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Giovedì, 18 Ottobre 2018

Rosi Bindi: focus sul nuovo codice antimafia

Con 259 sì e 107 no la Camera dei Deputati ha dato il via libera definitivo al progetto di legge di modifica del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione (decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159).

Vediamo in sintesi quali sono le modifiche più significative introdotte dalla legge attraverso la voce della Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosi Bindi.

La Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosi Bindi.
La Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosi Bindi.

Quali sono gli elementi di novità più importanti introdotti nel Codice Antimafia?

Forse le più importanti, quelle che potranno avere rilevanti conseguenze pratiche, sono le innovazioni di cui si è parlato meno.
La riforma introduce il giudice specializzato e rafforza le garanzie per la difesa. Accanto al sequestro prevede una serie di misure alternative, meno invasive ma non meno efficaci, per bonificare le imprese a rischio infiltrazioni criminali, come il controllo giudiziario e l’amministrazione giudiziaria per un tempo limitato.
Il ruolo dell’Agenzia è stato potenziato ed è coinvolta fin dall’inizio del procedimento, in modo da consentire continuità e coerenza a tutte le scelte di gestione che interverranno fino alla confisca definitiva.
E’ prevista una nuova disciplina sulla gestione delle imprese sequestrate con la prosecuzione dei rapporti pendenti e la tutela dei creditori che potranno essere soddisfatti tempestivamente se in buona fede e ritenuti strategici per la funzionalità dell’azienda. Assicura poi maggiori garanzie ai lavoratori estranei alle dinamiche criminali che possano svolgere mansioni utili alla prosecuzione dell’azienda, con l’opportunità di regolarizzare subito il rapporto di lavoro per i dipendenti in nero. Va inoltre sottolineato che l’amministratore giudiziario potrà, sin dalla fase del sequestro, affittare l’azienda o un ramo di azienda o concederla in comodato, anche su proposta dell’Agenzia, a enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative purchè a mutualità prevalente e senza scopo di lucro o a imprenditori attivi in quel settore.
Sono state inoltre snellite e razionalizzate le regole sulle interferenze tra procedure fallimentari, procedure esecutive e procedimento di prevenzione quando hanno a oggetto i medesimi beni o le medesime aziende.
Infine vanno ricordati gli incentivi e gli strumenti normativi volti a garantire il mantenimento del volume di affari dopo il sequestro e utili a garantire i diritti dei lavoratori colpiti dagli effetti del sequestro.

Quali sono stati gli impedimenti che avete incontrato prima di poter approvare la riforma?

La materia è complessa e non è stato semplice trovare un punto di sintesi tra le differenti, a volte distanti, opinioni riguardo le scelte più opportune.
Dopo l’introduzione del codice antimafia, nel 2011, tutti reclamavano una riforma ma le diverse proposte di legge si limitavano a correggere singoli aspetti disfunzionali, rilevati dai diversi punti di vista.
La Commissione antimafia ha promosso, fin dall’avvio della legislatura, un’ampia indagine conoscitiva. Abbiamo ascoltato tutti gli operatori impegnati su questo fronte, individuando criticità e lacune sia normative che organizzative che sono state segnalate in una Relazione, approvata all’unanimità, pochi mesi dopo l’inizio dei nostri lavori.  Su questo lavoro abbiamo elaborato una proposta di riforma organica, che con una visione di insieme cercava di superare i problemi applicativi che il vecchio codice antimafia aveva fatto registrare.
Il testo era stato depositato in Parlamento già nel 2014. Il lungo iter parlamentare non è dipeso certamente dalla nostra volontà.

E’ ampliata la platea dei soggetti destinatari delle misure di prevenzione personali e patrimoniali: vi rientrano anche gli indiziati di associazione per delinquere finalizzata ai reati contro la PA, tanto che il Governo si è impegnato a valutare, dopo una prima fase di “rodaggio” delle nuove norme, la possibilità di rivedere l’equiparazione tra mafiosi e corrotti. Molte le critiche mosse, cosa ne pensa?

Il ‘monitoraggio’ riguarderà l’applicazione complessiva della riforma e non solamente l’estensione delle misure patrimoniali ai corruttori seriali, indiziati di reati contro la Pubblica amministrazione. Peraltro il Presidente Mattarella, promulgando il testo, non ha rilevato alcun profilo di illegittimità costituzionale.
Le critiche sono sembrate molto strumentali e tardive e hanno rivelato un diffuso e preoccupante arretramento del principio di legalità. Tutti concordano sulla necessità di una severa repressione dei mafiosi ma poi in tanti diventano molto più tiepidi quando si tratta di sanzionare e perseguire i corrotti e i corruttori che facilitano gli affari delle cosche. Da tempo è evidente che le mafie imprenditrici preferiscono il metodo corruttivo all’intimidazione violenta e trasformano le loro vittime in complici.
Persino il Papa in occasione della recente udienza in Vaticano concessa alla nostra Commissione ha espresso l’esigenza di colpire la corruzione con gli stessi strumenti utilizzati per combattere la mafia. E il sequestro e la confisca dei beni si sono rivelati preziosi e irrinunciabili.

