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Mercoledì, 11 Dicembre 2019

Il profondo Sud di Abate conquista il “Campiello”

“Credo  che sia venuta alla luce Krimisa . O comunque una città antichissima. Anzi , sono sicuro che è Krimisa…”
Io stavo muto , concentrato a scansare gli alberi sulla strada e le pozzanghere più viscide . E intanto cercavo e non trovavo le parole più semplici che avrei voluto dirgli, quelle di gratitudine per la storia che avevamo vissuto e che un giorno avrei raccontato a mio figlio . Promesso ,pà . (…)Ero felice, si. Perché nel fulgore di quella mattinata finalmente limpida mio padre era ancora vivo e mi aspettava sulla nostra collina per un ultimo abbraccio, il più importante della mia vita.”

Sono le battute finali del  romanzo  La collina del vento , edito da Mondadori , con il quale il calabrese Carmine Abate ha stravinto il Super Campiello 2012 sulle orme di Saverio Strati che 35 anni fa vinse il premio degli industriali veneti con  Il selvaggio di Santa Venere.
La Calabria   si riappropria così della sua nobile tradizione letteraria , alzando  con questo coinvolgente romanzo di Abate , il   profilo sempre più basso della  narrativa italiana, ridotta  a velleitario e piatto intrattenimento .
Conobbi Carmine Abate nel maggio 2007  alla Fiera del Libro di Torino dove eravamo stati invitati ( c’era pure Vito Teti) a parlare di Calabria. Mi colpirono  la sua disarmante semplicità e  il suo  sguardo profondo . Il viso celava  la forza del suo peregrinare ,del suo vivere per addizione e dava  al suo argomentare la pregnanza  di  una storia umana e letteraria intensamente vissute.

Tutti e tre convenimmo che la cultura e la letteratura dovrebbero servire per abbattere tanti luoghi comuni sulla nostra terra attraverso la narrazione di storie  autentiche, Mi confidò che stava lavorando ad una nuova storia  ( era da poco uscito La festa del ritorno che nel 2011 è stato tra i cinque libri più venduti negli Stati Uniti) ambientata in Calabria, recuperando la nostra memoria più preziosa e facendo sentire i calabresi meno soli.
La collina del vento racconta il Novecento di una famiglia calabrese attraverso tre generazioni che vivono in simbiosi con la  terra-madre , da dove  può partire il riscatto e dove  i profumi, i colori e i miti di una   civiltà  millenaria alimentano sogni e mondi  nuovi possibili.
Era un miscuglio di ginestra e sambuco in fiore, di origano e liquirizia, di cisto , menta e malva selvatica , che la brezza marina faceva roteare sulla cima della collina come un’aureola invisibile.”
Una collina che dà al romanzo un sapore noir, con i segreti sepolti e svelati solo alla fine, con un intreccio narrativo fitto e intarsiato ,come i tappeti della gente italo-albanese .Una collina che ha nelle sue viscere i resti di un’antica civiltà che Paolo Orsi si ostina a portare alla luce  e che darà alla famiglia Arcuri la linfa vitale del  loro  riscatto  socio –economico.
Carmine Abate rende così omaggio ad una figura che ci delinea  con la sua ormai matura e trasparente scrittura.
L’officina letteraria di Abate ha una lunga  storia e l’ultimo romanzo riesce  a condensare  e sintetizzare con seducente ritmo narrativo  un percorso via via in crescendo ,come nelle migliori  sinfonie:
Paolo Orsi si aggirava in mezzo ai ruderi come un fantasma alto e silenzioso . (…)
Il bambino  inseguiva quasi di corsa il passo lungo del professor Orsi e , soprattutto, le sue parole difficili che cercava di memorizzare come una  poesia di cui non si comprende il senso per il suono ammaliante , per enigma che cela. Raccontava e camminava instancabile, il professore , fiutava l’aria  e tastava il terreno. Teneva una mano pigiata sul suo cappello per paura che gli volasse via .  E intanto continuava a camminare e a parlare.(…) Il vento non smette mai di fiatare sulla collina, sale dalle timpe, dalla fiumara o dal mare ,scuote gli alberi, accarezza il cocuzzolo giorno e notte , ruzzola lungo i pendii come un bambino felice, ma quando si arrabbia sono guai: vortica risucchiando ogni cosa, polvere , rametti spezzati, foglie , spine e breccia , che scaglia tutt’intorno con la furia di un vulcano impazzito.”


