupa di quanto succede, putacaso, nell’ufficio del lavoro del suo paese, dove la povera donnicciola che va a domandare il sussidio di disoccupazione, o il certificato di miserabilità per il marito infermo, o la pensione per la vecchiaia, è trattata come il cane in chiesa, e dopo un anno che ha presentato le carte le dicono che le carte non si trovano: e nessuno prende quegli impiegati cialtroni a coltellate, come avverrebbe in Romagna e perciò la povera gente in Romagna è rispettata” . E, fatta qualche lodevole eccezione - per esempio, Giuseppe Galasso, Rosario Villari, Lucio Vil- lari, Paolo Macry, Antonino De Francesco — né leggono né scrivono, e del Mezzogiorno hanno conoscenza arrangiata e non si sforzano di “conoscerci meglio e sapere il vero stato delle cose” . Poiché è proprio questo l’antemurale contro i pertinaci propalatori di notizie false e tendenziose sul Mezzogiorno e contro il Mezzogiorno, cattivo pagatore quando sta di fatto che eravamo e “siamo maledettamente poveri, e paghiamo troppo e non secondo equità” .
Tutto l’edificio di menzogne calcolate, picconato dai meridionalisti, era crollato. A tal punto che Gaetano Salvemini, Guido Dorso, Luigi Sturzo, Antonio Gramsci non dovettero più perdere del tempo per smontare l’opportunistica tesi del Sud astemio in fatto di tasse, immobile, come una statua, inferiore per ragione di razza, criminale per tendenza, come pretendeva la scuola positivista, assecondata dalla classe politica governante, che ha sempre a sua disposizione i chierici traditori.
Indietro non si torna. Ma, quando si tratta di Mezzogiorno e di Questione meridionale, indietro si torna, e come.
Negli anni del secondo dopoguerra, la Questione meridionale, cioè la questione delle due Italie, era correttamente intesa come correttamente l’avevano intesa i Magni Spiriti del meridionalismo. I quali considerarono l’inferiorità del Mezzogiorno o come il risultato della arcaicità del sistema agrario (Pasquale Villari), o della povertà naturale del suolo (Giustino Fortunato) o della sua struttura economico-sociale (Ettore Ciccotti, Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci, Fausto Gul- lo). E ancora: o come il prodotto dell’assenza d’una classe dirigente (Benedetto Croce, Guido Dorso) o come il risultato dello stato accentratore (Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Guido Dorso) o come la conseguenza dello sfruttamento del Nord sul Sud, colonia economica e colonia politica (Francesco Saverio Nitti, Giacomo Mancini, Nicola Zitara). E come tale, dentro questo viluppo, fu accolta nel programma politico di tutti i partiti politici, che la misero all’ordine del giorno della loro azione, dal governo e dall’opposizione. Senza - è bene esplicitarlo - riuscire a risolvere nessuno, proprio nessuno, dei tanti problemi di cui si sostanziava e si sostanzia la Questione meridionale.
Comunque, l’orizzonte teorico e politico fu della massima elevazione. E non ci furono, in quegli anni, né intellettuali né uomini di governo e di Partito, che avanzarono la penitente idea che il Mezzogiorno non avesse nel suo seno le forze capaci di sollevarlo dall’antica miseria e corruttela e di rigenerarlo. Come accade adesso, mormorandosi in qualche libretto clandestino, che il Mezzogiorno insano, impotente, inerte ha bisogno di essere liberato di nuovo dall’esterno mediante una seconda spedizione dei Mille ai quali, per ragioni igieniche, solo per ragioni igieniche, è opportuno, da più di 150 anni che le indossano, consigliare il cambio delle camicie: non più rosse, ma tricolori.
A questo siamo. A questa bassezza d’analisi siamo arrivati. Si pensi la straordinaria intervista del prof. Renato Brunetta (ottobre 2010) il quale avvisa che senza la Calabria e la circoscrizione Caserta-Napoli l’Italia sarebbe prima in Europa, insomma, avrebbe una velocità indiavolata soprattutto sotto il profilo economico. Talché di simile «zavorra» è opportuno sbarazzarsi, e al più presto. Il prof. Renato Brunetta, esempio meraviglioso di come tanta intelligenza feroce possa albergare in un corpo così addomesticato dalla natura, non s’avvede, però, che l’efferata intenzione non è che il pessimo rifacimento dell’«avviso» (sulla «Frankfurter Zeitung», 1908) che un giornalista tedesco «manifestò», all’indomani del terremoto di Messina e Reggio e di cui dà conto Benedetto Croce nella sua Storia del Regno di Napoli, uscita nel 1925. Si faccia attenzione: 1925. L’«avviso» era questo: “Sarebbe grande fortuna per l’Italia se tutta quella parte di essa che va da Roma in giù, discendesse, una volta per sempre, nel grembo del mare”. Tanto più che il Mezzogiorno, essendo una palla di piombo, scivolerebbe placidamente al fondo del mare. Ma c’è un punto da cui non possiamo prescindere ed è utile toglierci le bende dagli occhi. “Recentemente - riassume Paolo Macry — Vittorio Daniele e Paolo Malanima hanno sostenuto che i territori borbonici presentano, negli anni dell’unificazione, condizioni economiche del tutto simili a quelle delle aree settentrionali e che anzi il Pil pro capite del Mezzogiorno è superiore, benché di poco, a quello del Nord. Si tratta di un punto decisivo per valutare l’impatto di quei territori sul nuovo stato nazionale e, prima ancora, sul processo di unificazione. Da qui nasce, in buona sostanza, l’opposta lettura del Sud come «palla al piede» o come vittima predestinata degli interessi del Nord” . Detto per inciso, la tesi che il “Mezzogiorno si fosse ritrovato, nel ‘60, in condizioni relativamente migliori di quelle del resto d’Italia”  era già stata mostrata e dimostrata dal Nitti, il quale, utilizzando dati e cifre, aveva smontato il fissaggio del Mezzogiorno così retrivo da dover essere tiratodalla corda come un mulo recalcitrante. “Quando nel 1860 - scrive il Nitti - il Regno delle Due Sicilie fu unito all’Italia, possedeva in sé tutti gli elementi della trasformazione” . Anche nella ricerca storica ripetere giova, soprattutto quando, come nel caso di Vittorio Daniele e Paolo Malanima, ci troviamo di fronte a un saggio - Ilprodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Itaia (18612004) [in «Rivista di Politica Economica», n. III-IV 2007], che ricomprende un arco d’anni che oltrepassa un secolo e fornisce nuove informazioni. Ma non saprei proprio dire se il lavoro del Daniele e del Malanima avrà la forza di produrre un capovolgimento dell’idea ancora corrente del Mezzogiorno, palla al piede, palla di piombo, zavorra.
Non c’è legittimo dubbio. C’è un rapporto di causa ed effetto tra scomparsa del pensiero meridionalista, aggravamento della Questione meridionale e ripresa della sloganistica sulla Questione meridionale come questione criminale, sul Mezzogiorno, bocca senza testa, e inteso, a riparo dei suoi guai, a chiedere qualche ministro, se non qualche ministro in più, ad ogni formazione di governo. Come è accaduto e accade. Ma davvero era questo ed è questo il problema? Diamo la parola di nuovo a Francesco Saverio Nitti:

