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Venerdì, 22 Novembre 2019

Il vescovo Sergentino Roda, poeta per disgrazia ricevuta

Dalla lingua alla lingua della letteratura. E i primi testi letterari d’un ancora promiscuo e stentato  volgare calabrese emergono nel Quattrocento. Ma non tutti in una volta sola.
Fino a qualche tempo fa si guardava in particolare ad un poemetto di Giovanni Maurello, Lamento per la morte di don Enrico d’Aragona,  come testo unico e capostipite del volgare letterario calabrese nel Quattrocento. Ricerche successive hanno riportato alla luce altri testi in lingua volgare di letterati calabresi. Voglio sottolinearlo: non è questione di una letteratura provinciale, municipale, periferica, che tale non è né nei temi né soprattutto nella lingua. Il volgare calabrese ha a modello il volgare, elaborato da Dante, Petrarca e Boccaccio, e si alimenta, specialmente, dal volgare della lirica toscana dotta e popolare. Il che taglia corto  con la  teoria della separazione della Calabria  dal resto d’Italia, data la rituale mancanza di vie di comunicazione.
Cominciamo da  Sergentino  Roda.
Sappiamo  di certo solamente  che fu vescovo di Rossano. Poco, è vero. Ma  dobbiamo accontentarci. E un po’ sadici ringraziare Dio per  la disgrazia in cui cadde  e grazie alla quale   il vescovo Sergentino Roda ha lasciato il buio per venire alla luce. È lui stesso a  raccontarci  per traslazione la sua amara  vicenda  di persecuzione, di  deposizione, di da Rossano nelle due composizioni, O bona gente, auditime e Dui de li dissipoli. Direttamente nella prima, indirettamente nella seconda. Altre notizie non si hanno e si può pensare che le accuse contro il vescovo di Rossano siano state tanto infamanti e atroci da dissuaderlo stesso il prelato dal dirne circostanziata parola.
Tutto è generico nell’autodifesa del vescovo Antonio Sergentino Roda. Non ci sono che categorie astratte: “fauci sindicata”, “mbidia et malvastate”, “gravitate”.
Non riuscì comunque al vescovo Antonio Sergentino Roda di respingere questo combinato disposto di false accuse, animato da invidia, malvagità, pravità. Eppure, se dobbiamo credergli sino in fondo, egli ebbe dalla sua parte il favore popolare, che non contò niente contro la voglia di condannare del Gran Consiglio.
Brucia quella condanna. Non per liberarsene, ma per vendicarsene, il deposto ed esiliato vescovo consegna ai posteri i nomi dei suoi persecutori, Tommaso Cossa e Giovanni Di San Michele, “fauczo arobbatore” i quali sostennero l’accusa presso il re, pressoil papa, e nel Grande Consiglio. Ma inutilmente: essi sfuggono ad ogni ricognizione storica e, quindi, ad ogni giudizio. Non ha lavorato per la storia, ma per la poesia il Vescovo.
In O bona gente, auditime Antonio Sergentino Roda racconta in versi la morte e la resurrezione di Cristo secondo il Vangelo di Marco. Non rivive in assolutezza il pathos di quella passione e non s’immerge nel mistero della resurrezione. L’episodio evangelico è di pretesto per istituire blasfemi rapporti di somiglianza tra la persecuzione di Cristo e la sua persecuzione. Quella del vescovo  Roda è ricostruzione intenzionata alla dimostrazione della sua non maculata innocenza: come, appunto, quella di Cristo. Non per questo tace del tutto la poesia dove è questione della resurrezione del Cristo e della sua rivelazione. Semmai, il silenzio della poesia si manifesta totale nella seconda parte di O bona gente, auditime. L’afflitta biografia del prelato non ha echi poetici. È spirito di vendetta messo in versi. Ma bisogna dire che Antonio Sergentino Roda sa raccontare, che è un abile versificatore. È anche capace, se non d’inventare, di allargare, ampliare, addirittura variare il testo di Marco, che si concludeva con la rappresentazione delle donne che “fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore, e non dissero nulla, perché avevano paura” (Marco, 16,8). Proprio da qui il racconto in versi di Antonio Sergentino Roda comincia la sua variazione e il suo accrescimento.
Due donne e Maddalena vanno verso Galilea. Incontrano un ortolano e lo pregano di restituire il corpo del Cristo, forse da lui trafugato. Quell’ortolano è Gesù Cristo, e si rivela, ma rifiuta di essere toccato da Maddalena, che inutilmente lo invoca e lo prega di farsi baciare la veste rilucente. Ella, piuttosto, dovrà recarsi dai suoi discepoli e dir loro che Cristo è risorto. Ciò che avviene. I discepoli credettero, dice Antonio Sergentino Roda, in contrasto con Marco che afferma il contrario. Più stringato, quasi sincopato, è il racconto, sempre in versi, dell’apparizione di Gesù Cristo ai due discepoli sulla via di Emmaus.
Antonio Sergentino Roda lo riprende da Luca. Vanno tra loro parlando e contristandosi della morte di Gesù, che, raggiuntili, procede al loro fianco senza rivelarsi. E domanda ragione di quel loro vasto contristarsi. Siamo tristi, rispondono i due discepoli: Cristo è stato accusato ingiustamente, è stato arrestato e inchiodato sulla croce e su quella croce è morto. Essi, però, non hanno perso la speranza nella sua resurrezione. Cristo rivelato li consola, ricordando che quel sacrificio era necessario, che così avevano predetto i profeti: “Et incommenzau a dichere / De le prophete lu dittu, / Prima de Moyse / Et de l’autri lu derittu”. Qui la versificazione dell’episodio evangelico si arresta. Antonio Sergentino Roda non prolunga il racconto: Gesù che va con i due discepoli verso Emmaus, la rivelazione di sé ai due discepoli, la sua sparizione, l’annuncio della sua resurrezione.
Scompare da Dui de li dissipoli la coda attaccaticcia e posticcia della sventura personale del vescovo Roda, che, di tutta evidenza, non vuole ripetersi. Si sente, però, ugualmente qualcosa di sordo, d’impoetico, d’incompleto. La poesia religiosa non è un genere facile. Antonio Sergentino Roda non si pone neppure il problema. Egli scriveva per difendersi. Grazie all’astuzia della ragione, ha un posto nella storia della letteratura non per quelloche dice, ma per come lo dice. Il linguaggio del vescovo Roda, pur ricco di latinismi, dà un contributo allo sviluppo del volgare calabrese illustre, della sua grammatica, della sua sintassi, della sua fonetica. Il modello di riferimento è sempre quello dell’area linguistica toscana: a ulteriore dimostrazione che non c’è nulla da sprovincializzare della non provinciale letteratura calabrese. Semmai, portando sgomento, si tratta di provincializzarla, di ricondurla, cioè, dentro il recinto dei problemi della Calabria senza voce.