L’estensione è stata introdotta nei due passaggi alla Camera e al Senato con diversa puntualizzazione.
Nel testo originario proposto dalla Commissione, avevamo previsto che il sequestro dei beni potesse avvenire anche nei confronti di soggetti indiziati di reati contro la pubblica amministrazione, purché risultasse che vivevano abitualmente con i proventi di attività delittuosa. La Camera ha preferito sostituire questa proposta con un mero elenco di fattispecie di reato e il Senato ha inserito il riferimento alla partecipazione ad associazioni per delinquere.
E’ evidente che nell’applicazione della norma i giudici non potranno che richiedere la dimostrazione di elementi stringenti e concreti sulla sistematicità delle condotte illecite e sull’impossibilità di dimostrare la provenienza lecita delle risorse economiche dell’indagato.

Viene riorganizzata l’Agenzia nazionale per i beni confiscati dotandola di un maggiore organico e potenziata l’attività di acquisizione dati e il ruolo in fase di sequestro con l’obiettivo di consentire un’assegnazione provvisoria di beni e aziende, che l’Agenzia potrà anche destinare direttamente ad enti territoriali e associazioni. Cosa fare per rendere questi beni maggiormente produttivi e restituirli alla collettività?

La riforma offre nuove opportunità a tutti i soggetti che possono essere in grado di sostenere anche sul territorio un percorso di riconversione delle aziende a gestione mafiosa.
L’agenzia potrà partecipare all’udienza nella quale il Tribunale valuta in contraddittorio tra le parti il programma di prosecuzione dell’azienda, e così fin da allora può proporre ogni iniziativa che possa preparare le condizioni migliori per un’adeguata destinazione. Inoltre sono agevolati i contratti di affitto dell’azienda durante il sequestro, e per le imprese di valore strategico si prevede l’affiancamento dell’amministratore giudiziario con imprenditori di esperienza.
Le imprese che invece non possono sopravvivere lecitamente sul mercato vengono liquidate in tempi brevi, per evitare costi inutili e liberare il mercato da competitors illegali.

Sono previste delle linee di finanziamento a sostegno delle aziende sequestrate?

Vi è la possibilità di accedere ai fondi garantiti dalla legge finanziaria del 2016 senza ulteriori oneri, quando viene approvato il programma di prosecuzione dell’impresa in sequestro.
Nella riforma è contenuta una delega al Governo che ha tempo quattro mesi per varare un decreto che preveda misura a sostegno delle imprese sequestrate e confiscate e per regolarizzare i rapporti di lavoro.  E’ necessario un forte investimento del governo, soprattutto nel Mezzogiorno, dove le condizioni di svantaggio strutturali rendono molto più faticoso il percorso di emancipazione dall’illegalità delle aziende sottratte ai mafiosi.

Si estendono i casi di confisca allargata, quando viene accertato che il patrimonio dell’autore del reato è sproporzionato rispetto al reddito e il condannato non è in grado giustificare la provenienza dei beni. Perché ci si accorge solo ora che il banco è saltato in termini di illeciti patrimoniali?

È uno strumento sempre più richiesto dalle norme europee, che privilegiano misure sanzionatorie effettive, efficaci e dissuasive. E non c’è nulla di più effettivo, efficace e dissuasivo del colpire chi ha commesso un reato privandolo dei vantaggi che ne ha potuto trarre.

Maggiore trasparenza nella scelta degli amministratori giudiziari, con garanzia di competenze idonee e di rotazione negli incarichi. Che lettura dà ex post alla vicenda Saguto, ma più in generale alle inchieste degli ultimi anni?

Sulla trasparenza negli incarichi il legislatore, anche sulla scorta del lavoro della Commissione, poteva muoversi prima.
Il caso Saguto è nato da una specifica indagine giudiziaria svolta nel corso del 2015, alcuni degli illeciti ipotizzati in quel procedimento sarebbero stati resi più difficili dalla riforma che la nostra commissione aveva trasmesso al Parlamento già nel 2014.
Quella vicenda, come altre, è stata la spia dolorosa della crisi di una certa antimafia che ha vissuto in modo inaccettabile e distorto il proprio ruolo.