Ogni meridionale ministro è a sua volta una causa di nuovo disordine e di nuove preoccupazioni. Fatta eccezione di pochissimi casi, i ministri meridionali sono stati gli uomini più dannosi al Mezzogiorno. È caratteristico ilfatto che la maggiore depressione si riscontra appunto in Basilicata, nella terra più fertile di ministri e che la Calabria è in condizioni poco diverse. Lltalia meridionale ha dato, per la fortuna dei suoi avvocati, ilpiù grande numero di ministri della Giustizia; ha tuttavia una schiera dì riserva. Poiché nel Sud la coscienzapoitica è scarsa, tutte le volte che bisogna proporre cosa contraria agli interessi meridionali, si ricorre appunto a un meridionale. Assai di recente un ministro meridionale, elevato per strano caso alle altezze del Governo, forse per riconoscenza ai suoi protettori, ha mentito contro il suo paese, negando perfino l’esistenza di una Questione meridional/1.

5.           La Questione meridionale è un’invenzione

Già, l’esistenza della Questione meridionale. Così la identificava Ettore Ciccotti:

La Questione meridionale è, in buona parte, nella sua forma più acuta, la ripercussione più visibile e grave di una politica di governo inabile e sperperatrice sulla parte più disagiata della nazione e meno atta ad affrontare tutte le difficoltà della moderna vita economica .

E Francesco Saverio Nitti scriveva:

Da qualche tempo a questa parte una più severa visione si è diffusa in Italia: la verità si è fatta, si fa ogni giorno strada. È sorta anzi la Questione meridionale: un fatto nuovo, un fatto quasi inatteso, molto molesto, molto antipatico agli uomini politici im-portanti; ma pure un fatto, cioè una cosa che non si può negare .