E’ anche poeta Carmine Abate (il suo primo libro è una raccolta di poesie) e impregna le sue pagine con una scrittura sanguigna e carnale, frutto delle origini arberesche ( è nato a Carfizzi in provincia di Crotone un paese italo –albanese a 50  chilometri dalla Sila e a  circa venti dalla costa jonica) che infarciscono  il linguaggio di tanti fonemi  dai suoni antichi  ,che trasudono radici incancellabili per chi ci è nato (  ciotìe, sanizzi e sperti, viaggèri,guagnuno,figliuma,mutucitto ecc.)

Il comune di Carfizzi che ha dato i natali allo scrittore Abate


La collina del Rossarco intorno alla quale ruotano tutte le vicende di questo romanzo è l’emblema del possibile  riscatto del Sud. Una famiglia , gli Arcuri , nelle cui vene scorre  sangue socialista, disposta a difenderla dai bramosi attacchi del feudatario Don Lico  ( riecheggia la figura di  Don Luigi Nicota de  I fatti di Casignana di Mario La Cava ) che alimentava l’autoritarismo del nuovo regime fascista  e dei maffiosi d’ultima generazione  con le scarpe lucide, pronti  a devastare le “mammelle” calabresi con le pale eoliche  o sfigurare le  coste con   giganteschi scheletri di cemento incompiuti.
Un riscatto che alimenta anche il meridionalista Umberto Zanotti Bianco che parlava – scrive Abate – come un libro stampato .
Michelangelo Arcuri, testimone fin da bambino della  “resistenza” degli Arcuri lo incontra ed entra subito in sintonia:
“ Il loro obiettivo  tenace era di saldare il passato remoto al presente e svelare al mondo e agli stessi ignari calabresi la grandezza di una terra conosciuta solo per la povertà e l’arretratezza della popolazione e la violenza dei mafiosi . Mio padre era entusiasta delle parole che ascoltava. Il sud ha bisogno di gente così , onesta e concreta, per risorgere.”
Sulla intensa copertina de  La festa del ritorno  sono riportate le parole che Vincenzo Consolo dedicò a Carmine Abate, sintesi mirabile della sua poetica che trae origine da un’oralità antica , linfa segreta della narrativa  del Sud : “ Uno scrittore che si distingue per visione civile del mondo, impegno della memoria e originalità di scrittura.”
La lezione di Pavese, di Alvaro , della letteratura  del Sud America hanno lasciato il segno in Carmine Abate che riesce a restituirci il fascino  di una civiltà contadina di  pasoliniana memoria , troppo in fretta messa in soffitta dallo  sregolato e devastante  sviluppo economico.
Non a caso Abate ritorna sulle lotte contadine calabresi per la conquista delle terre. Un accenno rapido ma che serve a denunciare la mancata realizzazione di una vera riforma agraria che di fatto generò poi l’emorraggia emigratoria degli anni cinquanta  e la conseguente forza intimidatoria della ‘ndrangheta,  guidata dai vecchi e nuovi pastori arricchiti.
Una civiltà contadina che respiri in tutto il libro e che restituisce, con uno stile  scorrevole e ben controllato , la magia delle origini, delle vere radici , carne e sangue  “ che avrebbero impregnato questa terra per l’ eternità .”

Gianni Carteri scrittore e saggista prolifico, tra i più autorevoli studiosi di  Cesare Pavese