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Venerdì, 15 Novembre 2019

In odium fidei: don Pino Puglisi ammazzato dalla mafia

A colloquio con monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo metropolita della Diocesidi Catanzaro-Squillace, postulatore della causa che,  il prossimo 25 maggio a Palermo, porterà alla beatificazione di don Giuseppe Puglisi, il coraggioso parroco di Brancaccio, assassinato dalla mafia il 15 settembre del A colloquio con monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo metropolita della Diocesidi Catanzaro-Squillace, postulatore della causa che,  il prossimo 25 maggio a Palermo, porterà alla beatificazione di don Giuseppe Puglisi, il coraggioso parroco di Brancaccio, assassinato dalla mafia il 15 settembre del 1993, che “non è stato un prete contro, ma per l’uomo,  un sacerdote  che ha avvertito il bisogno incoercibile di proporre, in ogni modo e con ogni mezzo, la verità di Cristo”.

Monsignor Vincenzo Bertolone


Monsignor Bertolone è autore del  libro-documento “La sapienza del Sorriso. Il martirio di don Giuseppe Puglisi”, edito da Saggistica Paoline.   Un libro che “non ambisce a essere biografia, ripercorre per brevi cenni le tappe biografiche, pastorali e giudiziarie della vicenda terrena di don Puglisi e affronta con maggiore profondità le ragioni e le cause del suo martirio”.
L’incarico al quale  monsignor Bertolone è stato chiamato, nella causa di beatificazione, è stato particolarmente importante e delicato.
La figura  del postulatore, che  è prevista dal diritto canonico, ha infatti il compito di evidenziare,  mediante un’indagine prolungata, approfondita e rigorosa, documentando vicende e realtà dei fatti, se il candidato al riconoscimento di santità, abbia veramente  posseduto  ed esercitato in vita  quelle virtù che preludono alla canonizzazione. Monsignor Bertolone, nello specifico della causa, “nell’ultima e decisiva fase – come riferito dal cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, nella prefazione al libro  –  ha saputo fornire alla Congregazione della Causa dei Santi quegli ulteriori elementi di giudizio richiesti dalla Santa Sede per una definitiva valutazione del caso”.
Valutazione che  ha portato alla promulgazione del decreto con la  pronuncia sul martirio di don Pino Puglisi, assassinato in odium fidei. Padre Giuseppe Puglisi è il primo martire di mafia ad essere ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica.

Un martire ucciso per mano della mafia a causa del suo impegno evangelico e civile. Che cosa ha rappresentato il riconoscimento del martirio nella causa di beatificazione?

Il riconoscimento del martirio da parte del Santo Padre significa che don Pino Puglisi è stato ucciso in odio al suo ministero sacerdotale. La sua azione a favore della giustizia, della pace, della dignità, della promozione dei piccoli affinché  fossero liberati dalla malapianta della mafia è stata la ragione di fondo per la quale Bagarella, il capo dei capi della mafia, e i Graviano che erano i capi di Brancaccio  si vedevano togliere il terreno sotto i piedi in quanto la gente non dipendeva più da loro,  e don Pino Puglisi doveva essere eliminato perché in quel territorio non ci doveva essere altro Dio che il dio di “Madre natura” cioè la mafia.


Che cosa altri sacerdoti o forse noi tutti dovremmo prendere ad esempio da don Pino Puglisi. La sua vita  quale messaggio ha lasciato?

Don Pino Puglisi


L’uccisione di  Puglisi, che fa seguito all’intervento fortissimo  del maggio  1993 di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, segna uno spartiacque tra un “prima” ed un “dopo”.  Se fino a quel momento molte cose non si comprendevano riguardo la vera natura della mafia, dopo,  grazie anche alla ricchissima letteratura edita  soprattutto in Sicilia  sul fenomeno mafioso,  in pratica conosciamo quasi tutto. Non possiamo più non prendere posizione sia a livello civile, sia a livello ecclesiastico  riguardo  un’organizzazione che è in sé antievangelica e  atea.  Il messaggio del Vangelo non ha niente da spartire con la natura e la realtà della mafia.  La beatificazione deve portare tutti ad una riflessione sincera, autentica, profonda per non  correre il rischio di essere criticati, e  come diceva Sciascia,  di passare per persone che fanno antimafia solo verbale, ma dobbiamo concretizzarla, incarnando il messaggio evangelico.  A livello ecclesiale significa che un credente non può assolutamente fare parte della mafia, sotto nessuna forma, non può avere atteggiamenti mafiosi, di prevaricazione, di privilegio. Un credente deve agire secondo il  Vangelo, sapendo che  così operando   fa già  antimafia.


Cosa ha rappresentato per lei essere il postulatore della causa di beatificazione?

Innanzitutto è doveroso che si sappia che io sono diventato postulatore di questa causa nella fase finale. La prima fase, avviata dal cardinale De Giorgi, è stata portata avanti in Sicilia da alcuni sacerdoti palermitani  e nella fase romana da don Mario Torcivia, anche lui  di Palermo. La Congregazione delle Cause dei Santi  il 12 dicembre del 2006  aveva chiesto di  approfondire alcuni aspetti. Così la causa si è   fermata fino al 2010, anno in cui il cardinale di Palermo, Romeo, mi ha chiesto di  riprenderla, seguirla e portarla a termine. Una precisazione dovuta al merito di coloro che se ne sono occupati in  precedenza. Che significa essere postulatore? Ho  studiato le difficoltà e assieme ad alcuni studiosi ho cercato di rispondere in maniera chiara, nitida, inoppugnabile, ai  rilievi  posti dalla Congregazione delle Cause dei Santi per capire sia il fenomeno mafioso, sia  se don Puglisi fosse stato ucciso proprio per l’esercizio del suo ministero sacerdotale, o  per altre ragioni. Ho appurato e documentato che  il martire  non aveva ostacolato interessi economici della mafia, né ha tolto la libertà ai mafiosi, come possono fare i magistrati: ha annunciato il Vangelo con la testimonianza operosa della vita. Unica sua forza, “scorta” e  corazza erano la fede, la presenza di Cristo nella sua vita.

La diocesi di Catanzaro come vivel’appuntamento del 25 maggio?

La diocesi si sta preparando con molto scrupolo, con molto interesse,  con grande convincimento e a mio avviso la riflessione che stiamo facendo oggi assieme  lo dimostra. Andremo in altre due o tre scuole, forse  in altre  ancora, ma sono iniziative spontanee, non organizzate da noi. Ciò mi fa piacere perché Puglisi parla ai  cuori e ci vuole  retti, fedeli al Vangelo,  protesi al bene in un mondo in cui si annuncia tutt’altro messaggio.

Sono a conoscenza che ci sono  ad oggi, almeno  dieci pullman prenotati dai fedeli che si recheranno in Sicilia, ma ritengo che  aumenteranno. Mi pare  che la preparazione sia degna di grande attenzione e di grande rispetto e di questo mi congratulo con i sacerdoti e con i fedeli per l’amore che hanno verso questa nobile figura e  che verranno a Palermo insieme a me.