Nella Prefazione Al mio studio su “La Questione meridionale e la riforma tributaria” (1920) così sintetizzava con impeto polemico Giustino Fortunato:

La Quistione meridionale di cui tanto si parlò prima della guerra, e di cui, cessata questa, torna a parlarsi, se con minore strepito, con idee ugualmente vaghe e della guerra, e di cui, cessata questa, torna a parlarsi, se con minore strepito, con idee ugualmente vaghe e incerte, rimane - per quanto possa darfastidio a’ barbassori della politica e della cattedra, ignari del reale effettivo suo essere - lamaggiore di tutte le questioni che si attengono all’interno del paese '*.

Ma già, nella prima pagina con cui apriva il suo straordinario saggio su “La Questione meridionale e la riforma tributaria” aveva apoditticamente detto: “Che esista una Questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio” .
Né dubbi aveva Luigi Sturzo, che, nel 1947, replicando di striscio ai sostenitori dell’invenzione della Questione meridionale, ribadiva:

La Questione meridionale (e in questo termine includo anche Sicilia e Sardegna) esiste; non è una invenzione polemica né una fatalità geofisica o psico-sociologica; è nel suo significato reale un problema politico o meglio un problema di politica nazionale .

Nient’affatto. Si può negare la negazione. E fu il Fascismo a mettersi sulla strada della negazione della negazione. Talché il Capo del Fascismo, Benito Mussolini, solennemente dichiarava non solo che la Questione meridionale era stata risolta, ma che “i vecchi governi avevano inventato [corsivo mio], allo scopo di non risolverla mai, la cosiddetta Questione meridio- nale” . Tale l’illustre precedente.
Si può mettere in dubbio ciò che non si può mettere in dubbio. Il revisionismo meraviglioso avvisa che la Questione meridionale è un’invenzione. Un’invenzione malefica confezionata per opprimere il Mezzogiorno.
Mi sembra assai strano che l’invenzione della Questione meridionale, che questo grande trucco politico e culturale, sia sfuggito ai Magni Spiriti del Meridionalismo, i cervelli più poderosi di Italia e d’Europa, e che sia stato smascherato da qualche quarantennio a questa parte. Dopo che le tombe s’erano chiuse, e da tempo, sui meridionalisti liberaldemocra- tici e sui meridionalisti rivoluzionari, e la Questione meridionale venne messa in soffitta.
A negarla, ci provano da tempo professori in cattedra e professori che vogliono andare in cattedra, e anche qualche professore in pensione. Tutt’insieme, partendo da posizioni diverse e approdando a conclusioni contrapposte, credono d’avere scoperto «l’onda Aganippa - accorgendosi poi al sapore - ch’era la lavatura d’una trippa”.
Poiché il vero è che la formidabile scoperta - essere la Questione meridionale un’invenzione - ha antichi progeni-tori. Con nome e cognome, quelli degli esuli napoletani ai quali si deve, secondo Marta Petrusewicz, “l’impalcatura della Questione meridionale” , e “quella degli esuli fu un’opinione sufficientemente condivisa da costruire una rappresentazione coerente del Mezzogiorno, e sufficientemente persuasiva da essere accettata dagli interlocutori non napoletani, specialmente quando essi vi poterono ritrovare alcuni dei loro pregiudizi” . Ma a me pare che la stessa Marta Petrusewicz non abbia raggiunto la prova di chi abbia inventato la Questione meridionale se il conclusivo capitolo del suo saggio Come il Meridione divenne una Questione pone una domanda più che una risposta, recando come titolo Chi ha inventato la Questione meridonale?
E altrettanto inevaso resta il percorso, programmato nella Prefazione al detto saggio e annunciato come lo sforzo di “capire chi, come e perché ha costruito la Questione meridionale” .
Mi scuso per il ritardo con cui do la notizia. Ma se Marta Petrusewicz non si fosse fatta dominare dal novismo supe- ratore, avrebbe avuto modo di scoprire subito, e senza fatica, chi, come e perché individuò, ma non costruì, l’esistenza della Questione meridionale dopo il farsi dell’Unità di Italia. Appunto, Pasquale Villari, poi da tutti considerato come il maestro di quanti hanno fatto della Questione meridionale la loro croce, il loro cruccio, il loro assillo, la loro materia di studio, e che per primo parlò di Questione meridionale, riconosciuta ufficialmente dal Governo italiano nella seduta dell’1 dicembre 1903.
Ma prima ancora di Marta Petrusewicz avevano inteso brillare per contrapposizione - che non è mai demolizione - due giovani studiosi terzomondisti, Edmondo M. Capece- latro e Antonio Carlo con il loro irto saggio Contro la Questione meridionale, edito da Savelli nel 1972, sorgente da un “senso d’insoddisfazione che causa la lettura degli scritti più noti sul Mezzogiorno d’Italia, in gran parte d’ispirazione «gramsciana» o liberale [nei quali] troppe volte si dà peso a fattori del tutto sovrastrutturali, di dubbio valore probatorio; troppe volte la conoscenza della natura dell’economia meridionale soffre di contorsioni e ambiguità di linguaggio” .

