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Giovedì, 19 Settembre 2019

Quell’indimenticabile primo giorno di scuola

In quell’agosto del 1958 le discussioni  se lasciare o meno il vecchio paese di Brancaleone si susseguivano serrate in casa. Eravamo rimasti  solo noi a  resistere all’abbandono  di quella sorta di fortezza  issata su bastioni rocciosi incrollabili, che né i In quell’agosto del 1958 le discussioni  se lasciare o meno il vecchio paese di Brancaleone si susseguivano serrate in casa. Eravamo rimasti  solo noi a  resistere all’abbandono  di quella sorta di fortezza  issata su bastioni rocciosi incrollabili, che né i terremoti né  le alluvioni  avevano minimamente scalfito.  La  nostracasa grande che dava sulla piazza sembrava una nave in partenza dal porto, attraccata tenacemente ai resti del vecchio castello dei Ruffo.  Io, ch’ero il più piccolo dei  quattro  fratelli, la esploravo in ogni angolo e tutto mi era sempre più familiare. Mamma   mi raccomandava di non andare nella Carcereglia , uno stanzone grande scavato nella roccia con una colonna al centro ed un’apertura che   guardava lo splendido mare Jonio a tre chilometri: c’era il rischio di scivolare e cadere nella strada sottostante . Era il naturale deposito di legna e  mazzi di rami per il focolare  e per il rito settimanale del pane.
Si stava avvicinando l’apertura delle scuole e mamma voleva che non affrontassi le fatiche quotidiane  cui si erano sottoposti i miei fratelli che frequentavano le scuole nella  frazione di Razzà, appollaiata ai piedi della nostra collina, dalla cui sommità si spaziava  estasiati da Capo Spartivento a Punto Stilo e ammirando, incantati, nelle  giornate terse invernali  il Mongibello  fumante.
Specie  nelle giornate di pioggia  dal balcone  io e mamma seguivamo con ansia le tante difficoltà e i pericoli incontrati dai miei fratelli per salire al vecchio paese.
Papà, da vecchio socialista, voleva restare e continuava a ripetere che era da insensati abbandonare un paese che non aveva subito danni ,certificati solo sulla carta dalle solite  bocche fameliche e dai giochi di potere e di interesse delle famiglie blasonate che  guardavano alla marina  come un nuovo   paradiso. Il popolo aveva volentieri aderito a questo progetto  sfollando in fretta  e furia nei grandi stanzoni del consorzio agricolo  e ingozzandosi di provola , tonno e mortadella.
Le nostre terre, coltivate con cura da papà e dal servo Rosu,  erano facilmente raggiungibili e dalla piazza riuscivamoad ammirarle. Mamma  controbatteva che senza luce e senza acqua non si poteva più andare avanti .Il sistema di   raccolta delle acque piovane in un pozzo scavato  nella roccia e abitato da alcune anguille  bastava solo per le pulizie di casa e per la  vucata settimanale .  Sacrifici durissimi   che il miraggio della marina  prometteva di annullare o quasi .
A sera dalla piazzetta osservavo estasiato la luce azzurrina dell’insegna   luminosa  del bar Valastro e cercavo di decifrare le voci confuse , i richiami , gli strilli e gli schiamazzi che la vallata sottostante , punteggiata  di luci  fioche , ci  faceva arrivare.
Al mattino l’incantesimo finiva , riprendevo a scorazzare con i miei fratelli  per il paese abbandonato, Il giro terminava sulla piazza  e, mimando a braccia  aperte un aeroplano, continuavo a gridare , piegandomi su un  fianco:” Apparecchiu  mericanu spara bumba e se ne va ! “
