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Sabato, 17 Agosto 2019

“National Geographic”: uno sguardo sull’Area dello Stretto

Antonio Politano, cosentino di nascita, grande fotografo e giornalista. Un reportage per  raccontare una realtà difficile ma suggestiva come lo Stretto da un osservatorio privilegiato.

L’importanza di orientare gli occhi verso qualcosa di significativo, l’educazione allo sguardo, la ricerca delle luci migliori inseguendo, a scapito di numerose ore di sonno, il principio e la fine di ogni giornata. Pane quotidiano per “National Geographic”, l’istituzione che da oltre un secolo è impegnata nel racconto del mondo attraverso lo strumento del reportage.

Il Fotografo e giornalista Antonio Politano.  Copyright Bluocean Srl


Di questa preziosa attività è testimone Antonio Politano, cosentino di nascita, figlio del mondo d’adozione, protagonista nel corso di questa estate di un brillante progetto firmato “Bluocean”, società reggina impegnata nel settore artistico e culturale che ormai da diversi anni ha al suo fianco come partner il colosso statunitense. Un workshop itinerante (Sicilia, Toscana, Veneto e Calabria), “Da nord a sud. Quando il viaggio diventa fotografia”, un mix tra pratica e teoria lungo paesaggi marini e montani, borghi e città, per capire cosa si cela dietro un reportage fotografico. Dell’avventura di sei giorni dedicata all’Area dello Stretto di cui è stato il responsabile, abbiamo parlato con Politano, fotografo e giornalista, fra le altre cose per “La Repubblica” e “National Geographic Italia”. Politano è inoltre autore di alcune pubblicazioni, tra cui l'”Agenda del viaggio” e “I colori della luce”. Dirige “Sguardi”, rivista online di fotografia e viaggio. Ha esposto, in collettive e personali, in Italia e all'estero. Insegna in master e workshop dedicati alla fotografia e alla scrittura in viaggio. Cura il programma del Festival della Letteratura di Viaggio. “E’ molto importante – ci dice Politano subito dopo aver consegnato gli attestati ai proprio corsisti - che questo tipo di iniziative nascano in Calabria su iniziativa di realtà che operano sul territorio. Con grande entusiasmo devo dire, un gruppo di fotografi che lavorano per National Geographic, tra cui il sottoscritto, si è ritrovato intorno al progetto realizzato da “Bluocean”.

Tu in particolare sei stato protagonista anche del workshop nella “Val di Noto”. Ma è dell’ultimo che vogliamo parlare, “Area dello Stretto prima del ponte, terra crocevia di culture”.
“Il ponte, se mai ci sarà, allude comunque ad una separazione che può essere unione fra due territori, due comunità che in un’ottica più allargata possono ritrovarsi all’interno di un’area segnata dal fascino del paesaggio, dalle eredità culturali e architettoniche e non ultimo, dalla contemporaneità. Un aspetto centrale del reportage infatti, è dato proprio dal racconto della vita quotidiana delle persone che abitano i luoghi.  A Reggio siamo partiti dal lungomare, passando per le celebrazioni mariane fino ad arrivare al laboratorio di restauro dei Bronzi, a riprova del fatto che una terra può essere raccontata attraverso più elementi, la natura, la gente, la storia, la memoria”.

Copyright Bluocean Srl


Immagino che osservando i luoghi della punta estrema della Penisola, anche un occhio esperto come il tuo, debba necessariamente fare i conti con gli innumerevoli contrasti che nel bene e nel male, la natura e l’opera non sempre pregevole dell’uomo, hanno generato nel corso degli anni.
“Colpisce senza dubbio il contrasto tra la montagna, il mare e un processo di antropizzazione che ha riguardato in modo massiccio i litorali. Una costante inoltre sotto il profilo paesaggistico è la sensazione di apertura, l’avere sempre qualcosa di fronte, in questo caso la Sicilia, un orizzonte aperto che fa a sfondo ad uno Stretto in continuo movimento. Una terra che al primo impatto mostra tutte le sue enormi potenzialità ancora non adeguatamente valorizzate”.

In questo senso quando si parla dell’Area dello Stretto il tema più ricorrente è legato al ponte che ormai da mezzo secolo divide i territori interessati e l’opinione pubblica, tra favorevoli e contrari. Per un fotoreporter invece come cambierebbe il paesaggio se un opera simile venisse realmente realizzata?
“Cambierebbe totalmente, anche se è difficile dire se più in bene o in male. Sicuramente sarebbe una presenza così invasiva da stravolgere radicalmente il modo stesso di guardare il paesaggio. Certo ci sono nel mondo dei ponti che hanno contribuito a migliorare i luoghi, basti pensare ai casi più noti come San Francisco, Istanbul o quelli in Norvegia. Qui non saprei cosa potrebbe accadere, per il momento comunqueè molto interessante raccontare il vuoto che c’è fra la Calabria e la Sicilia che a mio parere rappresenta già di per sé una presenza molto forte”.

A tuo avviso la fotografia e come in questo caso, la presenza di un gigante mondiale del settore come “National Geographic”, può contribuire al rilancio di un territorio?
“Sì soprattutto quando il racconto della realtà non mette in luce solo gli aspetti promozionali, ovvero le “cose da vedere”, ma descrive come vive la gente in modo trasparente, informando, favorendo un’autentica conoscenza dei luoghi”.

Un momento della processione della Madonna della Consolazione a Reggio Calabria. Copyright Bluocean Srl


In questi giorni vi siete anche tuffati nel vortice di fede e tradizione che caratterizza le festività patronali a Reggio Calabria e in particolare la processione con la sacra effigie della Madonna, rito che si ripete da quasi quattro secoli. Con quale approccio si osservano eventi di questo tipo?
“Abbiamo cercato di conquistare un punto di vista privilegiato, a diretto contatto con i portatori della Vara, usando grandangoli per cogliere i movimenti della folla da vicino e teleobiettivi per ritagliare porzioni di panorama da lontano. Sempre però mantenendo un atteggiamento di rispetto, votato esclusivamente al racconto di quanto stava avvenendo”.

Di situazioni analoghe in cui cioè, fede e tradizione popolare si fondono insieme immagino che ne avrai viste molte in giro per il mondo. A proposito quali sono i tuoi prossimi progetti?
“Prossimamente sarò in India in mezzo a dei pellegrini stimati in circa dodici milioni. Eventi di questo tipo a tutte le latitudini presentano sempre dei tratti in comune. E’ sempre un lavoro molto delicato, bisogna muoversi anticipando i movimenti, studiando più punti di vista, per cercare ad esempio di cogliere dentro un evento complesso i tanti momenti di intimità. E poi c’è un progetto molto grande che mi porterà nei prossimi due anni sulle terre di confine dei vari continenti per osservare da vicino il tema della frontiera”.

Come definiresti infine la tua “calabresità”?
“Mi sento sempre un uomo del Sud dove torno ogni tanto, anche se le mie radici sono diventate mobili con il tempo. Credo che sia importante andare al di là delle proprie origini, aprirsi il più possibile. L’essere nato in Calabria mi ha certamente dato una sensibilità maggiore che poi è maturata aiutandomi nella conoscenza del Sud e del Nord del mondo".