6.           Pensiero meridionale o pensiero meridiano ?

Di Marta Petrusewicz, di Edmondo M. Capecelatro e Antonio Carlo, che negli anni Settanta fecero un po’ di rumore, non si parla più. Né ha avuto maggior fortuna nella battaglia delle idee sul Mezzogiorno, detto e fatto galeotto, il tentativo di spostare il pensiero meridionale a pensiero meridiano di cui s’è fatto asciutto e inconcluso teorico il prof. Franco Cassano. Il quale, comunque, con grande onestà intellettuale, ha più volte sottolineato che la sua ricerca si propone “soltanto di aprire una strada, di indicare una direzione di lavoro” , di dare fondamento alla scommessa che il “Sud riesca a pensarsi, a guardare se stesso con la forza di un sapere che in qualche forma già possiede” . “Il pensiero meridiano — precisa Franco Cassano — è conficcato qui, nell’idea che per un periodo troppo lungo il Sud sia stato pensato da altri e sicuramente, a partire dall’avvento pieno della modernità, sempre più dal Nord, dalla sua luce artificiale, dalla sua vita razionale e disciplinata. Da questa prospettiva il Sud è solo un insieme di attributi negativi, di inerzie, resistenze, regressioni, immaturità e vizi” . E questa esigenza d’impianto storicistico non era già stata espressa dai meridionalisti d’antan?
Precisamente da Giustino Fortunato il quale contro ogni illegittima illazione sul “tardo progredire” del Mezzogiorno puntualizzava che “nel vero suo aspetto [la Questione meridionale è la questione della] coesistenza di due civiltà, che la geografia e la storia hanno rese differenti, in un sol corpo di nazione” . E la insistita richiesta del Cassano che il Mezzogiorno torni a guardare al Mediterraneo, per i suoi traffici e il commercio delle idee, non era già nel pensiero di Luigi Sturzo? La proposta meridiana di Franco Cassano non è che una riproposizione allargata di temi e spunti del meridionalismo classico e rivoluzionario, unificati nella comune battaglia per ridare al Mezzogiorno - e su questo grande è il merito di Benedetto Croce - il suo vero volto di corpo di sapere, di civiltà, di progresso. Non c’è nulla di assolutamente nuovo nel pensiero meridiano. A meno che l’assolutamente nuovo non venga fatto coincidere con l’aggettivo “meridiano”, che sostituisce “meridionale”, e con il martellante richiamo alla centralizzazione del Mezzogiorno nel Mediterraneo.

7.           Piaccia o non piaccia, il meridionalismo creativo si apre e si chiude con la prima e la seconda generazione dei meridionalisti.