Mamma finì con lo spuntarla. Scese con mio padre  e trovò casa, pagando un anticipo di venti mesi al  signor  Toscano , detto “cruciotu” ,  intelligente capo indiscusso dei  comunisti ‘bbarraccoti .  Gli ultimi giorni  furono convulsi e pieni di lavoro per il trasloco. La notte del 28 settembre non chiusi  occhio. Se da un lato mi affascinava  la nuova realtà che avevo intravisto  nelle poche volte che scendevo alla marina per la fiera e la festa di San Pietro , dall’altro ero sicuro che  in quella casa grande , tra quelle stradine, sospese nel cielo  e che mi avevano accompagnato  negli anni più felici della mia vita, non sarei più tornato a viverci. Ripassai a memoria ogni casa, le  facce che l’avevano abitate, i posti segreti  dove andavamo a nasconderci per i nostri giochi, l’altare della chiesa e i suoi angeli sospesi in alto, l’effige della Madonna del Riposo  dove andavo  ogni giorno a cambiare l’olio della  lumera  che  affumicava parte dei dipinti affrescati sulla roccia dai monaci basiliani, le foto delle tombe del  piccolo cimitero che talvolta si animavano e sembravano  volersene tornare con noi in paese,il vecchio   trappito di Terminelli,dove  andavo a portare la cena a papà e ai trappitari, con le macine di olive ben sistemate  negli zimbuni.
Il tragitto in camion fu  breve e fummo accolti con  grande  gioia dai nuovi vicini di casa : compare Filippo, comare Vittoria, Bettina e Vincenzina.  In due giorni la casa era ben sistemata e  la vigilia del primo giorno di scuola mamma mi fece indossare il grembiule  che aveva cucito con cura. Era  bluastro e   a me non  piaceva perche  preferivo averlo  nero come mio   cugino Gino  che lo aveva comprato dal  barese.
La mattina ci svegliammo tutti presto  perché mamma aveva deciso di fare il pane e delegò nonno Ciccio , suo padre ,ad accompagnarmi a scuola. Piansi per  tutto il tragitto , in verità breve, e mi giravo  a salutare mamma  tutta presa ad infornare il pane e ad arrostire poi le cipolle e i peperoni  sulle braci  poste all’imboccatura e di cui eravamo  ghiotti.
Nonno Ciccio, in vestito e cravatta portati dalla sua vecchia  Merica, dove era stato per più di trent’anni a lavorare come barbiere, cercava di calmarmi. Invano, perché il mio pianto davanti alla porta della scuola, una casa privata di  proprietà di Mariuzza Franzè,  divenne più insistente e non c’era verso  di farmi entrare . Singhiozzavo e  guardavo la mia vecchia casa  a portata di mano , lassù sui bastioni rocciosi , sullo sfondo di un cielo azzurro come non mai . Le carezze del nonno e le parole della maestra mi calmarono e varcai la fatidica soglia tutto imbronciato  con i due quaderni e il lapis in mano. Vincenzina , mia nuova vicina di casa ,mi regalò  un sorriso e mi prese per mano facendomi sedere  nel suo banco, che sentii ruvido e scomodo. Mi sentivo impacciato e continuavo a guardare di sottecchi  la faccia austera della maestra , alta e grossa , con un viso dolce e  accattivante , e capii che un nuova avventura stava per iniziare . Appesi ai muri c’erano delle carte geografiche e le guardai con distacco. Quel crocefisso  dietro la cattedra mi trovava in perfetta sintonia . La maestra volle sapere i nostri nomi e ci disegnò  delle aste sul quaderno a righe larghe.
All’uscita tornai a casa con Vincenzina e   mamma sulla soglia della cucina   ci porse un pezzo di pitta calda, fritta in padella ,e   alla mia nuova compagna di banco regalò un pane caldo da poco sfornato.
Insieme andammo   nel suo cortile e i suoi sorrisi , accompagnati da un parlare svelto  e vezzoso , mi  addolcirono il dolore per l’abbandono di quel vecchio paese che ogni  mattina , andando a scuola, osservavo con stupore e tristezza, sperando un giorno di ritornarvi per sempre per poterlo amare ancora di più.

Gianni Carteri  Saggista e autore di numerose pubblicazioni, massimo esperto di Cesare Pavese in Calabria