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Venerdì, 22 Novembre 2019

La lingua dei "Calavresi" nel "De vulgari eloquentia" di Dante

Il Quattrocento è il secolo dell’Umanesimo, anche questo negato alla Calabria  dove perdurava il feudalesimo. Mai  tesi fu più storicamente sconnessa.  Gli umanisti calabresi fiorirono al di fuori delle corti e, quando vi  si riversarono, segnarono il cammino per tutti.  Il Quattrocento è il secolo dell’Umanesimo, anche questo negato alla Calabria  dove perdurava il feudalesimo. Mai  tesi fu più storicamente sconnessa.  Gli umanisti calabresi fiorirono al di fuori delle corti e, quando vi  si riversarono, segnarono il cammino per tutti.  Questa  la scena culturale.
Pietro Pitali di Pentidattilo di Melito (Reggio Calabria), monaco basiliano e abate di Grottaferrata, scrisse: Epistolae (Lettere), Aritmetica (Aritmetica), I numeri (Geometria), Super inventione festi Paschalis (Sulla invenzione delle feste pasquali).
Famoso per la sua cultura greca fu Angelo Calabrese, detto Angelo Greco. Francesco Arcieri, vescovo di Squillace, è autore del De fide cattolica (La Fede cattolica). Girolamo Tagliavia in un suo libro andato perduto avanza l’ipotesi che la terra giri attorno al sole. A Niccolò Telesio è attribuito il poemetto, mai ritrovato, De Venetiarum laudibus (Le lodi di Venezia).
Umanisti di lingua greca furono Riccardo Blasco di Rossano (Cosenza) e l’abate Raimondo di Strongoli (Crotone).
Nel campo della storiografia svetta a Milano Giovanni Simonetta per l’opera storica, Commentarii rerum gestarum Francisci Sfortiae (Presso Antonio Zaroto, Milano 1479: Commentari delle imprese di Francesco Sforza). Li aveva iniziati nel 1470 e completati nel 1479. L’opera comprende il periodo, che va dal 1420 al 1466, l’anno della morte di Francesco Sforza. Il fratello di Giovanni Simonetta, Cicco, era primo ministro di Francesco Sforza. Quando nel 1466 Francesco Sforza morì e il ducato finì nelle mani di Lodovico il Moro, Cicco e Giovanni furono arrestati nella notte dell’11 settembre 1479. Cicco, accusato, tra l’altro, di eresia e sodomia, fu condannato a morte. Giovanni fu graziato.
Ma destinato a lasciare un grande nome nella storia dell’Umanesimo italiano fu Giulio Pomponio, nato ad Amendolara di Cosenza nel 1427. Al paese non rimase per molto. Andò a Roma dove era papa Paolo II (1464-1541). Insegnò per qualche tempo.
Era un maestro eccezionale. Fu accusato insieme ad altri autorevoli umanisti di avere offeso il papa Paolo II e di volere cacciare il Papa. L’imputazione era totalmente falsa.
Ma Giulio Pomponio Leto fu ugualmente arrestato, processato e infine liberato dal carcere nel 1455. Ritornò ad insegnare e a studiare gli amati autori latini. Morì il 21 maggio 1497, pianto da tutti.
Scrisse libri di vari argomenti: una storia di Roma, Romanae Historiae Compendium, un trattato sulle leggi e la religione di Roma, De romanorum Magistratibus, Sacerdotiis, Jurisperitis et Legibus: ad M. Pantagralium libellus , tradotti in lingua italiana e pubblicate da Francesco Baldelli nel 1549 a Venezia. E ancora opere sulla poesia di Virgilio, come: Interpretatio in Aeneide Virgili (Magonza 1490), Commentaria in Virgili, Bucolica et Georgica (Basilea 1486). Con  il De Romanae Urbis Vetustate (Roma 1515). produsse la prima grande guida archeologica della Città eterna.
Tale il quadro generale. Ma la questione, che ci riguarda centralmente, è l’apparizione dei i primi testi letterari calabresi in lingua volgare solo nel Quattrocento. E mi pare opportuno partire da una premessa necessaria: questa. Ha gravato un’ ingiustizia storiografica sul ritardo della nascita della lingua italiana rispetto alle altre lingue neolatine.
Questa ingiustizia storiografica è stata rimossa, essendo stato ampiamente dimostrato che il rimproverato ritardo è solo presunto e non effettivo, e da spiegare con la persistente tradizione  della lingua latina ( L. Russo, La genesi naturalistica e il ritardo della letteratura italiana, in L. Russo, Ritratti e disegni storici- Studi sul Due e Trecento, Serie terza,  Laterza, Bari 1951, pp. 14-25).
C’è subito da dire che siffatta ingiustizia storiografica non è stata rimossa per quanto attiene la nascita del volgare letterario calabrese, oggettivamente – ma solo oggettivamente – tardo a manifestarsi. E da mettere nel conto della perdurante tradizione di pensiero, che propizia l’uso della lingua latina in tutti i tutti campi del sapere: non solo il campo della scienza, della filosofia, della teologia, della storia, ma anche  in quello delle humanae litterae. Il latino è la lingua dei dotti ed è la lingua dei letterati. Non a caso, in proposito di quest’ultimi, il filosofo e storico della filosofia Francesco Fiorentino (1834-1884) scrive che ancora nel Cinquecento e nel Seicento “tutti gli scrittori dell’Italia meridionale […] valgono più come latinisti che come scrittori italiani. Si direbbe che ci fossero ancora popoli latini, con l’innesto greco, anziché popoli nuovi, parlanti in lingua moderna” (F. Fiorentino, L’Accademia cosentina nel secolo XVI, in F. Fiorentino, in L’Accademia cosentina e la filosofia di Bernardino Telesio, Marina di Belvedere Marittimo,Cosenza 1989 - I ed. Firenze 1872- pp. 138-139).
Non ragioni di razza, ma di cultura sono alle radici del presunto ritardo della nascita del volgare calabrese.
Il problemadelle origini di una civiltà culturale è assai duro. Diventa, addirittura, arduo quando sulla lingua, che costituisce il suo primum movens, manca una opportuna e coerente documentazione scientifica. È in questo quadro di difficoltà che si muove lo storico della lingua e della letteratura calabrese. Né è di molto soccorso la testimonianza di Dante, che nel De vulgari eloquentia (1. I) fa rapido accenno alla lingua dei “Calavresi”. Da dove la lingua dei “Calavresi” traesse origine Dante non dice e non poteva dire.
Al silenzio, non solo di Dante, sulle origini del volgare calabrese si aggiunge un altro silenzio: quello che ha riferimento alla quantità e alla qualità della lingua dei “Calavresi” in epoca prenormanna, normanna e sino al secolo XIV.
“Dove c’è un poeta, o un retore, ivi nasce (nel Duecento) una lingua municipale illustre”, scrive un maestro della critica letteraria, Luigi Russo ( L. Russo, Ritratti e disegni storici - Studi sul Due e Trecento, cit., p. 34).
Nella Calabria del Duecento mancano i poeti. E bisogna  attendere  il  Quattrocento per avere in mano  i primi testi letterari del volgare calabrese.