Raduno le foglie sparse.
Prima figura ad emergere nel campo del pensiero meridionalista fu Pasquale Villari, poi da tutti stimato come il maestro di tutti. Fu quello del Grande Napoletano un pensiero riformista interno alla classe dirigente borghese dalla quale intendeva strappare misure di riaggiustamento del sistema. E dall’orizzonte riformista non si staccheranno né Giustino Fortunato né Francesco Saverio Nitti, che sono astri di prima grandezza del pensiero meridionalista, mai invecchiato e mai superato. Scontarono sino alla fine che lo Stato nordista non poteva mutare la sua ragione d’esistere, tutta poggiata sulla liquidazione del Sud in pro degli interessi del Nord.
Questo capirono i meridionalisti rivoluzionari. Con partenza da Ettore Ciccotti, la testa più nuova e più dimenticata del pensiero meridionalista. Balzò, infatti, dalle sue pagine, Sulla Questione meridionale (1904), l’idea, ormai fuori moda, che il risorgimento del Mezzogiorno era possibile e attuabile solo e soltanto attraverso il superamento della società capitalistica. E sarà questo, poi, il punto di vista di Antonio Gramsci, che, però, con piglio polemico ingiusto, farà tabula rasa di tutti i meridionalisti a lui antecedenti. Non superare, ma spezzare, mandare in frantumi lo Stato centralista: su questa necessità si raccordano Salvemini, Sturzo, Dorso. Il quale, insieme al Croce dopo Croce e più esplicitamente di Croce, pone il problema della costruzione della classe dirigente meridionale, tolta dal circolo della storia e della vita politica dall’Unità d’Italia, e da quel lontano anno divenuta “un ceto politico a rimorchio della società” .
A ciò s’era arrestato il pensiero meridionalista, procedendo dalla fine dell’Ottocento agli anni Cinquanta. E dagli anni Cinquanta in poi non ci furono che note a margine sulle opere dei meridionalisti classici e dei meridionalisti rivoluzionari. Non vi furono che riassuntori, anche monocoli, dei pensatori meridionalisti, ridotti, addirittura, ad unum, al solo Antonio Gramsci, dagli intellettuali comunisti, che erano anche dirigenti di primo piano del Partito comunista (Emilio Sereni, Ruggero Grieco, Giorgio Amendola, Fausto Gullo, Mario Alicata). Non vi furono che agitatori della Questione meridionale, che ormai sembrava non avesse più bisogno di approfondimenti e sviluppi, ma di azioni per risolverla. Non aveva detto con tono liquidatorio Antonio Gramsci, già dal 1926, con il saggio Di alcuni temi della Quistione meridionale che “l’operaio rivoluzionario di Torino e di Milano [alleato dei contadini del Sud] diventava il protagonista della Questione meridionale e non più i Giustino Fortunato, i Gaetano Salvemini, gli Eugenio Azimonti, gli Arturo Labriola” ?
La parola passava alla azione. E parve che le lotte contadine nel Mezzogiorno tra il 1944 e il 1950 avessero avviato il secondo tempo del meridionalismo, auspicato da Guido Dorso. Solo auspicio. Non ci fu la saldatura tra contadini del Sud e operai del Nord. Antonio Gramsci era sconfitto sul piano del pensiero e dell’azione. Anche il sogno di Dorso — le élites, fautrici della nuova storia del Mezzogiorno — svaniva. E l’emigrazione affondava per un periodo di lunga durata, che dura ancora, il Mezzogiorno, rendendo più navigabili le acque del trasformismo. E non lasciando approdi alla Questione meridionale, che resta, ancorché dal suo impallidimento e dalla sua calcolata deformazione abbia cercato di prendere le ali la questione settentrionale. “Un’operazione in gran parte non riuscita” . Né a stendere orizzonti nuovi è valsa l’enorme fatica di Nicola Zitara, che, fattosi posto nella storia del pensiero meridionalista, con i saggi L’Unità d’Italia: nascita di una colonia (Jaca Book, Milano 1971) e Il proletariato esterno (IVI 1972), costruirà in opere successive l’idea dell’uscita dalla Questione meridionale attraverso la creazione di uno stato duosiciliano, separato dall’Italia. Lo strappo dal pensiero meridionalista è meno lacerante di quanto possa apparire. Nicola Zitara va alla sua conclusione, alla delineazione del meridionalismo separatista, poggiando piedi e testa sulla nota tesi del Nitti del Mezzogiorno colonia economica e politica e su quella del Dorso rivendicante, come leva alla soluzione della Questione meridionale, l’autonomismo, mai confuso con il separatismo. Il meridionalismo separatista di Nicola Zitara, che sia pure rozzamente e militarmente aveva fatto il suo precarioingresso nella storia d’Italia con il Movimento per l’indipendenza della Sicilia (MIS) e con il suo braccio armato, l’Esercito di volontari per l’indipendenza della Sicilia (EVIS), di Andrea Finocchiaro Aprile, che era già stato Sottosegretario con Nitti Presidente del Consiglio nel 1920, e dell’avv. Antonino Var- varo, senza un grande passato politico, non è che un’esasperazione della tesi nittiana e della tesi dorsiana. E finisce con l’essere dirimpettaio della meteora secessionnista della Lega del Nord. Ma forse il lato più grave delle ultime posizioni assunte da Nicola Zitara va oltre il suo frammischiamento con i modesti sostenitori dell’invenzione della Questione meridionale. Per lui è lo stesso Mezzogiorno che è un’invenzione, come intende inculcare l’ultimo suo libro, uscito postumo, L'invenzione del Mezzogiorno —Una storia finanziaria (Jaca Book, Milano 2011). Ricco e sovrabbondante di dati e di cifre che declinano Nicola Zitara più sul versante degli eruditi della Questione meridionale che su quello dei suoi teorici.
Piaccia o non piaccia, il meridionalismo creativo si apre e si chiude con la generazione dei meridionalisti liberaldemocratici, riformisti, rivoluzionari.

Pasquino Crupi